Wydawca: Media4Commerce SRL Kategoria: Obyczajowe i romanse Język: angielski Rok wydania: 2014

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Opis ebooka Tempesta d’Amore - Vol. 2 - AA. VV.

Tempesta d’Amore è la soap opera in onda su Rete4 ed ambientatanel lussuoso Hotel Fürstenhof, vicino a Monaco di Baviera,in cui si intrecciano le vicende dei protagonisti. Questacollezione di romanzi raccoglie le storie d’amore più belle raccontatein televisione e che hanno appassionato milioni di telespettatoriin tutto il mondo.

Opinie o ebooku Tempesta d’Amore - Vol. 2 - AA. VV.

Fragment ebooka Tempesta d’Amore - Vol. 2 - AA. VV.

I romanzi di

Tempestad’amore

Volume 2

Un’edizione Fivestore

Sturm der Liebe 2013

© Bavaria Fernsehproduktion GmbH

Su licenza di BAVARIA SONOR

Bavariafilmplatz 7, D – 82031 Geiselgasteig

Progetto grafico e redazione: Actual Srl - Milano

AA.VV.

Traduzione a cura di Soget Srl

© 2013 Fivestore - RTI S.p.A.

SOMMARIO

La lingua del cuore

Sensazioni allarmanti

La lingua del cuore

CAPITOLO 1

«Per favore, signor Saalfeld, non chiami la polizia!». Questo fu tutto quello che Elena riuscì a dire, ma Werner le rivolse solo uno sguardo arrabbiato.

«Lei ha derubato un ospite!», esclamò lui in tono di rimprovero.

«Il portafogli l’ho solo trovato», protestò lei. «E non sapevo a chi appartenesse…».

«Si risparmi le scuse!». La interruppe Werner, quindi parlò al dottor Erhardt: «Mi dispiace molto. Il nostro chef è stato un po’ superficiale nella scelta dei suoi collaboratori».

«Va tutto bene», commentò il chirurgo sdrammatizzando.

«Vorrei spiegarvi perché ho restituito i soldi il giorno seguente», aggiunse Elena con le lacrime agli occhi.

«Questo lo racconterà direttamente alla polizia», rispose Werner impassibile.

«No, per favore!». Elena era impallidita.

Il dottor Erhardt si rese conto solo ora di ciò che aveva scatenato: «In tutta onestà, non ho nessuna voglia di occuparmi di una denuncia mentre sono in vacanza».

Elena fece un respiro profondo.

«La sua indulgenza le fa onore». Tuttavia, Werner volle parlare con Elena e le chiese di seguirlo nel proprio ufficio.

«… E poi voleva darmi dei soldi, ma io non li volevo!». Elena gli raccontò la storia tutto d’un fiato.

«Mi sembra giusto». Werner la squadrò con sguardo indagatore. «Ma questa storia cosa c’entra con l’uomo in ospedale?».

«Gliel’ho spiegato», ribadì lei. «Nessuno sa come né perché, ma ha subito un grave incidente e ha bisogno di un intervento chirurgico urgente». Gli raccontò quindi di aver chiesto al dottor Erhardt di eseguire questa operazione a titolo gratuito. Non c’era, infatti, chi potesse pagarla.

«Questa storia mi sembra un po’ tirata per i capelli», dichiarò Werner perplesso.

«Però è vera», rispose lei facendo trapelare disperazione dalla sua voce.

«E ora, all’improvviso, il dottor Erhardt le ha offerto dei soldi?». Lei annuì.

«Perché?».

Elena non poteva dirglielo, ma Werner non mollava.

«Ho visto qualcosa che sarebbe stato meglio non vedere…», tergiversò lei.

All’uomo quella risposta non bastò, adesso voleva sapere esattamente che cosa avesse visto.

«E va bene», acconsentì lei con un sospiro, e gli raccontò la scena del pianobar: il dottor Erhardt aveva baciato Charlotte.

Werner si mostrò indignato. «È inaudito», gridò arrabbiato. «È sposato da molto tempo! Questo dottorone non solo bacia la mia ex moglie di fronte a tutti, ma vuole anche comprarsi il suo silenzio con una tangente. Ma dove crede di essere: in un motel a ore?». D’un tratto guardò Elena con aria amichevole e comprensiva: «Lei ha reagito in modo corretto».

La ragazza scosse la testa senza capire.

«Intendo dire che ha fatto bene a rifiutare il denaro e anche a restituirgli il portafogli di sua spontanea volontà, anche se un po’ in ritardo. Tutti commettiamo degli errori. Se lei è d’accordo, considero il caso chiuso».

«E posso continuare a lavorare qui?», chiese timida.

Lui annuì.

Gli sarebbe saltata al collo dalla gioia, ma all’ultimo momento si trattenne. «Grazie, grazie mille, signor Saalfeld!».

Charlotte, nel frattempo, parlò di nuovo con il dottor Erhardt dell’ora di tango.

«Mi sono spinto oltre il dovuto», si scusò subito il dottore. «Le prometto che non succederà più».

«Quindi devo ritenere che mi abbia baciato solo, diciamo così, per noia?», incalzò la donna.

Lui sospirò: «Non mi fraintenda, Charlotte: penso che lei sia molto affascinante e attraente», continuò lui.

«Ma poi si è ricordato di essere un uomo sposato?».

Il dottor Erhardt cercava una scusa. «Ho appena avuto un’esperienza particolare con una delle sue dipendenti, per questo, forse, sono un po’ confuso…».

Charlotte aggrottò la fronte.

«La ragazza prima mi ha rubato il portafogli, poi me lo ha restituito e mi ha implorato in modo formale di aiutarla».

Charlotte volle sapere di chi stesse parlando.

«Credo che lavori in cucina. È una ragazza straniera, una rom, piuttosto giovane».

Non poteva che trattarsi della signorina Majoré.

«Comunque, poi è arrivato il suo ex e… ed è andata così».

Charlotte desiderava conoscere tutta la storia, così il medico le raccontò la storia del paziente ignoto incontrato in clinica.

«Per come ne parla…», Charlotte guardò il medico pensierosa.

«Il destino di quest’uomo non lascia indifferente neanche lei, mi sbaglio?».

Il dottor Erhardt si strinse nelle spalle. «Come medico, e soprattutto come chirurgo, si diventa insensibili, anche solo per istinto protettivo. Ma una cosa del genere… Un uomo così giovane sfigurato per sempre…».

Charlotte gli propose di vedere il paziente almeno una volta: «So che lei è una persona disposta ad aiutare gli altri», aggiunse. «Lo dimostrano le sue generose donazioni alla mia fondazione».

«Questa è un’altra storia», ribatté lui.

«Però sa che cosa si prova a fare del bene», insisté sorridendogli calorosamente.

«Una ricostruzione facciale non è un aumento del seno», aggiunse abbassando la voce. «In passato, nel campo della chirurgia ricostruttiva ero uno dei migliori, ma oggi? Togli un cuscinetto qui, metti un cuscinetto là…». Il medico dubitava di sé: probabilmente non era più capace di fare altro.

«Queste cose non si disimparano», lo incoraggiò Charlotte.

«Ma si perde la mano».

La donna rimase in silenzio per un po’. «Sembra che quello che sta facendo non la appaghi», affermò.

«Anche se così fosse, non ho tempo per altro. Ormai la clinica assorbe tutto il mio tempo».

«Continuo comunque a pensare che sarebbe giusto che lei vedesse quell’uomo…».

Tanja considerava sbagliato che Xaver continuasse a fingere di essere sordo. Anche per Xaver non era un gioco da ragazzi: con il suo “handicap” non poteva più lavorare come portiere ed era stato assegnato alla lavanderia… e stirare non era proprio uno dei suoi passatempi preferiti.

«Quando ti renderai conto che non sei abbastanza intelligente per queste cose?», gli chiese Tanja, quando gli fece visita. «Non sarai mai un vero imbroglione. La volontà c’è, ma l’abilità…».

«Ho capito», sospirò lui. «Almeno ora Sibylle ha un po’ di capitale iniziale per le sue coltivazioni e per l’allenatore». Xaver aveva consegnato tutti i soldi dell’indennizzo ricevuti da Charlotte Saalfeld alla sua ragazza.

«Non riuscirai comunque a resistere a lungo qui», sorrise Tanja.

«Nessuno mi obbliga», le rispose. Non aveva intenzione di rimanere “sordo” fino alla fine dei suoi giorni…

Sibylle, nel frattempo, stava cercando di capire come Xaver avrebbe potuto semplificarsi la vita. In una rivista per non udenti si imbatté in un annuncio che offriva un corso di formazione per chi aveva questo problema. La lettura delle labbra e il sostegno psicologico: ecco ciò di cui Xaver aveva bisogno in questo momento. Avrebbe dovuto investire i soldi dell’indennizzo in questo, non per Rodrigo.

Xaver rimase di sasso quando Sibylle gli disse che gli aveva trovato un terapeuta e aveva già pagato le sedute.

«E che ne sarà della corsa?», le chiese Xaver ad alta voce. Di fronte a lei doveva comportarsi come se non sentisse nulla, neanche se stesso. «E la tua coltivazione?».

«Sei tu la cosa più importante», scrisse lei su un pezzo di carta.

«I soldi, però, erano destinati a te…».

Sibylle scosse la testa, non poteva accettarli. Aveva già fissato un appuntamento con il terapista per Xaver per la sera stessa. Lui si sarebbe strappato i capelli piuttosto che affrontare la terapia e decise che avrebbe recuperato i soldi, questo era sicuro.

Theresa correva agitata per l’ufficio del birrificio. La signora van Norden doveva essersi sbagliata: lei era stata il grande amore di Moritz e lui il suo. Konstantin però aveva ragione, il tempo che avevano trascorso insieme era stato bello, almeno fino a quando aveva saputo chi era veramente. Fino ad allora non si era accorta di niente. Era romantico e tenero, proprio come Moritz… Che cosa doveva fare adesso? Non sapeva più che cosa era giusto e che cosa no. Sopraffatta, si lasciò cadere su una sedia.

«Come puoi convincerla che la amerei più di Moritz? Tu non sai quanto fossero forti i loro sentimenti», disse Konstantin rimproverando la madre. Non voleva che Doris ferisse ancora di più Theresa, la amava troppo.

«Lo supererà», ribatté Doris imperturbabile. «Non vedi che questa è la tua occasione? Di più non posso fare. Il resto devi farlo da solo. Sai come conquistare una donna, giusto?».

«Non con trucchi, menzogne e inganni!», affermò lui pungente.

«Pensi che Theresa tornerà da te di sua volontà?», lo derise Doris. «Non essere ridicolo!».

«So che non è facile, ma ingannare il prossimo non è il mio forte e non ho intenzione di manipolarla. Deve essere colpita dalla mia persona, dalla mia sincerità. Finora mi crede solo un pazzo!».

Il caso venne in aiuto a Konstantin. Uno dei baristi si era ammalato e André Konopka cercava disperatamente un sostituto temporaneo. A Buenos Aires, Konstantin aveva lavorato come barista; questo, ovviamente, non lo raccontò allo chef, gli disse invece che lui, Moritz Van Norden, aveva finanziato i propri studi lavorando in vari bar e che, dopo il periodo di stress causato dal lavoro, aveva voglia di tornare dietro il bancone. André all’inizio era scettico: un celebre architetto che prepara dei cocktail? Ma nessuno, in realtà, aveva nulla da perdere. Così, lasciò che Moritz van Norden sostituisse il barista ammalato.

Doris non disse niente.

«Dimostrerò a Theresa a modo mio che sono la persona giusta per lei», dichiarò Konstantin, mentre preparava i primi cocktail.

«Così vedrà che resto qui, che sto facendo sul serio e che lotterò per lei».

Julius aveva ancora una notte per riflettere sulla proposta di Theresa di tornare a lavorare al Burger Bräu.

«Me ne vado», comunicò a Gitti. «Questo lavoro non fa per me».

Sorpresa, lei fece una smorfia: una volta il Burger Bräu era stato il suo mondo!

Lui sospirò: «È tutto troppo incerto. Se la gente non vuole la nostra birra, io mi ritrovo in mezzo alla strada. E poi?». Non poteva permettersi di lasciare un posto di lavoro sicuro per lavorare al birrificio. Questa, però, non era l’unica ragione: non poteva restare anche per via di Gitti. «Sono tuo padre, quindi sei sotto la mia responsabilità».

«È per questo che vuoi andartene? Che senso ha?».

«Hai avuto un buon lavoro presso la società di consulenza di Monaco di Baviera» , esordì Julius. «E ora lavori come cameriera».

«Ti ho già spiegato perché», ribadì Gitti.

«Ma non hai studiato per fare la cameriera», continuò lui. «E questo lavoro non ti dà alcuna sicurezza».

Lei scosse la testa sorridendo. «Te lo dico con il cuore: non devi preoccuparti per me. Negli ultimi anni me la sono cavata e continuerò a farlo in futuro. La decisione spetta a te». Ma Gitti sarebbe stata felice se il padre fosse rimasto nelle vicinanze.

«Hai già trovato un mio sostituto?», chiese Julius, quando poco dopo raggiunse Theresa alla birreria.

Lei rise. Tutti sapevano che era impossibile trovare un sostituto adeguato per il signor König in un tempo così breve.

«Bene», commentò Julius, quindi estrasse due bottiglie di birra dal giaccone, le aprì e ne diede una a Theresa. «Vorresti allora brindare con il tuo nuovo e vecchio mastro birraio?».

Il suo viso si illuminò: Julius sarebbe rimasto!

Elena era seduta a fianco del letto dello sconosciuto, in ospedale. A sorpresa entrarono nella stanza il dottor Erhardt e Charlotte Saalfeld. Il medico si avvicinò al ragazzo e si presentò.

«Ho parlato con il suo medico curante, il dottor Huber», gli spiegò. «Se non le dispiace, vorrei esaminare le sue ferite».

Moritz sorrise sotto le sue bende. Il dottor Erhardt chiese a Elena e a Charlotte di uscire.

L’infermiera tolse le bende e il dottor Erhardt strinse le labbra: non era certo in buone condizioni, anzi la situazione era pessima.

Xaver disse a Sibylle di essere andato alla sessione di terapia e di aver già iniziato a praticare la lettura delle labbra. In realtà, aveva davvero cercato il terapeuta, ma soltanto per recuperare il denaro. Xaver, infatti, gli aveva spiegato di non essere completamente sordo, ma di avere solo problemi di udito, e aveva aggiunto di non avere bisogno di alcun trattamento. Il terapeuta gli aveva reso controvoglia i soldi che Sibylle aveva appena versato.

Nel frattempo, Theresa si era appisolata alla sua scrivania nell’ufficio del birrificio e stava sognando Konstantin: era a letto con lui.

«Ti amo», le sussurrò lui, e lei replicò le sue parole. «E non è più un problema che io non sia lui?».

In risposta, lei lo tirò verso di se. All’improvviso Moritz apparve accanto al letto. Spaventata, lei si allontanò da Konstantin, ma Moritz sorrise.

«Va tutto bene», le disse. «Ti perdono».

«Di cose ne ho viste tante: bambini che vengono al mondo senza un naso, vittime di incidenti… ma quello che ho visto oggi…». Il dottor Erhardt, seduto al bar con Konstantin, si fece preparare un cocktail. La visita in ospedale al paziente senza identità continuava ad assillare la mente del chirurgo. «Davvero una tragedia. Il viso di quell’uomo è irriconoscibile. Il tempo necessario per una ricostruzione, o meglio per una nuova costruzione… e tutto questo gratis? Come si può fare?».

Konstantin ascoltò in modo molto professionale (i baristi sono abituati a fare da valvola di sfogo per i loro clienti, anche quelli occasionali), ma nei suoi pensieri era con Theresa, che proprio in quel momento arrivò al pianobar.

«Che ci fai qui?», gli chiese confusa.

«Lavoro», le rispose.

Theresa se ne stava lì, come paralizzata. Questo significava che Konstantin aveva deciso di restare. In qualche modo si sentì sollevata; probabilmente l’agitazione era dovuta al sogno che aveva fatto… ma così non andava, non poteva fare questo a Moritz. Non se lo sarebbe mai perdonato.

Quella notte anche Moritz, in ospedale, aveva fatto un sogno: vide Theresa il giorno in cui si erano conosciuti. Era bagnata perché il tubo dell’acqua di irrigazione si era azionato automaticamente. Lei aveva riso. Moritz trasalì.

«Da architetto di successo a barman in prova?», chiese Gitti deridendo Moritz van Norden, la mattina seguente. «Che svolta!».

«So anche di una consulente aziendale di successo, che attualmente lavora come cameriera», ribatté Theresa.

Gitti, però, era convinta che la propria fosse una situazione diversa. «Pensavo che Moritz fosse un modello», azzardò. «E che il lavoro come barista gli interessasse solo perché poteva conoscere facilmente tante donne!». Gitti non sapeva ancora perché Theresa e Moritz si erano lasciati, ma sospettava che lui avesse tradito la sua amica.

«Moritz non fa il modello!», ribatté Theresa. «E che cosa c’è di male a voler fare qualcosa di completamente diverso, dopo il periodo di stress che ha attraversato? Desidera rilassarsi e trovare nuovi orizzonti».

Gitti le rise in faccia con sarcasmo: «Considerando che non state più insieme, lo difendi molto».

Theresa deglutì.

Elena aveva chiesto il permesso di portare a Charlotte Saalfeld la colazione in appartamento. La donna la accolse amichevole.

«Riguardo alla storia della borsa del dottor Erhardt…», cominciò Elena piano.

Charlotte la interruppe: «Il mio ex marito si è chiarito con lei e la cosa mi sta bene, non si preoccupi». Aveva già parlato con Werner della vicenda e aveva ritenuto giusto che la signora Majoré non venisse licenziata. «Ma mi aspetto che una cosa del genere non accada mai più».

«Grazie infinite!», disse Elena raggiante. «Anche per aver convinto il dottor Erhardt ad andare in ospedale».

«In fin dei conti è stata lei a convincerlo», puntualizzò la signora Saalfeld. «Ho solo dovuto dargli una spintina».

«Pensa che farà l’operazione?». Charlotte si strinse nelle spalle.

«Lo spero. Quel giovane uomo è così abbattuto… forse l’operazione gli ridarebbe un po’ di speranza».

Anche Charlotte era rimasta toccata dalla vicenda dello sconosciuto. «Un giovane uomo strappato dalla vita. Nessuno sa chi è, né da dove venga». Era davvero terribile. «Perché quest’uomo le sta tanto a cuore?».

«Come?», Elena fu presa in contropiede.

«Non lo conosce nemmeno!».

Elena cercò le parole giuste. «Ogni volta che vado a trovarlo, la cosa mi fa star bene», le confessò. «Parlare con lui, raccontargli la mia giornata, fargli coraggio. Sento che c’è qualcosa… una sorta di legame invisibile».

Terminato il lavoro, Elena si avviò verso l’ospedale. Lo straniero non aveva mai sentito parlare del dottor Erhardt.

«Sono sicura che sarà lui a operarla», gli disse Elena euforica.

«E anche la signora Saalfeld ne è convinta».

«Chi?», chiese lui distrattamente.

«La donna che è venuta ieri a farle visita. Lei conosce meglio il dottor Erhardt e voleva riparlare con lui. La sua storia l’ha molto commossa».

Moritz si limitò ad annuire.

«Non sarebbe fantastico? Un volto nuovo? Una nuova vita?».

Lui rimase in silenzio.

«Cosa c’è? Non è contento? Avrà un volto nuovo!».

Moritz si girò verso Elena e la guardò con occhi vuoti.

«Preferirei riavere la mia vecchia faccia», rispose secco. «E la mia vecchia vita».

«Ma se non se la ricorda nemmeno», ribatté Elena. «Chi lo sa com’era la sua vecchia vita? Forse terribilmente triste e infelice. Ora, però, lei ha la possibilità di ricominciare. È meraviglioso!».

«Ho fatto un sogno questa notte: nella mia vita precedente c’era una donna…».

Elena deglutì.

«… E io l’ho amata».

A Elena crollò il mondo addosso…

CAPITOLO 2

Sibylle aveva ricevuto una telefonata dal terapeuta di Xaver: ora sapeva la verità ed era fuori di se dalla rabbia. Andò subito a parlare con il suo ragazzo.

«Da quanto tempo mi stai mentendo?», sbottò lei.

Lui cercò di difendersi, ma poi si rese conto che era inutile.

«Non mentirmi!», gli intimò amareggiata; poi lo accusò di aver imbrogliato anche la signora Saalfeld.

«L’indennità mi spetta di diritto», protestò. All’inizio era stato davvero sordo.

«Poi hai pensato che la situazione potesse tornarti utile per fare un po’ di soldi?».

«Ho fatto tutto per te», si giustificò Xaver. «Affinché Rodrigo potesse partecipare alla gara. Poi tu lo hai ritirato per restituirmi i soldi per la terapia e…».

«Avresti potuto semplicemente dire che ci sentivi di nuovo». Xaver sospirò. Lei pretese che lui restituisse i 5000 euro alla signora Saalfeld. Sarebbe comunque finita così.

«Pensi forse che il mio cavallo sia più importante di te? Come hai potuto farmi questo?», Sibylle lo fissò incredulo.

«Volevo solo aiutarti», protestò lui.

«Riesci sempre a rovinare tutto!». Sibylle corse via con le lacrime agli occhi.

«Come ha potuto farmi questo? Ingannarmi di nuovo?», Sibylle si sedette con Tanja, completamente persa. Xaver aveva ingannato anche Jacob, per far sì che i due si lasciassero.

«Lui ti ama davvero», le disse Tanja, che si sentiva la coscienza sporca. Dopotutto, lei lo sapeva già da un po’ che Xaver non era più sordo.

«L’amore significa anche fiducia». Sibylle era perplessa. Per lei era stata dura ricostruire questa fiducia. «E dopo questo, ora..».

«A volte, si pensa di fare la cosa giusta e non ci si rende conto che in realtà è la più sbagliata», commentò Tanja.

Sibylle fece una smorfia. All’improvviso guardò l’amica con aria sospettosa. «Tu lo sapevi!», sbottò.

Tanja si morse il labbro inferiore.

«Tu eri d’accordo con Xaver! Bella amica che sei!», Sibylle si alzò in piedi. «Me la pagherete! Tutti e due!».

Per telefono, Tanja informò Xaver che Sibylle l’aveva minacciata di raccontare tutto. Lui corse subito alla reception, per informare il signor Sonnbichler che all’improvviso ci sentiva di nuovo. Alfons lo abbracciò per la gioia: quella era davvero una buona notizia! Xaver avrebbe potuto riprendere il lavoro come portiere!

Sibylle aveva intenzione di riferire al signor Sonnbichler l’imbroglio di Xaver, ma quando giunse alla reception e vide che Xaver l’aveva preceduta, non disse nulla.

«Avresti potuto smascherarmi. Perché non l’hai fatto?».

Sibylle lanciò uno sguardo furioso a Xaver. «Non gioire troppo presto», replicò fredda.

«Va bene, quando è così..». L’uomo le si inginocchiò davanti, al centro della stanza del personale. «Chino il mio capo e imploro il tuo perdono».

«E l’indennità della signora Saalfeld?», chiese Sibylle, mantenendo un certo distacco.

«La restituirò al più presto», promise guardandola con aria sincera. «Io ti amo, Sibylle».

I suoi occhi si inumidirono, si alzò e cercò di abbracciarla, ma lei si svincolò all’improvviso.

«E la stupida Sibylle dovrebbe fare come se niente fosse? No, non questa volta!», poi corse via.

«Come può una persona onesta come Sibylle prendere una cantonata del genere?». Nils non aveva la minima simpatia per Xaver.

«Aspetta un attimo, cosa intendi per “prendere una cantonata”?», protestò Xaver. «Io amo Sibylle e lei ama me».

«Forse, ma anche se si è innamorati, non si può accettare qualsiasi cosa. Con tutte le bugie che racconti…».

Doris aveva cercato Theresa e la trovò nel parco. Aveva appena tagliato un mazzo di rose per la presunta tomba di Moritz e Doris le chiese il permesso di accompagnarla.

«È dura perdere un uomo e non potere nemmeno piangerlo», le disse guardando Theresa di traverso, in modo insidioso. «È difficile per lei, per me e anche per Konstantin. Lui è davvero addolorato per la morte del fratello gemello».

«Non ha neanche avuto la possibilità di conoscerlo», le rispose brusca Theresa.

«È venuto fin qui per incontrarlo, poi è successo questo tragico incidente, per il quale si sente responsabile». Doris guardò di nuovo Theresa. «Anche le autorità la penserebbero così e gli imputerebbero la colpa della morte del fratello. Non riuscirei a sopportare l’idea di perdere anche il mio secondo figlio».

Theresa alzò gli occhi: «Perché non me lo chiede e basta?». Era chiaro che la signora van Norden voleva sapere se avrebbe continuato a non parlare.

«Prima di tutto mi interessa sapere come finirà tra lei e Konstantin», azzardò Doris.

«Un futuro insieme è fuori discussione», ribatté Theresa con convinzione.

«I presupposti c’erano…», sottolineò Doris.

«Lui non è Moritz». La voce di Theresa si fece amara. «Ma non si preoccupi, nessuno saprà la verità da me».

«Grazie». Doris fece un sospiro di sollievo. «Le sono grata. E non deve affrontare da sola il suo dolore, signora Burger. Se vuole parlarne, per lei ci sono sempre».

Per Theresa questo era troppo, voleva stare sola.

Dopo essersi congedata, la ragazza andò alla tomba di Moritz e vi posò i fiori. Non importava ciò che voleva dire la signora van Norden, lei sapeva che Moritz l’aveva amata con tutto il cuore. E lui le mancava terribilmente. Perché si erano separati in un modo così terribile? Non riusciva a smettere di piangere.

«Mentre sprechi inutilmente il tuo tempo, la signora Burger va alla tomba da sola!». Doris mise sotto pressione il figlio, mentre stava riordinando il bar.

«Theresa vuole mantenere le distanze», spiegò Konstantin. «E io lo rispetto».

«Non la riconquisterai mai tenendo le distanze», replicò lei. «Sembra essersi sepolta nel suo dolore e penso che, per usare un eufemismo, sia un po’ rischioso».

«E tu cosa suggerisci?», chiese con tono sarcastico. «Devo far finta che non sia successo nulla?».

Doris aveva messo Konstantin in guardia fin dall’inizio, e aveva avuto ragione: Theresa amava Moritz, non lui.

«Non volevi dimostrarmi che lei ama anche te?», lo sfidò. «Un’occasione così non ti si ripresenterà mai più. Lei si sente sola con il suo dolore. Vai e condividilo con lei».

Lui esitò.

«Mi deludi», lo provocò ancora. «Moritz non avrebbe esitato. Tuo fratello non sarebbe rimasto a guardare mentre la sua felicità veniva minacciata».

«Basta!», esplose Konstantin. «Di certo non mi metto a scodinzolare al tuo fischio!».

Dopo un po’, Konstantin si recò al birrificio e chiese a Theresa di parlare in privato.

«Ho preso una decisione: non tornerò in Argentina, io resto qui, come Moritz van Norden».

Theresa lo fissò incredulo.

«Grazie al signor Saalfeld posso lavorare al Fürstenhof e guadagnarmi da vivere», continuò. Werner, infatti, era molto soddisfatto della sua attività come barista e gli aveva preventivato un contratto a tempo indeterminato.

«Che sfacciataggine!», ribatté lei. «Pensi davvero di ottenere qualcosa da me solo perché ti stabilisci qui come un parassita? Perché non te ne vai?».

«Perché voglio assolutamente sapere chi era mio fratello», rispose Konstantin serio.

«Così potrai ingannare meglio gli altri?», obiettò lei. «Non importa cosa farai, tu non sei Moritz… e non lo sarai mai».

«Dannazione, questo lo so!», sottolineò Konstantin facendo un passo verso di lei, che si allontanò. «Theresa, ho scoperto da poco dove sono le mie radici. E anche di avere un fratello gemello. Mi sono fatto prestare dei soldi per venire in Germania, perché volevo solo una cosa: ritrovare la mia famiglia. Poi ho scoperto mio fratello. Mi piacerebbe sapere di più su di lui».

«Da me?», lei non riusciva a sopportare la situazione.

«Non posso chiederlo a nessun altro». Tutti gli altri credevano che Konstantin fosse Moritz.

«Chiedi a tua madre!», Theresa ormai riusciva a fatica a rimanere distaccata.

«Lei usa Moritz solo per ferirmi», si lamentò. «Com’era lui veramente? Ti prego, raccontami di lui…».

Dopo qualche esitazione, Theresa acconsentì. Raccontò a Konstantin di come Moritz le avesse lasciato una scarpa sola, sostenendo che l’altra volesse girare il mondo. Se lei lo avesse accompagnato a Shanghai, l’altra scarpa sarebbe tornata da lei. La ragazza sorrise a questo ricordo.

«Era piuttosto creativo», ammise il gemello. «Era davvero bravo come architetto?».

«Aveva molto successo», gli confermò. «Tua madre non ti ha raccontato nulla di lui?».

«Sì! Ma solo per puntualizzare che Moritz era migliore di me sotto tutti i punti di vista». Si percepiva come la cosa gli facesse male. «Continua», la pregò.

«Mi ricordo ancora di quando abbiamo ballato il tango per la prima volta…», disse con aria sognante. «Moritz aveva fatto chiudere il pianobar. Il pianista suonò solo per noi». Konstantin aggrottò la fronte. «Eravamo un’unica persona. È stata una serata magica».

«Stai parlando di noi due», la interruppe Konstantin. «Noi due abbiamo ballato il tango insieme».

Theresa impallidì. Aveva confuso Konstantin con Moritz?

«Lasciami in pace», sussurrò lei. «Non distruggere i miei ricordi. Ti prego, non farmi questo».

Elena andò a chiedere a Michael se avesse avuto buone notizie dal dottor Erhardt.

«Il mio collega non si è ancora pronunciato», le rispose il Dr. Niederbühl con rammarico.

«Questo non è un buon segno, vero?», temeva.

«Aspettiamo ancora».

Elena era visibilmente delusa.

«Senta, signorina Majoré, trovo ammirevole come si è presa a cuore la sorte di questo uomo, ma… non sa chi sia e lo aspetta una serie di operazioni difficili. Nel suo mondo regnano il caos e la paura. Non c’è spazio per l’amore e il romanticismo. Non si aspetti troppo».

Elena arrossì. Michael aveva colto nel segno e la guardò pieno di compassione.

«Volevo solo sapere se aveva già deciso», chiese Charlotte, rivolgendosi al chirurgo estetico. «L’uomo senza volto… lo opererà?».

«Si tratta di un caso interessante», il dottor Erhardt aggirò la domanda. «Il mio ospedale, però, è così affollato… Le richieste di intervento di chirurgia plastica sono numerose… e riesco a malapena a soddisfarle».

«Non può rimandarle?», insisté lei.

«Per quanto mi farebbe piacere aiutarlo, ho i miei obblighi».

Lei lo guardò sospettosa. «Mi permetto di insistere», continuò.

«Pensi a quel giovane. Un tempo ardeva di passione per la sua professione e sono sicura che la fiamma arda ancora…».

Il medico divenne pensieroso.

Charlotte continuò: «La capisco: accettare questo incarico significherebbe perdere alcuni dei suoi clienti famosi…». L’espressione del dottor Erhardt fu una risposta eloquente, la donna aveva centrato il punto. «Certo è possibile, ma sono convinta che lei farebbe un ottimo lavoro. Oppure intende continuare a sprecare le sue capacità per nasini all’insù e décolleté prorompenti? Accetti questa sfida e non sarà il solo a vincere! Con la sua abilità potrà restituire al paziente la possibilità di vivere in modo dignitoso. Lei è la sua ultima e unica speranza!».

Il dottor Erhardt si dichiarò sconfitto. «Lo farò», acconsentì, «darò a questo uomo un nuovo volto».

Riconoscente, Charlotte gli mise una mano sul braccio: «So che sarà un successo».

Theresa aveva appuntamento con Gitti per il pranzo, ma non riuscì a mandare giù un solo boccone.

«Che cosa ti succede?», le chiese l’amica, anche se immaginava già la risposta: Moritz.

«Continuo a pensare a lui…», sospirò Theresa. «Ma non voglio più vederlo».

«Allora non venire al Fürstenhof», le suggerì Gitti. «Almeno nei prossimi giorni».

«Non ho più una casa, dormo su una brandina nel birrificio, e ora non posso nemmeno più andare all’hotel?», si esasperò Theresa.

«Perché non torni a vivere da me?», le propose l’amica.

«Grazie, ma… non me la sento ancora».

In quel momento, Theresa era tanto confusa.

In serata, Gitti vide una donna attraente flirtare al bar con Moritz van Norden e le sembrò che lui rispondesse a queste attenzioni. La signora gli infilò in tasca cinquanta euro e un biglietto, poi sparì.

«Ah, allora è così!», Gitti si presentò furibonda a uno sconcertato Konstantin.

«Prego?».

Gitti gli prese il biglietto. Suite Sissi, aveva scritto la signora. «Con quante donne è già stato?», gli chiese la ragazza, con tono avvelenato. «Cinquanta euro! Piuttosto a buon mercato».

«È fuori di testa?!», le rispose Konstantin amareggiato, ma lei se ne era già andata.

Gitti andò subito dal signor Saalfeld a riferirgli quello che aveva appena visto.

«Saprà anche fare dei buoni drink, il nuovo barista», gli raccontò, «Ma temo che, a lungo andare, la cosa non gioverà all’immagine di questo albergo».

Werner aggrottò la fronte senza capire.

«Quel Moritz flirta pesantemente con le ospiti e si fa dare i loro numeri di stanza».

«Sa quanti biglietti riceve un uomo di bell’aspetto?», le chiese Werner con tono sprezzante. «Non pensavo che fosse così attenta a questo tipo di cose, signora König».

Gitti si strinse nelle spalle.

«Se non le spiace che un suo dipendente, dietro il bancone, lavori come gigolò, a me sta bene».

Moritz van Norden un gigolò? Werner non riusciva proprio a crederci.

«L’ho visto con i miei occhi». Gitti lo guardò intensamente.

Solo la mattina seguente Werner parlò con Doris della strana accusa della signora König.

«Si tratta di tuo figlio», le riferì a disagio. «Dicono che… A quanto pare, flirta con le donne al bar e poi se le porta a letto».

«Stai scherzando?», gli chiese Doris contrariata.

«Mi è stato riferito da una fonte affidabile».

La donna scosse la testa.

«Se fosse davvero così, il nostro hotel non può ammettere un comportamento simile». Werner non voleva ingigantire la cosa, ma le chiese di parlare con Moritz.

Nel frattempo, Gitti riferì a Theresa quello che aveva fatto la sera precedente.

«Quindi è solo questione di ore, poi Moritz sparirà per sempre», concluse soddisfatta.

«Sei impazzita?», le domandò stupita Theresa. «Non è certo un ragazzo a ore».

«Ma va con le sconosciute…», continuò Gitti.

«Chi lo dice?».

«Tu!».

Theresa lanciò all’amica uno sguardo sbalordito.

«Ti ha mentito e ti ha tradita, sono parole tue!».

«Accidenti, ma non con altre donne!».

Gitti non riusciva più a seguirla: con chi allora?

«Non posso dirtelo».

«Che cosa ti succede?». Gitti era al limite della pazienza. «Mi spremo il cervello per pensare a come aiutarti a sbarazzarti di quel bastardo, e tu non mi dici nemmeno la verità sul perché lo hai lasciato?».

Theresa si morse le labbra e scosse la testa.

«Io non ti capisco! L’hai detto tu stessa che preferiresti non rivederlo mai più!».

«Questo non ti autorizza a diffondere bugie sul suo conto», la riprese Theresa. «Con il signor Saalfeld hai superato ogni limite!».

«Che cosa stai dicendo?», Konstantin reagì aggressivamente quando la madre lo accusò di essere uno gigolò. «Sono un barista, flirto con le donne, e allora? Lo sai che amo Theresa! Non crederai davvero che accalappi altre donne… in pubblico, poi!».

«Allora perché Werner ha detto una cosa simile?», gli chiese scettica. «Qualcuno deve averti visto. Hai una vaga idea di chi possa essere?».

Konstantin ce l’aveva. Sapeva chi era stato.

CAPITOLO 3

Charlotte aveva fatto chiamare Elena Majoré.

«Ho una notizia meravigliosa», le annunciò raggiante. «Il dottor Erhardt ha deciso che farà l’operazione».

«È fantastico!». Elena era ì sopraffatta dalla gioia.

«Sono certa che sarà contenta di dare lei stessa la bella notizia al paziente…».

Con stupore di Charlotte, invece, Elena rifiutò.

«Non posso farlo. Non andrò più da lui».

«Come prego?».

Elena cercava disperatamente le parole giuste. «Non sarebbe giusto per lui», spiegò impotente. «E neanche per me».

A Charlotte sembrò di non capire più nulla. Ieri la giovane donna le aveva raccontato della sua relazione col paziente sconosciuto.

«… Probabilmente ho frainteso il suo comportamento», balbettò Elena. «Vada lei e gli dica che sono felice per lui. D’accordo?».

«Se resto al Fürstenhof o meno, non sei tu a deciderlo!», disse Konstantin a Theresa aggredendola nell’ufficio del birrificio. «Puoi raccontare in giro quello che vuoi!».

Per fortuna la ragazza si rese conto di quello che voleva dire. «Non sono stata io», si difese.

«Allora chi di voi è andato diretto dal capo?», chiese, riuscendo a malapena a controllare la rabbia. «Tu o la tua cara amica?».

«Non è stata una mia idea. Fare la spia non è nel il mio stile. Gitti voleva solo aiutarmi». Ma anche Theresa si era resa conto che la cosa non aveva funzionato: «Le ho detto che la tua vista mi disturba. Il che, probabilmente, è normale date le circostanze».

«Allora stai lontana dal Fürstenhof!», le suggerì piano. «Tu non lavori lì, non vivi lì… cosa vuoi allora?».

«Io non devo assolutamente giustificarmi con te», ribatté Theresa, fissandolo con rabbia.

«Vorresti solo che me ne andassi, giusto?», la accusò.

«Credo che per te non farebbe differenza», gli rispose acida. «Come barista senz’altro non resterai solo per molto».

Konstantin colse un pizzico di gelosia nelle sue parole e fece una breve risata. «Tu volevi che stessimo lontani, non io».

Lei si strinse nelle spalle. «Per quanto mi riguarda, possono anche licenziarti», gli disse. «Sarebbe meraviglioso».

«Non credo proprio che accadrà».

La sicurezza di Konstantin la mise con le spalle al muro. «Sei solo un presuntuoso galletto argentino», urlò. «Il giorno che non dovrò più vederti sarò felice. Non verserò neanche una lacrima».

«Sei così carina quando ti arrabbi».

Prima che Theresa potesse impedirlo, lui la abbracciò e la baciò appassionatamente. Anche lei lo baciò. Non poteva fare diversamente. Alla fine, però, la ragione ebbe la meglio e Theresa allontanò con forza Konstantin.

«Sei diventato pazzo?», gridò. «Smettila! Subito!». Theresa fece qualche passo indietro: «Come puoi fingere che tra noi vada tutto bene?».

«Theresa…», Konstantin mise tutto il suo amore pronunciando il suo nome.

«Ragioniamo», ci provò Theresa.

Ma a lui non importava. Determinato, fece un passo verso di lei. Ora le si trovava proprio davanti e lei non poteva sfuggirgli. Così lui la baciò di nuovo.

Sulla brandina di Theresa, i due fecero l’amore appassionatamente. Ora giacevano abbracciati.

«Non permetteremo più a niente di frapporsi tra noi», le disse Konstantin teneramente. «Ricominciamo tutto da zero».

«Come puoi pensarlo?», gli chiese Theresa. «Non potremmo mai essere una coppia serena».

«Possiamo ancora essere felici», ribatté lui. «Non l’hai appena sentito?».

«Non possiamo far finta che Moritz non sia mai esistito!».

Konstantin non avrebbe mai potuto prendere il posto di Moritz.

«Perché tiri ancora fuori questa storia?», sospirò lui. Tra loro era nato qualcosa di nuovo e non aveva intenzione di sostituire suo fratello gemello. «Tu ami me, Konstantin».

«Forse… o forse no». Theresa si sentì di nuovo insicura. «Forse è solo la tua maledetta somiglianza che mi sconvolge».

«Lo credi davvero? Pensa al nostro tango. Eravamo proprio come una persona sola…».

Xaver scrisse una lettera a Sibylle.

«Non sono più sordo, ma accecato dall’amore», lesse lei. «Ti prego di perdonarmi. Sono onesto e sincero». Ora la ragazza non sapeva più cosa fare.

«Non ho mai amato nessuno così», si confidò con Nils. «Neanche Jacob. E adesso? Come posso fidarmi ancora di Xaver?».

«In fondo non è un cattivo ragazzo», le rispose Nils. «È solo un furbacchione che sceglie spesso la strada più semplice e crede di poter affrontare qualsiasi situazione con impertinenza. Di solito, però, le sue intenzioni sono buone». Lui non sapeva cosa dirle. Sapeva solo una cosa: Xaver non sarebbe mai cambiato. «Se vuoi stare con lui, devi prenderlo così com’è».

Lei lo guardò triste.

«Hai ricevuto la mia lettera?», le chiese Xaver.

Sibylle annuì.

«E che cosa ne pensi di questo: io e te stasera all’Alten Wirt? Con tutti gli annessi e connessi? Naturalmente invito io».

Come avrebbe potuto rifiutare questa offerta? Lei amava Xaver.

Anche se ne aveva combinate di tutti i colori e l’aveva ferita…

Il dottor Niederbühl e il dottor Erhardt andarono insieme dal paziente sconosciuto. Il chirurgo estetico stava preparando con cura l’operazione. Non sarebbe stata una passeggiata.

«Alla fine i nostri sforzi saranno ricompensati con risultati soddisfacenti», spiegò a Moritz. Per prima cosa avrebbe dovuto prelevargli una parte del tessuto dello stomaco per impiantare nuova pelle: si trattava del cosiddetto metodo di “ingegneria dei tessuti”. «La cartilagine per la ricostruzione plastica si ottiene dalla banca dei tessuti: è un materiale particolarmente indicato per tali scopi, perché non viene respinto dal corpo. Significa che si può fare a meno di molti farmaci, che sarebbero altrimenti necessari».

Moritz annuì, ma sembrava stranamente indifferente.

«Questo per quanto riguarda la teoria; ora arriva la parte più interessante per lei. Suggerisco di modellare gli zigomi un po’ più inclinati». Il dottor Erhardt strizzò l’occhio al paziente. «Alle donne piacciono tantissimo».

Moritz fissò impassibile il monitor del computer portatile che il dottore gli rivolse per mostrargli gli schizzi del suo futuro volto.

«Farò il massimo per darle un bell’aspetto, mi creda».

«Ci sono un sacco di persone che vorrebbero essere al suo posto per avere questa opportunità», lo incoraggiò Michael.

«Le sarò già molto grato se non dovrò più correre in giro come il figlio ribelle di Frankenstein», concluse Moritz esausto.

Nel frattempo, il dottor Erhardt se ne era andato e Michael rimase solo con Moritz.

«Chi sopravvive a un incidente così grave ha una buona dose di energia vitale», gli disse. «La sfrutti per rimettersi in salute».

«Presto avrò un nuovo volto, ma poi cosa ne sarà di me?», Moritz sembrava frustrato.

«Potrà continuare a cercare quello che ha perso», gli rispose Michael, ma non ebbe alcuna risposta. «Posso fare qualcosa per lei?».

«Elena…», sussurrò Moritz. «Richiami qui la signorina Majoré, per favore».

Michael aveva la coscienza sporca. Si sentiva responsabile del fatto che la signorina Majoré non fosse più andata a trovare l’uomo in ospedale. Era stato proprio lui a dirle che l’estraneo non sarebbe stato in grado di impegnarsi con lei in un rapporto. Allora andò da Charlotte e le chiese di parlare di nuovo con Elena. La signora Saalfeld lo fece subito, perché il destino dell’uomo senza volto l’aveva toccata… inoltre le piaceva la giovane rom che si era dedicata a lui in modo disinteressato.

«Suppongo che abbia una buona ragione per non fare più visita a quell’uomo», cominciò con riserbo. «Me la vuole raccontare?».

«Mi piace», ammise Elena. «Forse troppo. Questo non è giusto. Soprattutto se lui non sente nulla per me». Divenne subito triste.

«Ne è sicura?». Elena annuì.

«Fa male quando succede una cosa del genere, ma adesso non deve abbandonarlo».

Elena non poté trattenersi: «Ha sognato il suo vecchio amore».

«Gli è tornata la memoria?», le chiese Charlotte stupita.

«Solo poche immagini vaghe».

«Lei è rimasta al suo fianco per tutto il tempo», la confortò la signora Saalfeld. «Lei è reale».

Elena abbassò la testa: non credeva che la cosa avesse un grande significato per lui.

«Ha chiesto di lei».

La ragazza fu sorpresa.

«Se adesso abbandona quel giovane al suo destino, per lui le cose saranno ancora più difficili di quanto non siano già».

«Non credo», mormorò Elena.

«Signorina Majoré, ha mai pensato a come lui recepisce il suo comportamento?», la voce di Charlotte si fece insistente. «Si convincerà che lei ha rinunciato a lui. Se persino la sua soccorritrice lo abbandona, come può nutrire ancora speranze?».

Konstantin e Gitti König si incontrarono per caso nella stanza del personale e la ragazza non si lasciò sfuggire l’opportunità di provocarlo.

«Perché deve mettere in atto proprio qui le sue ambizioni di carriera?», domandò con aria di scherno. «Di sicuro anche a Monaco ci sono offerte di lavoro per un barista viscido. Perché, se non lo ha ancora capito, Theresa ne ha abbastanza di trovarsi sempre lei di fronte».

Lui le sorrise: «Io e Theresa siamo molto più vicini di quanto lei immagini». Poi se ne andò, lasciando sola Gitti.

Lei lo guardò sbalordita.

Gitti andò al birrificio per parlare con Theresa: «Penso di essermi esposta troppo».

«Denigrando Moritz con il signor Saalfeld?», le chiese. «Già!».

«È strano, ma non sembrava esserne sconvolto», continuò Gitti.

«Quando l’ho incontrato, era come se niente potesse turbarlo».

«È positivo che la prenda bene». Theresa si accorse dello sguardo indagatore della sua amica.

«Perché? C’è forse qualcosa…». Theresa sollevò le spalle incerta.

«Ti conosco: lo fai sempre quando hai la coscienza sporca». Gitti non si sarebbe arresa fino ad avere scoperto la verità.

Theresa sospirò.

«Non dirmi che siete stati a letto insieme?». Il silenzio di Theresa fu una risposta sufficiente. «Grazie per non avermi raccontato nulla». Gitti fissò arrabbiata l’amica: proprio non la capiva.

«È successo così», sussurrò Theresa .

«E adesso cosa succederà così?», sbottò Gitti. Non capiva più nulla: perché Theresa si era fidata ancora di Moritz? «Non hai sofferto abbastanza a causa sua?».

«Non ti ho mai chiesto di immischiarti nella mia relazione», la rimproverò Theresa riuscendo a mala pena a mantenere la calma.

«Cosa c’è di sbagliato nel voler aiutare la propria migliore amica?», Gitti era davvero arrabbiata.

«È più complicato di quanto immagini…». Theresa non poteva dire di più a Gitti. Nessuno doveva sapere cosa realmente si celasse dietro a questa situazione… ma era chiaro che Gitti era offesa e arrabbiata per questa segretezza.

Doris era seduta accanto al figlio: doveva riconquistare Theresa Burger ad ogni costo.

«Lei mi ama», le disse.

Perplessa, Doris alzò le sopracciglia.

«A cosa porti tutto questo, non ne ho idea».

«Allora non lasciare andare con questa donna fino a quando lei non avrà dimenticato Moritz!», dichiarò Doris.

«Per tua informazione: io e Theresa ci siamo riavvicinati molto».

Poco dopo Konstantin si recò alla “tomba” del fratello. Aveva messo un girasole accanto alle rose di Theresa e si mise a conversare con Moritz. Era così assorto che non si accorse che Theresa si era avvicinata. Lei sentì tutto quello che disse .

«Vorrei che non fossimo mai stati separati da bambini. Tu sei il mio gemello ed è come se una mancasse una parte di me. Mi sarebbe piaciuto sapere chi sei… come sei…», Konstantin aveva le lacrime agli occhi. «Anche se abbiamo vissuto vite diverse, siamo simili», continuò. «Amiamo addirittura la stessa donna!». Accarezzò le rose di Theresa. «Lei non ti dimenticherà mai. Questa situazione non è facile per me, credimi, ma è anche bello così. Almeno hai qualcuno che pensa sempre a te».

Le sue parole commossero Theresa.

Konstantin non la notò quando si allontanò dalla “tomba” di Moritz per andarsene. Ora era Theresa a stare lì.

«Ho fatto l’amore con tuo fratello», sussurrò. «Mi odio per questo, ma all’improvviso l’ho sentito così vicino… Forse volevo dimenticare anche solo per un momento che non ti rivedrò più». Una lacrima le scese lungo la guancia. «Tu sei morto e io vado a letto con tuo fratello!». Theresa aveva capito fin dal primo incontro con Moritz che lui era l’uomo giusto. «E ora mi lascio confortare da un uomo che ti somiglia. Ma non posso vivere la mia vita con tuo fratello, io volevo viverla con te!».

Moritz, nel pomeriggio, ebbe un sonno agitato, ma quando Elena Majoré entrò nella stanza dell’ospedale, i suoi respiri tornarono subito tranquilli. Dopo un po’ si svegliò e la guardò.

«Dov’è stata?», le sussurrò. «Mi è mancata».

Non se lo aspettava. «All’hotel c’era molto da fare», mentì. Lui annuì lentamente. «Ho sentito che il dottor Erhardt la opererà».

«Sì».

Elena divenne raggiante: «Questa è la cosa migliore che le potesse capitare».

Moritz non le tolse mai gli occhi di dosso: «Sono contento che lei sia tornata».

Le sue parole la toccarono nel profondo, ma cercò di non lasciar trasparire i propri sentimenti. Parlarono dell’operazione che lo attendeva.

«Non abbia paura», lo confortò. «Il dottore sa quello che fa».

«Vediamo se c’è ancora qualcosa da salvare», disse Moritz fatalista. Poi volle sapere perché fosse rimasta via così a lungo.

«Al Fürstenhof c’era un sacco di lavoro», ripeté Elena.

«Le ho fatto paura?».

Lei scosse la testa.

«E allora perché?».

Lei si strinse nelle spalle. Non voleva rivelargli ciò che provava.

«Se io non fossi qui, fasciato e senza memoria, forse ci potrebbe essere una spiegazione plausibile», continuò. «Da quando le ho raccontato del mio sogno, della donna che devo aver amato un tempo… Dal suo comportamento potrei quasi pensare che si sia un po’ innamorata di me».

Lei restò impietrita.

«Nel mio caso è assurdo», rise amaramente. «Innamorata di un uomo senza passato e senza volto?».

«Adesso ha bisogno di riposare».

Moritz non si lasciò distrarre. «Non so niente di lei», continuò.

«So solo che lei è una donna intelligente e non così folle da permettere una cosa simile».

«E se invece fossi così folle? Il problema sarebbe solo mio!», esclamò Elena prima di uscire di corsa dalla stanza.

Perplessa, si voltò a guardarlo.

Poco dopo, Moritz chiamò Elena al telefono.

«Mi dispiace», si scusò. «Quando si tratta di sentimenti, probabilmente sono un pezzo di marmo…». Cercò di sdrammatizzare. «Forse sono sempre stato così e pian piano il mio caratteraccio sta riaffiorando».

«Se le cose stessero così, sarebbe un peccato», disse Elena.

«Ma forse non sono un cattivo ragazzo…». Lei rimase in silenzio.

«Mi sorprende che lei senta qualcosa per uno come me».

«Forse sono davvero pazza, perché mi piacciono gli uomini senza volto e senza memoria», azzardò Elena.

«Mi piacerebbe sapere di più di lei», continuò Moritz.

«Non c’è molto da raccontare», gli rispose. «Lavoro in cucina…».

«Ma lei conosce il suo passato. Mi piacerebbe saperne di più. Da dove viene?».

Elena non riusciva a credere che lui fosse seriamente interessato a lei. Ma cominciò a raccontare…

CAPITOLO 4

Era il giorno della prima consegna di birra al Fürstenhof, ma André aveva dimenticato di contattare un trasportatore e Werner non aveva intenzione di mettergli a disposizione un veicolo dell’hotel. Così, cercò al volo un furgone in paese. L’unico che trovò aveva la revisione scaduta e uno specchietto laterale rotto. Per fortuna, non c’era tanta strada per arrivare al Fürstenhof e la consegna era fattibile anche con un veicolo poco stabile. L’importante era che la birra arrivasse in tempo.

«Voglio che tu sparisca! Il prima possibile!».

Stordito, Konstantin fissò Theresa, che si presentò al pianobar sconvolta. «Cosa è successo?», le chiese.

«Non posso andare avanti così», si disperò. «Devo metterci una pietra sopra».

«Sì, ricominciamo da capo», le propose.

«Non volevo dire questo», ribatté. «Non posso e non voglio».

Cercò il suo sguardo. «Non è quello che vuoi davvero, Theresa».

Lei avrebbe preferito tapparsi le orecchie. Non poteva continuare a vederlo e non riusciva più a sopportare questa situazione.

«Hai bisogno di tempo, va bene. Anch’io. Ne abbiamo bisogno entrambi per il nostro amore».

«Smettila!», gli gridò. «Smettila di parlare di amore! Rendi tutto ancora più difficile».

«Chi ha detto che non puoi amarmi?», le disse. «Quello che abbiamo fatto oggi non è stato sbagliato. Perché entrambi abbiamo provato gli stessi sentimenti».

«Abbiamo sbagliato! Ho amato Moritz, solo lui! E ora lui è morto». Poi corse via.

Konstantin la seguì. «Aspetta», le gridò, ma Theresa se ne era andata. La raggiunse sul piazzale dell’hotel.

«Non avremmo dovuto fare l’amore!». La disperazione echeggiava nella sua voce.

«Lo abbiamo voluto tutti e due», le rispose. «Non hai ancora capito? Ti amo come non ho mai amato nessuna donna. Perché non dai a entrambi almeno una possibilità?».

«Non posso!», rimase lì, come paralizzata.

«Tutto questo è sbagliato, e lo sai. Ma se questa è davvero la tua ultima parola…». Lui si voltò per andarsene e non si accorse del sopraggiungere del furgone del Burger Bräu, che viaggiava in retromarcia. André era alla guida.

«Fermati!», gli gridò Theresa, ma era tardi. Il furgone travolse Konstantin e provocò un colpo forte. Solo allora André frenò.

«Cos’è stato?», chiese inorridito.

Theresa corse da Konstantin, che giaceva a terra senza vita.

«No…», sussurrò, scuotendolo. «Dì qualcosa, ti prego! Apri gli occhi!». Il ragazzo non si muoveva. «Chiami un medico!».

André aveva già preso il suo cellulare. «Arriva subito…».

Theresa stringeva la mano di Konstantin.

Il dottor Niederbühl arrivò immediatamente.

«È grave?», chiese Theresa con la voce che tremava per l’ansia.

«Il polso è stabile, anche la respirazione, ma deve essere portato in ospedale per un controllo, perché è ancora incosciente».

«Andrà tutto bene». Theresa accarezzò dolcemente la guancia di Konstantin. «Non avere paura…».

Theresa e Doris salirono sull’ambulanza. In ospedale dovettero aspettare mentre a Konstantin venne fatta una Tac.

«Non può morire», continuava a ripetere Doris.

«Non me lo perdonerei mai», sussurrò Theresa.

«L’incidente non è avvenuto per colpa sua!».

Theresa, però, si sentiva in colpa. Poco prima dell’incidente lei e Konstantin stavano litigando.

«Il destino non gli sorride. Il dolore per la morte di suo fratello, i sensi di colpa, la perdita del suo grande amore…», la voce di Doris si fece mesta.

«La smetta», la pregò Theresa in agonia.

«Se perdo anche il mio secondo figlio…», Doris si interruppe disperata.

«Lui non morirà!».

In quel momento si avvicinò Michael. Sembrava sollevato.

«Tuo figlio si è svegliato», comunicò a Doris. «Ha una commozione cerebrale, niente di più». Tuttavia, sarebbe dovuto rimanere in osservazione per una notte.

Theresa e la signora van Norden si guardarono sollevate.

Sibylle e Xaver si erano riconciliati, anche se era chiaro che si trattava di una prova: Sibylle avrebbe dovuto imparare di nuovo a fidarsi di lui.

Quel giorno aveva ricevuto una lettera dal signor von Stehlheim, il proprietario del maneggio.

«Ha un allenatore per Rodrigo!», disse a Xaver entusiasta. «Lo rimetterà in forma per i prossimi tornei, inoltre non mi costerà un centesimo: il signor von Stehlheim vuole solo una parte del premio in denaro, se Rodrigo vincerà il Torneo Militare. Lui è convinto che Rodrigo ce la farà. Proprio come me!».

Xaver era scettico. Non riusciva a credere che questo von Stehlheim lo facesse per pura carità. E si ingelosì.

«Vado a incontrare von Stehlheim», gli annunciò Sibylle, con occhi luccicanti. «Che ti piaccia o no!».

«Per favore, stai attenta», ribatté Xaver mandando giù la gelosia.

Poi il signor von Stehlheim chiamò Sibylle al telefono. Che i due parlassero tra loro in francese, non migliorava la situazione.

«Domani sarà nei paraggi per un lavoro», riferì Sibylle dopo aver riattaccato. «E mi ha chiesto di incontrarci». Lei aveva accettato. «È perfetto: così discuteremo la questione di persona».

A Xaver la situazione non piaceva, ma si sforzò di ricomporsi.

Quando tornò al Fürstenhof, Theresa si rese conto di essere sotto shock. Riusciva a fatica a stare in piedi. Per la notte, Michael si sistemò sul divano nell’appartamento di Konstantin, poi chiamò Gitti: Theresa non sarebbe dovuta restare sola quella sera. Gitti si precipitò dall’amica, anche se aveva appuntamento con Michael. Dopo la visita della casa a cui erano andati insieme, si erano visti solo durante le ore di lavoro e a Gitti non bastava. Aveva sperato che Michael mostrasse maggior interesse nei suoi confronti. Ogni volta che cercava di parlare con lui, però, c’era sempre qualche emergenza medica. Sembrava fatto apposta.

«Theresa ama questo ragazzo ancora di più di quanto pensassi», ammise Gitti con Michael. «E io volevo che lui se ne andasse. Forse ho commesso un errore».

«Interferire nelle relazioni degli altri porta solo guai». Michael parlò per esperienza personale e Gitti sapeva che aveva ragione.

André si sedette al bar con lo sguardo perso. Il fatto di aver investito Moritz van Norden gli causava terribili sensi di colpa. Poi arrivarono suo fratello e Doris.

«Alla fine tuo figlio se l’è cavata con un occhio nero», la consolò Werner, ma Doris non la vedeva così: Konstantin era ancora in ospedale. «Semplice routine, non preoccuparti. Devi solo essere contenta di com’è andata, è stato fortunato».

André balzò in piedi appena vide i due. «Quindi? Come sta il suo ragazzo?», chiese a Doris.

«Si è svegliato», gli rispose fredda.

André si tolse un peso.

«Come ha potuto essere così cieco?», gli domandò Doris.

«Sono io il primo a rimproverarmi», puntualizzò André. «Se gli fosse successo qualcosa di brutto, non me lo sarei mai perdonato».

«Anche se non è successo nulla di grave, non credo che la cosa sia perdonabile», sibilò lei. «Ci vediamo in tribunale!».

I due fratelli si scambiarono uno sguardo preoccupato.

«Capisco che tu sia arrabbiata», cercò di calmarla Werner. «Ma, per fortuna, nessuno si è ferito seriamente».

«Chi agisce in modo irresponsabile, merita di essere punito». Quindi lanciò uno sguardo pieno di odio ad André. «Di questo me ne occuperò io. Con tutti i mezzi a mia disposizione». E se ne andò.

«Non farti prendere dal panico, è solo sotto shock». Incoraggiante, Werner batté il fratello sulla spalla. «Dalle un paio di giorni».

André era visibilmente scioccato: «Hai visto il suo sguardo? Era pieno di odio».

Quella notte, Konstantin fece un terribile incubo nel suo letto di ospedale. Stava portando Theresa in abito da sposa oltre la soglia del loro appartamento.

«Oggi è il giorno più bello della mia vita!», esclamò lei raggiante.

«E non è ancora finito», le rispose e cominciò a baciarla appassionatamente. Poi alzò gli occhi e si guardò allo specchio. Riflesso non vide se stesso, ma Moritz: il suo fratello gemello era pallido e indossava vestiti bagnati. Konstantin si ritrasse inorridito.

«Hai pagato questo matrimonio con il mio sangue», sibilò Moritz. «Tu, assassino!».

La mattina seguente, Gitti dormiva sul divano, mentre Theresa stava già lavorando in cucina. Grazie a Dio stava meglio di ieri. Prima che Konstantin avesse l’incidente, lei aveva dichiarato di non volerlo vedere mai più. Ma lo amava, molto più di quanto pensasse. Gitti sarebbe riuscita a capire i suoi sentimenti? Se solo Theresa avesse potuto parlare con l’amica! Almeno forse sarebbero riuscite a riconciliarsi.

«Svegliati, dormigliona!». Theresa porse a Gitti un bicchiere di succo d’arancia appena spremuto.

«Come infermiera faccio pena!», constatò Gitti stirandosi. «In realtà sarei io a doverti preparare qualcosa da bere».

«La paziente si è già ristabilita», annunciò Theresa sorridendo. «Ieri ero solo un po’ sopraffatta dagli eventi».

«Ah, oggi si dice così», sogghignò l’amica. «Ammettilo, ti sei spaventata a morte per il tuo amore».

«So cosa pensi di me e Moritz…».

Gitti scosse la testa. «Prima che tu aggiunga qualcosa, ti prometto di non intromettermi mai più. Ti prego, dimentichiamo la nostra discussione di ieri».

E caddero l’una nelle braccia dell’altra.

«E io prometto di non venire più a lamentarmi da te sei io e Moritz litighiamo», promise Theresa. «Io lo amo…».

«Voi almeno litigate», Gitti sospirò. «Tra me e Michael sembra non andare nulla per il verso giusto…».

Xaver fece delle ricerche su internet, ed ecco cosa trovò: signor von Stehlheim, conosciuto a livello internazionale come un playboy. Questa informazione fece perdere ancora di più il senno a Xaver. Sibylle doveva proprio incontrarsi con un uomo del genere?

«Vuoi dire che lui è venuto fin qui per sedurre la nostra piccola miope?», sogghignò Nils.

«Sibylle ti fa pena?», rispose Xaver con tono pungente.

Nils alzò le mani sulla difensiva: «Voglio solo dire che la tua gelosia è infondata».

Ma Xaver la pensava in modo diverso. «Lui vuole approfittare della sua situazione con Rodrigo per apparirle come un grande mecenate».

«Si tratta di cavalli», lo avvertì Nils. «Puoi fidarti di Sibylle al cento per cento. Non è il tipo da lasciarsi sedurre facilmente, non da un uomo come quello».

«Tu non hai sentito come cinguettavano insieme in francese», ringhiò Xaver. Questa situazione gli dava il voltastomaco.

André aveva i postumi della sbornia del giorno prima. Quando Werner lo prese in giro, si difese con rabbia.

«C’è da meravigliarsi, dopo ciò che ha detto l’amazzone argentina?». Doris van Norden voleva rovinarlo, André ne era sicuro. «Da questa donna mi aspetto di tutto».

«Doris è una madre», intervenne Charlotte. «E tu hai investito suo figlio, anche se non l’hai fatto di proposito».

«Credimi, quando Moritz si sarà ristabilito, le passerà», gli ripeté Werner.

«Lei è implacabile e non conosce la pietà», gli rispose il fratello. «Vuole vedere scorrere il sangue. Devi tenerla a bada!».

«Doris è una signora civile», alzò la voce Werner.

«Tu sei un esperto di femmine subdole», lo zittì André in tono sarcastico.

«Su questo, purtroppo, ha ragione…», sibilò Charlotte beffarda.

«Ora basta!», si ribellò Werner e lasciò l’appartamento.

L’uomo si recò da Doris, che era ancora decisa a denunciare André.

«Stai calma», le disse Werner rassicurante. «Mio fratello è dispiaciuto per l’incidente. In fondo non ha fatto nulla di sbagliato, è stato l’angolo cieco, si è trattato di un incidente…».

«Chi guida in modo irresponsabile va allontanato dalla strada», sottolineò lei con rabbia. «Moritz sarebbe potuto morire!».

Theresa attraversò il parco per recarsi all’ospedale, ma all’improvviso incontrò Konstantin.

«Sei scappato dall’ospedale?», gli domandò sorpresa.

«Mi crederesti capace di una cosa simile?», sorrise malizioso.

«Sì», rispose poi. «Va tutto bene ora?».

«Era una piccola commozione cerebrale», spiegò.