Wydawca: Tektime Kategoria: Humanistyka Język: angielski Rok wydania: 2017

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Opis ebooka Interviews from the Short Century - Marco Lupis

This book offers a unique insight into fifty personalities who in some way shaped the second half of the 20th century (the ‘short century’). It features exclusive interviews conducted by Marco Lupis during his decades-long career as a special and foreign correspondent covering Latin America and the Far East for some of Italy’s biggest media outlets, including Corriere della Sera, Panorama, L’Espresso, La Repubblica and RAI.You will hear from leading figures from the worlds of politics, culture and the arts, including: rock star Peter Gabriel, singer-songwriter Franco Battiato, supermodel Claudia Schiffer, Mexican revolutionary Subcomandante Marcos, Nobel laureate and Burmese leader Aung San Suu Kyi, Colombian politician Ingrid Betancourt, Argentine president Carlos Menem, Japanese and Chinese Nobel-winning writers Kenzaburō Ōe and Gao Xingjian, and East Timorese president and Nobel laureate José Ramos-Horta.Sometimes dramatic, occasionally light-hearted, but always accurate and packed with fascinating revelations, Lupis’s interviews cover the great issues of the modern era: war, freedom, the fight against injustice and the quest for truth, be it through politics, literature, art or cinema.Marco Lupis is a journalist, photojournalist and author who has worked as La Repubblica’s Hong Kong correspondent. Born in Rome in 1960, he has worked as a special and foreign correspondent the world over, but mainly in Latin America and the Far East, for major Italian publications (Panorama, Il Tempo, Corriere della Sera, L’Espresso and La Repubblica) and the state-owned broadcaster RAI.Often posted to war zones, he was one of the few journalists to cover the massacres in the wake of the declaration of Timor-Leste’s independence, the bloody battles between Christians and Muslims in the Maluku Islands, the Bali bombings and the SARS epidemic in China. He covered the entire Asia-Pacific region, stretching from Hawaii to the Antarctic, for over a decade.His articles, which often decry human rights abuses, have also appeared in daily newspapers in Spain, Argentina and the United States.PUBLISHER: TEKTIME

Opinie o ebooku Interviews from the Short Century - Marco Lupis

Fragment ebooka Interviews from the Short Century - Marco Lupis

Marco Lupis

Interviste del secolo breve

ISBN: 9788822806000
Questo libro è stato realizzato con StreetLib Writehttp://write.streetlib.com

Sommario

Collana editoriale

Frontespizio

Colophon

Introduzione

Venceremos! (prima o poi)

Il folletto del Rock

La più bella di tutte

Stregata dalla luna

La pasionaria delle Ande

Libera dalla paura

"Asasinar, torturar y hacer desaparecir"

Perdonare è impossibile

Il grido silenzioso

Il tragico destino di una donna al potere

Greco fino al midollo

I fantasmi di Pol Pot

Marines e diplomazia

Aristocratico stile

I pugni di Hemingway

L’angelo che litigò con Dio

Un Sufi e la sua musica

Contro il Rock

Nel solco del Paradiso

Il cinema come pittura

Con Visconti nel cuore

Il Lord degli alberghi

Il “Signor Swatch”

Un secolo di scandali

L’uomo ideale

Come una guerra

L’erede

Il sussurro dell’indipendenza

Una vita per Timor Est

Vescovo senza paura

Condannata a morte

La guerra di Nora

Il leone in inverno

Il Rushdie Sikh

Scandalo a Mumbai

La cinese d’America

Disastro Argentina

Pauline “la rossa” e i bianchi incazzati

I crimini di Lenin

Nobel cinese

Il ragazzo di Piazza Tienanmen

Wikileaks cinese

Il Re dell’azzardo

Risposta sbagliata

Una donna per le Filippine

Il Cardinale “peccato”

Un garbato signore

Cinquant’anni in prestito

L’orrore quotidiano

La donna che ritoccò Mao

L’intervista “al contrario”

Note

Ringraziamenti

Collana editoriale

I PROTAGONISTI

221

Dello stesso autore:

Oriente Estremo

Massacri dimenticati

Acteal

NOTA SULL'AUTORE

Giornalista, fotoreporter e scrittore, Marco Lupis è stato il corrispondente de La Repubblica da Hong Kong.

Nato a Roma nel 1960, ha lavorato come corrispondente e inviato speciale in tutto il Mondo, in particolare in America Latina e in Estremo Oriente, per le maggiori testate giornalistiche italiane (Panorama , Il Tempo , Il Corriere della Sera , L'Espresso e La Repubblica ) e per la RAI (Mixer , Format, TG2 e TG3 ).

Lavorando spesso in zona di guerra, è stato fra i pochi giornalisti a seguire i massacri seguiti alla dichiarazione di indipendenza a Timor Est, gli scontri sanguinosi tra cristiani e islamici nelle Molucche, la strage di Bali e l'epidemia di SARS in Cina. Con le sue corrispondenze ha coperto per oltre un decennio l'intera area Asia-Pacifico, spingendosi fino alle isole Hawaii e all'Antartide. Ha intervistato molti protagonisti della politica mondiale e specialmente asiatica, come la premio Nobel birmana Aung San Suu Kyi e la premier pakistana Benazir Bhutto, denunciando spesso nei suoi articoli le violazioni dei diritti umani.

I suoi reportage sono stati pubblicati anche da quotidiani spagnoli, argentini e americani.

Frontespizio

INTERVISTE

del Secolo Breve

Marco Lupis

Incontri con i protagonisti della politica,

della cultura e dell’arte del XX secolo

Edizioni del Drago

Colophon

Copyright© 2017 by Marco Lupis Macedonio Palermo di Santa Margherita

Tutti i diritti riservati all’autore

interviste@lupis.it

Prima edizione digitale 2017

ISBN: 9788822806000

ASIN: B074HRR5WB

Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.

È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

Il giornalista è lo storico dell’istante

Albert Camus

A Francesco, Alessandro e Caterina

Introduzione

Tertium non datur

Era autunno a Milano, in quell’ormai lontano mese di ottobre del 1976 quando, camminando svelto lungo Corso Venezia verso il teatro San Babila, stavo per fare la prima intervista della mia vita.

Avevo sedici anni e insieme al mio amico Alberto conducevo una trasmissione di informazione dal poco originale titolo di “Spazio giovani”, in una delle prime radio private italiane, Radio Milano Libera .

Erano davvero anni formidabili quelli, dove tutto sembrava potesse accadere ed effettivamente accadeva. Anni meravigliosi. Anni terribili. Erano gli anni di piombo , quelli della contestazione giovanile, dei circoli autogestiti, degli scioperi a scuola, delle manifestazioni che sfociavano quasi sempre in violenza. Anni di enormi entusiasmi, pieni di un fermento culturale che sembrava volesse esplodere per quanto era vivace, coinvolgente, totalizzante. Anni di scontri e anche a volte di morti ammazzati: da una parte i giovani di sinistra, dall’altra quelli di destra. Rispetto a oggi era tutto molto semplice: o stavi da una parte, o stavi dall’altra. Terzium non datur .

Ma soprattutto erano anni in cui ognuno di noi aveva l’impressione, e spesso molto più di una semplice impressione, di poter cambiare le cose. Di riuscire – nel proprio piccolo – a fare la differenza .

Noi, in quel marasma di eccitazione, cultura e violenza ci muovevamo in realtà tranquilli. Navigando a vista. Gli attentati, le bombe, le Brigate Rosse erano uno sfondo costante della nostra adolescenza – o giovinezza, a seconda dell’età – ma tutto sommato non ci sconvolgevano più di tanto. Avevamo rapidamente imparato a conviverci in una maniera non molto differente da quella che poi, più avanti, negli anni a venire, avrei incontrato tra le popolazioni che vivevano in mezzo a un conflitto, a una guerra civile. La loro vita si era adattata a quelle condizioni estreme, un po’ come la nostra vita di allora.

Il mio amico Alberto e io la differenza volevamo davvero provare a farla, per questo, armati di sconfinati entusiasmi e molta, moltissima incoscienza, in un’età in cui i ragazzi di oggi passano il tempo a postare selfie su Instagram e a cambiare smartphone, noi leggevamo tutto quel che ci capitava a tiro, partecipavamo alle kermesse musicali - in quel momento magico nel quale il rock nasceva e si diffondeva - ai mega concerti nei parchi, ai cineforum.

Per questo, con la testa piena di idee e un registratore a cassette in tasca, ci affrettavamo verso il teatro San Babila, in quel pomeriggio bagnato di ottobre di quarant'anni fa.

L’appuntamento era per le sedici, circa un’ora prima che iniziasse lo spettacolo pomeridiano. Ci condussero giù nei sotterranei del teatro dove c’erano i camerini degli attori, fino a quello riservato al protagonista. E lì ci aspettava il nostro intervistato, il primo della mia “carriera” giornalistica: Peppino de Filippo.

Non ricordo molto di quella intervista, e purtroppo i nastri con le registrazioni delle puntate della nostra trasmissione sono andati perduti, in uno degli innumerevoli traslochi della mia vita.

Ricordo però perfettamente ancora oggi quella sottile scarica elettrica, quel brivido di energia che precede – l’avrei capito in seguito mille volte – un’intervista importante. Un incontro importante, perché ogni intervista è molto di più di una semplice serie di domande e di risposte.

Peppino de Filippo era alla fine – sarebbe morto di lì a pochi anni - di una carriera teatrale e cinematografica che già allora aveva fatto storia. Ci ricevette senza smettere di truccarsi, di fronte allo specchio. Fu gentile, cortese e disponibile e fece finta di non meravigliarsi nel trovarsi di fronte due ragazzini brufolosi. Ricordo i suoi gesti calmi, metodici, mentre stendeva il trucco di scena, che mi sembrò pesante e denso e molto chiaro. Ma ricordo soprattutto una cosa: la profonda tristezza del suo sguardo. Una tristezza che mi colpì intensamente, perché intensamente la percepii. Forse sentiva che la sua vita volgeva alla fine, o forse era soltanto la prova di quel che da sempre si dice dei comici, e cioè che pur facendo ridere tutti, siano in realtà le persone più tristi del mondo.

Parlammo di teatro, di suo fratello Eduardo, naturalmente. Ci raccontò di come sulle assi del palcoscenico ci fosse nato, sempre in giro con la compagnia di famiglia.

Ce ne andammo dopo quasi un’ora, un po’ frastornati e con la cassetta del registratore piena fino alla fine.

Quella non fu soltanto la prima intervista della mia vita. Fu soprattutto il momento in cui capii che il mestiere del giornalista sarebbe stato per me l’unica opzione possibile. E fu il momento in cui sperimentai per la prima volta quella strana alchimia, quasi una magia sottile, che si instaura tra l’intervistato e l’intervistatore.

Un'intervista può essere la formula matematica della verità oppure un'inutile e vanitosa esibizione. L'intervista è anche un'arma potente nelle mani del giornalista, che ha il potere di scegliere se compiacere l'intervistato o servire e appassionare il lettore.

Per quanto mi riguarda, l’intervista è anche molto di più; è un confronto psicologico, è una seduta di psicanalisi. Nella quale restano coinvolti entrambi, l’intervistato e il suo intervistatore.

Come mi disse più tardi il Marchese di Vilallonga, in una delle interviste raccolte in questo libro, “il segreto sta tutto in quello stato di grazia che si crea quando il giornalista smette di essere tale e diventa l'amico a cui si racconta tutto. Anche quello che non si racconta a un giornalista”.

L’intervista è la messa in pratica dell’arte socratica della maieutica, la capacità del giornalista di estrarre dall’intervistato i suoi pensieri più sinceri, di spingerlo ad abbassare la guardia, di sorprenderlo mentre racconta e si racconta senza filtri.

Non sempre questa particolare magia si realizza. Ma quando accade, allora siamo di fronte a una bella intervista. Qualcosa di più di un botta e risposta sterile, niente a che vedere con l’inutile vanità del giornalista che punta solo a mettere a segno uno scoop .

In oltre trent’anni di attività giornalistica ho incontrato celebrità, capi di stato, primi ministri, leader religiosi e politici. Ma devo ammettere che non è con loro che ho sentito instaurarsi una vera forma di empatia.

Per formazione culturale, e familiare, avrei dovuto sentirmi dalla loro parte, dalla parte di quelle donne e di quegli uomini che gestivano il potere, che avevano il potere per decidere del destino di milioni di persone, della loro vita e spesso della loro morte. A volte del futuro di interi popoli.

Invece non è mai stato così. L’empatia, la corrente di simpatia, il brivido e l’eccitazione li ho vissuti quando ho incontrato i ribelli, i lottatori, quelli che erano pronti – e lo dimostravano – a sacrificare le loro vite, spesso tranquille e agiate, per i loro ideali.

Che fossero un capo rivoluzionario con il passamontagna, incontrato in una capanna nella giungla messicana, o una madre coraggiosa che cercava dignitosamente, ma caparbiamente, di conoscere la verità sulla fine orribile dei suoi figli, desaparecidi nel Cile di Pinochet.

Loro mi sono sembrati i veri potenti.

*****

Le interviste raccolte in questo libro sono state pubblicate, in un arco temporale che va dal 1993 al 2006, sulle testate per le quali ho lavorato nel corso degli anni, come inviato o corrispondente, principalmente dall’America Latina e dall’Estremo Oriente: i settimanali Panorama e L’Espresso, i quotidiani Il Tempo, Il Corriere della Sera e La Repubblica e alcune per la RAI.

Ho volutamente mantenuto la forma originale nella quale sono state a suo tempo scritte, a volte nella struttura tradizionale di domanda/risposta, altre volte in quella più colloquiale del virgolettato.

Ho scelto di precedere le singole interviste con un’introduzione che aiutasse il lettore a orientarsi nello spazio e nel tempo nel quale esse sono state realizzate.

1

Venceremos! (prima o poi)

Sub-comandante Marcos

Chiapas, Messico,San Cristobal de Las Casas, Hotel Flamboyant. Il messaggio è stato infilato sotto la porta della camera:

È necessario partire per la Selva oggi.

Appuntamento alla reception alle 19.

Portare scarpe da montagna, una coperta,

uno zaino e cibo in scatola.

Ho soltanto un'ora e mezza per mettere insieme queste poche cose. La mia meta è nel cuore della giungla. Al confine tra Messico e Guatemala, dove inizia la Selva Lacandona, uno dei pochi posti al mondo completamente inesplorati. Al momento c'è un solo, specialissimo, “tour-operator” in grado di farmi arrivare lassù. Si fa chiamare subcomandante Marcos e la Selva Lacandona è il suo ultimo rifugio.

*****

Ciò di cui, ancora oggi, vado probabilmente più orgoglioso nella mia carriera è senz’altro questo incontro con il sub-comandante Marcos nella giungla Lacandona del Chiapas, nell’aprile 1995, per il settimanale Sette del Corriere della Sera; primo giornalista italiano a intervistarlo (non so in verità se prima di me ci fosse già andato il simpatico e onnipresente Gianni Minà, a dire il vero), ma sicuramente ben prima che il mitico sub-comandante, con il suo eterno passamontagna nero, desse vita negli anni seguenti a una sorta di autentico “ufficio-stampa guerrigliero” che portava su e giù dal suo rifugio nella giungla giornalisti da ogni dove.

Erano passate quasi due settimane da quando, gli ultimi giorni di marzo di quel 1995, l'aereo proveniente da Città del Messico era atterrato nel piccolo aeroporto militare di Tuxla Gutierrez, la capitale del Chiapas. Sulla pista rollavano aerei con le insegne dell’esercito messicano e mezzi militari stazionavano minacciosi ai bordi. In un territorio grande quanto un terzo dell’Italia vivevano tre milioni di abitanti. La maggior parte dei quali con sangue indio nelle vene: duecentocinquantamila i discendenti diretti dei Maya.

Mi trovavo in una delle zone più povere del mondo: il novanta per cento degli Indio non aveva l'acqua potabile. Sessantatré su cento erano analfabeti.

Mi sembrava tutto molto chiaro: da una parte i proprietari terrieri bianchi, pochi e ricchissimi. Dall'altra i campesinos, tanti, e che prendevano in media sette pesos: meno di dieci dollari al giorno.

Per questa gente la speranza di riscossa era cominciata il primo gennaio 1994. Mentre il Messico firmava l’accordo di libero scambio commerciale con Stati Uniti e Canada, un rivoluzionario incappucciato dichiarava guerra al Paese: a cavallo, armati di fucili – alcuni veri (pochi), altri finti, di legno - duemila uomini dell’Esercito Zapatista di liberazione nazionale occupavano San Cristobal de Las Casas, l'antica capitale del Chiapas, Parola d’ordine: “Terra e libertà”.

Oggi sappiamo come finì il primo round, quello decisivo: lo vinsero i cinquantamila soldati mandati con le autoblindo a domare la rivolta. E Marcos? Che fine aveva fatto l'uomo che in qualche modo aveva fatto rivivere la leggenda di Emiliano Zapata, l'eroe della rivoluzione messicana del 1910?

*****

Ore 19, Hotel Flamboyant: il nostro contatto arriva puntuale. Si chiama Antonio, è un giornalista messicano che nella Selva è salito non una, ma dieci, venti volte. Certo, adesso non è più come un anno fa, quando Marcos se ne stava relativamente tranquillo con i suoi nel piccolo paese di Guadalupe Tepeyac, alle porte della Selva, armato di telefonino, computer, collegamento alla rete internet, pronto a ricevere gli inviati delle tv americane. Oggi per gli indios non è cambiato niente, ma per Marcos e i suoi è cambiato tutto: dopo l'ultima offensiva del governo, i capi zapatisti hanno dovuto nascondersi davvero sulla montagna. Lì non ci sono telefoni, non c'è elettricità. né strade: nulla.

Il colectivo (come chiamano qui questi strani taxi-minibus) corre veloce tra i tornanti, nella notte. Dentro c'è odore di sudore, e di stoffa bagnata. Ci vogliono due ore per arrivare a Ocosingo, un pueblo alle porte della Selva. Per le strade animatissime le ragazze con i lunghi capelli neri e i tratti da indio ridono. E tanti militari, dappertutto. Le stanze dell'unico hotel non hanno finestre, solo una grata alla porta. Sembra di essere in un carcere. Alla radio passa una notizia: «Oggi il padre di Marcos ha dichiarato: mio figlio, il professore universitario Rafael Sebastian Guillen Vicente, 38 anni, nato a Tampico, è il subcomandante Marcos».

La mattina dopo abbiamo una nuova guida. Si chiama Porfirio. È Indio anche lui.

A bordo della sua camionetta ci vogliono quasi sette ore di buche e di polvere per arrivare a Lacandon, l'ultimo villaggio. Lì finisce lo sterrato. E inizia la Selva. Non piove, ma il fango arriva comunque alle ginocchia. Si dorme in alcune baracche nella giungla, lungo il tragitto. Dopo due giorni di marcia serrata, sfiancante, in mezzo alla giungla inospitale, soffocati dall’umidità, arriviamo al villaggio. La comunità si chiama Giardin; siamo nella zona dei Montes Azules. Ci vivono quasi duecento persone. Tutti vecchi, bambini e donne. Gli uomini sono alla guerra. Veniamo accolti bene. Pochi sanno lo spagnolo. Tutti parlano Tzeltal, il dialetto Maya. “Incontreremo Marcos?” chiediamo. "Può darsi», annuisce Porfirio.

Alle tre del mattino ci svegliano con delicatezza: bisogna andare, Non c'è luna, ma tante stelle, Mezz’ora di marcia per arrivare a una capanna. Dentro si intuisce la presenza di tre uomini. È tutto nero, come i loro passamontagna. Nell'identikit fornito dal governo, Marcos è un professore laureato in filosofia con una tesi su Althusser e una specializzazione alla Sorbona di Parigi. Adesso, a rompere il silenzio nella capanna, arriva una voce in francese: «Abbiamo solo venti minuti. Preferisco parlare in spagnolo, se non ci sono problemi. Sono il subcomandante Marcos. Meglio non usare il registratore perché se la registrazione venisse intercettata sarebbe un problema per tutti, prima di tutto per voi. Anche se ufficialmente siamo in un momento di tregua, in realtà mi cercano in tutti i modi. Mi chieda pure ciò che vuole».

Perché si fa chiamare subcomandante?

Dicono di me: “Marcos è il capo”. Non è vero. I capi sono loro, il popolo zapatista, lo ho soltanto funzioni di responsabilità a livello militare. Loro mi hanno incaricato di parlare perché so lo spagnolo. Attraverso me parlano i compagni. Io obbedisco soltanto.

Dieci anni di clandestinità sono tanti... Come vive sulla montagna?

Leggo. Dei dodici libri che ho portato con me nella Selva uno è il Canto Generale, di Pablo Neruda. Un altro è Don Chisciotte...

E poi?

E poi i giorni, gli anni passano nella nostra lotta. Vedendo ogni giorno la stessa povertà, la stessa ingiustizia... Non puoi stare qui senza che la voglia di lottare, di cambiare, aumenti. A meno che tu non sia un cinico, o un figlio di puttana. Poi ci sono le cose che di solito i giornalisti non mi chiedono. E cioè che qui nella Selva, a volte, dobbiamo mangiare I topi, e bere l'orina dei compagni per non morire di sete nei lunghi trasferimenti... tutto qua.

Cosa le manca? Cosa ha lasciato?

Mi manca lo zucchero. E un paio di calze asciutte. Avere sempre i piedi bagnati, giorno e notte, al freddo, è una cosa che non auguro a nessuno. E poi lo zucchero: è l'unica cosa che la Selva non ti dà, bisogna farlo venire da lontano, Per la fatica fisica sarebbe necessario. Per quelli di noi che vengono dalla città, certi ricordi sono una specie di masochismo. Ci ripetiamo: “Ti ricordi i gelati di Coyoacàn? E i tacos di Division del Norte?». Ricordi. Qui se si cattura un fagiano o un altro animale bisogna aspettare tre o quattro ore perché sia pronto, E se la truppa è disperata per la fame e lo mangia crudo, il giorno dopo è diarrea per tutti. Qui la vita è diversa, si vede tutto in un'altra forma... Ah, già, mi ha chiesto cosa ho lasciato in città. Un biglietto del metrò, una montagna di libri, un quaderno pieno di poesie... e qualche amico. Non tanti, qualcuno.

Quando mostrerà la sua faccia?

Non lo so. lo credo che il nostro passamontagna abbia anche un significato ideologico positivo, corrisponde alla concezione di questa nostra rivoluzione, che non è individuale, che non ha un capo. Con il passamontagna siamo tutti Marcos.

Però, per il governo, lei nasconde il viso perché ha qualcosa da nascondere…

Quelli non hanno capito nulla. Ma il vero problema non è neanche il governo, sono piuttosto le forze reazionarie del Chiapas, gli allevatori e i latifondisti della zona, con le loro “guardie bianche” private. Non credo ci sia molta differenza tra il tradizionale atteggiamento razzista di un bianco del Sudafrica nei confronti di un nero e quello di un proprietario terriero del Chiapas rispetto a un Indio. Qui la speranza di vita per un Indio è di 50-60 anni per gli uomini e 45-50 per le donne.

E i bambini?

La mortalità infantile è altissima. Adesso racconto anche a lei la storia di Paticha. Una volta, tempo fa, spostandoci da una zona all’altra della Selva, ci capitava di attraversare una piccola comunità, molto povera, dove ci accoglieva sempre un compagno zapatista con una bambina di tre-quattro anni. Patricia si chiamava, ma lei il suo nome lo pronunciava “Paticha”. Le chiedevo cosa volesse fare da grande e lei mi rispondeva sempre: «la guerrigliera». Una notte la trovammo con la febbre alta. Non avevamo antibiotici e lei avrà avuto quaranta o più di febbre. I panni bagnati le si asciugavano addosso come fosse una stufa. È morta tra le mie braccia. Patricia non aveva un atto di nascita. E non ne ha avuto uno di morte. Per il Messico non è mai esistita, nemmeno la sua morte è mai esistita. Ecco, questa è la realtà degli Indios del Chiapas.

Il Movimento Zapatista ha messo in crisi l'Intero sistema politico messicano, ma non ha vinto.

Il Messico ha bisogno di democrazia e di persone al di sopra delle parti che la garantiscano. Se la nostra lotta sarà utile a raggiungere questo scopo, non sarà stata una lotta vana. Ma l’Esercito Zapatista non si convertirà mai in un partito politico. Sparirà. E il giorno in cui questo accadrà vorrà dire che avremo democrazia.

E se questo non avverrà?

Militarmente siamo accerchiati. La verità è che difficilmente il governo vorrà cedere perché il Chiapas, e la selva Lacandona in particolare, galleggiano letteralmente su un mare di petrolio. E il petrolio del Chiapas è la garanzia che lo Stato messicano ha dato agli Stati Uniti per i miliardi di dollari che gli Usa gli hanno prestato. Non può fare vedere agli americani che non ha il controllo della situazione.

E voi?

Noi, invece, non abbiamo nulla da perdere. E la nostra è una lotta per la sopravvivenza e per una pace degna.

La nostra è una lotta giusta.

2

Il folletto del Rock

Peter Gabriel

A ogni sua (rara) esibizione il mitico fondatore e leader dei Genesis conferma che il suo appetito per ogni forma di sperimentazione musicale, culturale e tecnologica è veramente sconfinato.

Incontrai Peter Gabriel per questa intervista esclusiva nel corso della manifestazione musicale «Sonoria», una tre giorni milanese interamente dedicata al rock. In due ore di grande musica Gabriel ha cantato, ballato e saltato come una molla, coinvolgendo il pubblico in uno spettacolo che, come sempre, è andato ben al di là di un semplice concerto rock.

Alla fine del concerto mi invitò a salire con lui sulla limousine che lo portava via e mentre correvamo verso l’aeroporto mi raccontò di lui, dei suoi progetti futuri, dell'impegno sociale contro il razzismo e l'ingiustizia a fianco di Amnesty International, della sua passione per le tecnologie multimediali e i segreti del nuovo disco, «Secret World Live», che stava per lanciare in tutto il mondo.

La fine del razzismo in Sudafrica, la fine dell'apartheid; è stata anche una vittoria del rock?

È stata una vittoria del popolo sudafricano. Ma credo che la musica rock abbia contribuito a questo risultato, abbia in qualche modo assistito.

In che modo?

Penso che i musicisti abbiano fatto molto per elevare il livello di consapevolezza dell'opinione pubblica europea e americana verso questo problema. Anch'io ho scritto canzoni come "Biko", per fare in modo che i politici di molti paesi sostenessero le sanzioni contro il Sudafrica e facessero pressione. Si tratta di piccole cose che non cambieranno certo il mondo, ma fanno una differenza, una piccola differenza che coinvolge tutti noi. Non sempre sono le grandi manifestazioni, i gesti plateali, ad avere la meglio sull'ingiustizia.

In che senso?

Le faccio un esempio. Negli Stati Uniti ci sono due vecchiette del Midwest che sono lo spauracchio di tutti i torturatori dell'America Latina. Passano il tempo a scrivere ai direttori delle carceri, senza tregua. Ed essendo molto ben informate, spesso le loro lettere vengono pubblicate con grande evidenza sui giornali americani. E altrettanto spesso capita che i prigionieri politici di cui hanno diffuso i nomi comincino, quasi per miracolo, a essere lasciati in pace. Questo intendo, quando parlo di piccole differenze. In fondo la nostra musica è come una loro lettera!

Il suo impegno contro il razzismo si lega strettamente all'attività della sua etichetta, la Real World, in favore della musica etnica...

Senz'altro. Per me è stata una grande soddisfazione riunire musicisti così diversi, appartenenti a paesi così lontani, dalla Cina all'Indonesia, dalla Russia all'Africa. Abbiamo prodotto artisti come i cinesi Guo Brothers, o il pakistano Nusrat Fateh. Nei loro lavori, come in quelli degli altri musicisti della Real World, ho sentito molta ispirazione. Il ritmo, le armonie, le voci... Già dal 1982, del resto, avevo cominciato a darmi da fare in questa direzione, organizzando il festival di Bath, che era, in fondo, anche la prima apparizione pubblica di un'associazione che avevo appena fondato e che si chiamava "Womad - World of Music Arts and Dance". Lì, la gente poteva partecipare attivamente all'evento, suonando su molti palchi insieme ai gruppi africani. Insomma, fu un'esperienza così esaltante e significativa che, successivamente, è stata ripetuta in molte parti del mondo: Giappone, Spagna, Tel Aviv, Francia...

Per questo lei è considerato l'inventore della World Music?

Real World e la World Music sono soprattutto un'etichetta commerciale, che pubblica musica di artisti di tutto il mondo perché quella musica possa arrivare in tutto il mondo, nei negozi di dischi, nelle radio... Però io spero che questa etichetta scompaia presto, quando gli artisti che incidono per me diventeranno famosi. Insomma, vorrei che accadesse quello che è successo con Bob Marley e la musica reggae: la gente non dice più "è reggae", dice "è Bob Marley". Spero che pian piano nessuno dica più dei miei artisti "è World Music?

Ultimamente lei ha manifestato un grande interesse verso le tecnologie multimediali. Il suo cd-rom «Xplora1» ha suscitato un enorme interesse. Come si lega tutto questo all'attività della Real World?

In questo cd-rom si possono fare tante cose, tra cui scegliere i brani dei singoli artisti cliccando sulla copertina del disco. Io però vorrei molte più cose di questo genere, perché l'interattività è un mezzo per fare arrivare la musica a persone che non ne sanno molto. In fondo quello che sta cercando di fare la Real World è fondere la musica tradizionale, fatta a mano per così dire, con le nuove possibilità offerte dalla tecnologia.

Questo vuol dire che, per lei, la musica rock ormai non basta più a sé stessa, ha bisogno di un intervento dell'ascoltatore. Lei vorrebbe che ciascuno potesse mettere le mani nel prodotto- rock?

Non sempre. Io per esempio la maggior parte delle volte ascolto musica in macchina, e non voglio aver bisogno di uno schermo, o di un computer, per poterlo fare. Ma quando mi interessa un artista, o voglio sapere qualcosa di più sulla sua storia, da dove viene, cosa pensa, chi è, allora ecco che con la multimedialità dispongo di un materiale visivo che mi soddisfa. Insomma, vorrei che tutti i cd avessero, nel futuro, questi due livelli di fruizione: essere semplicemente ascoltati, o venire letteralmente "esplorati". In "Xplora1" abbiamo voluto costruire un piccolo mondo dentro cui la gente possa muoversi e decidere, prendere delle decisioni e interagire con l'ambiente e con la musica. All'interno del cd si possono fare un mucchio di cose. Come visitare in modo virtuale gli studi di registrazione della Real World, accedere a molti eventi (la premiazione del Grammy Awards o il Womad Festival, tra gli altri), ascoltare brani di concerti, ripercorrere la mia carriera dai Genesis a oggi e, infine, rimixare a piacimento le mie canzoni.

E anche frugare nel suo guardaroba, sempre in maniera virtuale, s'intende...

È vero (ride). Si può anche frugare nel guardaroba di Peter Gabriel!

Tutto questo sembra lontano anni-luce dall'esperienza dei Genesis. Cosa è rimasto di quegli anni? Non ha mai avuto voglia, per esempio, di fare un'altra rock-opera come «The lamb lies down on Broadway»? E tutto superato?

Non è facile rispondere. Penso di essere ancora interessato ad alcune di quelle idee, ma in un modo diverso. In un certo senso quello che cercavo di fare nell'ultimo periodo con i Genesis era legato alla multimedialità. A quei tempi la sensibilità del suono era limitata dalla tecnologia dell'epoca. Adesso vorrei andare ancora molto più avanti lungo questa strada...

Tornando al suo impegno politico e umanitario, dopo la fine dell'apartheid, quali sono gli altri suoi progetti in questo senso, le cause di ingiustizia nel mondo contro cui lottare?

Sono molte. Ma in questo momento penso che la cosa più importante sia aiutare la gente a produrre testimonianze. Per esempio dare a tutti la possibilità di fare riprese con una telecamera, oppure disporre di strumenti di comunicazione, come fax, computer, eccetera. Insomma, credo che oggi esista la possibilità di utilizzare la tecnologia delle reti di comunicazione per rafforzare la difesa dei diritti umani.

Molto interessante. Può fare un esempio concreto?

Voglio perseguire piccoli obiettivi tangibili. Per esempio trasformare la vita di un villaggio attraverso questi strumenti di comunicazione: collegamenti telefonici, venti o trenta personal computer e così via. "Pacchetti" di questo tipo si possono installare in qualsiasi villaggio del mondo, in India, in Cina, su una montagna... Così nel giro di tre o cinque anni si potrebbe insegnare alla gente di quei posti a diventare creatore di informazioni, gestirle, trattarle. Questo consentirebbe di trasformare, con uno sforzo modesto, l'economia di molti paesi, dando loro la possibilità di passare dall'economia agricola a quella basata sull'informazione. Sarebbe senz'altro positivo.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Una vacanza (ride). Sono moltissimi mesi che siamo in tour. Ci siamo fermati qualche volta, ma penso di avere bisogno di staccare. Nel tour c'è sempre lo stress del tempo, del viaggio... e poi l'impossibilità di fare sport. Io gioco moltissimo a tennis, per esempio. Per quanto riguarda il lavoro sto pensando a un'altra cosa come il cd-rom. Per adesso ho finito il mio nuovo album "Secret World Live", un doppio cd registrato dal vivo nel corso, appunto, di questo lunghissimo tour. Si tratta, in verità, del riassunto di quanto ho fatto fino a oggi, una sorta di antologia con un solo brano che si potrebbe definire semi-inedito, “Across the River". In fondo l'album è anche un modo per ringraziare quanti hanno suonato con me in questo tour massacrante. Dagli "habitué" come Tony Levin o David Rhodes a Billy Cobham e Paula Cole, che mi hanno accompagnato anche a Milano, il primo alla batteria e la seconda come vocalist.

Ha un desiderio, un sogno?

Vorrei che esistessero già gli Stati Uniti d'Europa.

Perché?

Perché ormai è chiaro che nell'economia mondiale i paesi piccoli non possono più essere importanti. Ci vuole un organismo che li rappresenti nei confronti del resto del mondo, dei mercati futuri, tutelando la loro identità culturale. C'è la necessità di avere una rappresentanza economica compatta, un'unione commerciale per sopravvivere, per competere soprattutto con quei luoghi dove la mano d'opera costa poco. E poi spezzare questa divisione del mondo in due modelli, quello dell'Europa bianca, storica, e quello dei paesi poveri da sfruttare. Bisognerebbe celebrare le differenze tra la gente di ciascun paese, non cercare di rendere tutti uguali.

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La più bella di tutte

Claudia Schiffer

È stata la più bella del mondo, la più pagata e, tutto sommato, anche la più castigata. «Sono l'unica modella della quale non si è neppure mai visto il seno» dichiarava orgogliosa. Persino il suo contratto miliardario con la Revlon le proibiva di mostrarsi senza veli.

Almeno fino a quando due fotografi spagnoli dell'Agenzia Korpa fecero crollare anche questo baluardo, e il mondo intero poté ammirare il perfetto seno al vento della mitica Claudia Schiffer.Quelle foto fecero il giro del mondo e la stampa internazionale diede ampio spazio all'«avvenimento». Solo il settimanale tedesco Bunte la mise in copertina vestita. Salvo poi dedicarle, con ipocrisia, molte pagine interne, con le foto a seno nudo. E la nuova Bardot protestò furiosa, annunciando querele e richieste di danni astronomici.

Grazie ad alcuni contatti privilegiati con l’ambiente della moda, decisi di cogliere al volto l’onda di attenzione provocata dalle “foto-scandalo” per provare a intervistarla per il settimanale Panorama. Fu molto complicato, moltissime telefonate e poi lunghe trattative con la sua agente, che sbarrava ogni tentativo di approccio giornalistico. Ma la mia costanza venne ripagata e finalmente, nel agosto del 1993, ebbi l’appuntamento: Claudia era in vacanza con la famiglia, alle Baleari, e quindi per intervistarla sarei dovuto andare là.

Si trattava di un autentico scoop, un’intervista assolutamente esclusiva: la bella Claudia non aveva mai concesso interviste alla stampa italiana e soprattutto nessun giornalista aveva mai messo piede nella sua casa di vacanza, nell’intimità della sua famiglia. Oltretutto proprio nel luogo dove erano state scattate le foto-scandalo, Puerto de Andratx, nell'isola di Maiorca, una discreta baietta a sud di Palma dove la famiglia Schiffer possedeva, da molti anni, una casa di vacanza.

Quell'anno Claudia aveva una ragione in più per andate lì a riposarsi. Aveva appena finito di recitare sé stessa in un lungo film-documentario dedicato alla sua vita: Claudia Schiffer special, diretto da Daniel Ziskìnd, ex assistente di Claude Lelouch, e girato in Francia, Germania e Stati Uniti. Le riprese erano appena terminate e già tutte le televisioni del mondo stavano facendo a gara per acquistarne i diritti.

Poco prima di partire, chiacchierando con un mio caro amico dell’epoca, assai facoltoso, della famiglia proprietaria di una nota società che produce utensili da lavoro, mi lasciai scappare (forse mi vantai un pochino…) che stavo per partire per Palma di Majorca per incontrarla. Al che il mio amico mi disse di non prenotare nessun albergo: “tengo lì il mio yacht” (un magnifico trentadue metri a vela), mi disse subito. “Ci sono cinque marinai più il cuoco a far niente, a mie spese, nel porto di Palma. Vacci tu così li faccio lavorare un po’!”. “E già che ci sei fatti portare a Puerto de Andratx in barca, così ti fai anche una bella crociera!”.

Non me lo feci ripetere due volte, e così il giorno concordato per l’intervista sbarcai nel piccolo porticciolo, a due ore di navigazione da Palma di Majorca, saltando giù dalla barca del mio amico. Salutando i marinai, mi recai al luogo dell’appuntamento, previsto per le tre e mezzo, al Cafè de la Vista, di fronte al molo affollato di yacht.

Sicuramente l’”entrata in scena” più spettacolare della quale abbia mai goduto un giornalista, per fare un’intervista!

*****

Con lieve anticipo arriva un'Audi 100 targata Düsseldorf: sono loro. Davanti due uomini, sul sedile posteriore l'inseparabile agente, Aline Soulier. Un po' di delusione: dov'è lei? È solo un attimo. Una nuvola bionda appare dietro Aline e si sporge in avanti sul sedile. «Ciao, sono Claudia» dice, tende la mano e sorride, Un fascino che stordisce, a mezzo tra Lolita e la Madonna.

Nessuno scende dalla macchina. «I paparazzi sono dappertutto» sussurra l'agente nel breve tragitto verso casa, una villa bassa, color mattone, a un piano. Facendo strada Claudia tiene a precisare che nessun giornalista, fino a quel giorno, è mai entrato in casa Schiffer e fa le presentazioni: «Mio fratellino, mia sorella Caroline, mia madre". Una signora molto distinta, assai tedesca, capelli biondi corti, supera persino il metro e ottantun centimetri della figlia. All'appello manca il padre, avvocato a Düsseldorf, vero regista nell'ombra e artefice del successo della figlia, dicono i meglio informati Che si debba a lui la creazione di un simile mito della bellezza?

Tutto è cominciato in una discoteca di Düsseldorf…

Ero molto giovane. Una sera si è avvicinato il proprietario dell'agenzia Metropolitan, mi ha chiesto di lavorare per lui...

Che reazione ha avuto?

«Se è una cosa seria» gli ho risposto «parlane domani con i miei genitori». Sa, ci sono tante tecniche di abbordaggio in discoteca, quella poteva essere una, nemmeno troppo nuova...

È legata alla sua famiglia?

Molto. È una famiglia con i piedi per terra. Mio padre è avvocato e mia madre lo aiuta nell'amministrazione. Non si sono fatti impressionare dal mio successo. Si stupiscono difficilmente. Sono molto fieri di me, questo sì, ma per loro non è nient'altro che il mio lavoro, e si aspettano da me che lo faccia al meglio.

E i suoi fratelli non sono gelosi?

Ma no! Sono fieri di me, piuttosto. In particolare mio fratellino di dodici anni. Poi ho una sorella che ne ha diciannove e frequenta l'università, dunque nessuna competizione tra me e lei. Infine ho un fratello di vent’anni: un amico.

Viene sempre qui a Maiorca con loro, in vacanza?

Fin da quando ero molto piccola. Adoro questo posto.

Ora che è cresciuta, però, sembra che lei abbia qualche problema nel passeggiare da queste parti…

Effettivamente ci sono paparazzi dappertutto, sulle piante... è imbarazzante. Ogni mio movimento viene osservato, studiato, fotografato... Non è proprio una vacanza, da quel punto di vista! (ride).

È il prezzo della celebrità…

Eh sì, è proprio così, Però vado spesso in barca con la mamma, con i miei fratelli. In mare mi sento tranquilla.

Proprio tranquilla?

Ah, per le foto in topless? Davvero non capisco come sia potuto accadere. Ero in barca con la mamma e con mia sorella Carolina. Eravamo all'àncora a prendere il sole. C'era anche Peter Gabriel che è un mio caro amico...

L'abbiamo visto…

Già, è vero. C'è anche lui in quelle foto. Comunque preferisco non parlane... In ogni caso ho già incaricato gli avvocati per i danni...

Dicono che vorrebbe fare l'attrice.

Mi piacerebbe provare, ecco tutto. Mi propongono dei copioni, e più li leggo più mi viene voglia di tentare... Oggi ho voglia di fare un film. Tanta voglia.

Ma non reciterà per Robert Altman, il prossimo anno, in “Prêt-à-porter”, dedicato al mondo della moda?

È veramente incredibile. La stampa di tutto il mondo continua a parlarne, ma non è assolutamente vero. E poi non vorrei fare un film dove recito ancora il ruolo di me stessa.

Se dovesse scegliere tra la top-model e l'attrice?

Fare la modella non è per tutta la vita. È un lavoro per ragazze molto giovani, che si fa per pochi anni, come giocare a tennis, o nuotare... Insomma, bisogna approfittare finché si può. In seguito mi piacerebbe anche tornare all'università e studiare storia dell'arte.

Ha sempre detto di voler difendere a ogni costo la sua privacy. Girare questo film sulla sua vita, nella sua casa, in quella dei suoi genitori, non è una contraddizione?

Non credo. I momenti veramente privati sono rimasti tali. Nel film si vede quello che ho deciso volontariamente di mostrare al pubblico: la mia famiglia, i miei amici, le mie vacanze, i miei hobby... Insomma, le cose che amo. E poi i viaggi, le sfilate, i fotografi con i quali lavoro, le conferenze stampa...

Lei vive tra Parigi e Montecarlo?

In realtà abito a Montecarlo, e non perdo occasione per tornarci quando non lavoro: nei week-end, per esempio.

Viaggia sempre accompagnata dalla sua agente?

Normalmente no. Ho bisogno di lei quando devo lavorare in Paesi che non conosco. In Argentina, in Giappone, in Australia o nell'Africa del Sud. In quei casi ci sono moltissimi fan, e poi giornalisti, paparazzi...

Sono noiosi tutti questi viaggi?

No, perché adoro leggere, e con un libro il tempo passa sempre, anche in aereo. E poi è un lavoro, non una vacanza!

Che genere di libri legge?

Soprattutto i libri d'arte. Preferisco l'Impressionismo e la Pop art. Mi piace molto anche la storia, le biografie dei grandi uomini. Ho letto quella di Cristoforo Colombo. Incredibile!

Hanno detto che lei è per metà Brigitte Bardot e per l'altra metà Romy Schneider-Sissi. Si riconosce in questi due modelli?

Si. Ma non tanto fisicamente. Piuttosto credo di avere in comune con loro alcuni aspetti del carattere, lo stile di vita... Trovo straordinaria la Bardot, oltre che bellissima: che carattere! Per Romy Schneider poi ho una sorta di adorazione. Ho visto tutti i suoi film ed è stato terribile quando è morta. Con una vita tanto sfortunata...

A parte le disgrazie vorrebbe essere lei la nuova Romy Schneider?

Ecco un altro bel complimento! Assomigliare a questa, a quella, a quell'altra bella donna. Sono tutti complimenti bellissimi, ma io voglio essere soprattutto me stessa. Faccio di tutto per essere me stessa.

Cosa voleva fare da grande?

Non prevedevo assolutamente di diventare una modella. Avrei voluto diventare avvocato.

Come suo padre?

Si, sarei andata a lavorare volentieri nel suo studio legale. Poi tutti i miei programmi sono saltati. Quando mi sono resa conto della fortuna che avevo avuto, ho deciso di rinunciare.

La sua storia sembra una favola anni Novanta. E i momenti difficili?

Esistono, certo. Ma, per esempio, non mi sento mai inadeguata...

Qual è il segreto?

Molta disciplina. E poi la capacità di stare con gli altri. Mi piace stare in mezzo alla gente. Mi piace rispondere con prontezza al tiro incrociato dei giornalisti nelle conferenze-stampa. È come una sfida. Non ho paura, ecco.

Solo questione di disciplina?

Anche un grande equilibrio. E in questo senso è fondamentale l'educazione ricevuta in famiglia: mi ha aiutato molto. Ha formato il mio carattere dandomi sicurezza, praticità ed equilibrio. E a non perdere il dominio della situazione nei momenti più complessi. È merito dei miei genitori se ora, per esempio, so parlare in pubblico senza timidezza.

Secondo i media i suoi amori nascono e cambiano velocemente, oggi Alberto di Monaco, domani Julio Boca. Qual è la vera Claudia?

La vera Claudia è una ragazza con molti amici. Il principe Alberto è uno di questi, un altro è Julio Boca. Ma poi c'è anche Placido Domingo o Peter Gabriel e molti altri personaggi pubblici. Cosi quando appaio in qualche fotografia insieme a loro la stampa di tutto il mondo li trasforma immediatamente in fidanzati! Ma non è vero.

Ma nel suo futuro c'è un fidanzato, un marito, dei figli?

Sono dispostissima a innamorarmi, e anche presto. Ma per adesso non ho nessun compagno per il semplice motivo che non sono innamorata di nessuno.

Cosa guarda di più in un uomo?

Non ho un tipo estetico ideale. La prima cosa che guardo è il carattere e soprattutto il senso dell'umorismo. A un uomo chiedo di avere fascino, di conquistarmi con l'intelligenza, con la testa, insomma. Che sappia cos'è l'ironia e che sappia insegnarmela. Se non si riesce a ridere, nella vita…

È impegnativo essere il suo fidanzato…

Tutti i compagni delle persone famose devono avere un carattere forte. lo amo gli uomini di carattere, ma che siano anche sensibili. Per andare in giro con me bisogna sopportare il chiasso, le intrusioni, i pettegolezzi, i giornalisti...

Ha sensi di colpa?

Cioè?

Beh, sembra che lei abbia tutto: bellezza, celebrità, denaro…

Mi sento fortunata, questo sì, ringrazio Dio e i miei genitori che mi hanno fatto nascere cosi. Per questo quando posso cerco di fare qualcosa di utile, di sociale.

Nella moda, però, non ci sono solo i buoni sentimenti. Ci sono anche la droga,l’alcol, le rivalità…

Droga e alcol non miinteressano. Le gelosie, quelle sì, ma non le capisco. Le modelle hanno fisici, caratteri e mentalità tanto diversi che, secondo me, c'è posto per tutte. E poi non è necessario essere bellissime. Ogni donna ha qualcosa di bello. Bisogna solo valorizzarlo.