Wydawca: Media4Commerce SRL Kategoria: Obyczajowe i romanse Język: angielski Rok wydania: 2014

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Opis ebooka Tempesta d’Amore - Vol. 1 - AA. VV.

Tempesta d’Amore è la soap opera in onda su Rete4 ed ambientata nel lussuoso Hotel Fürstenhof, vicino a Monaco di Baviera, in cui si intrecciano le vicende dei protagonisti. Questa collezione di romanzi raccoglie le storie d’amore più belle raccontate in televisione e che hanno appassionato milioni di telespettatoriin tutto il mondo.

Opinie o ebooku Tempesta d’Amore - Vol. 1 - AA. VV.

Fragment ebooka Tempesta d’Amore - Vol. 1 - AA. VV.

I romanzi di

Tempestad’Amore

Volume 1

Un’edizione Fivestore

Su licenza di Bavaria Sonor GmbH

Progetto grafico e redazione: Actual Srl - Milano

AA.VV.

Traduzione a cura di Soget Srl

© 2013 Fivestore - RTI S.p.A.

SOMMARIO

Per sempre

Una mostruosa bugia

Per sempre

CAPITOLO 1

In preda allo shock Robert guardava suo padre. Che cosa I stava dicendo Werner: Eva era sparita?

«Hanno guardato dappertutto, almeno…» Werner si interruppe soffocato dal pianto. «Deve essersi allontanata troppo», sussurrò infine con un filo di voce.

«No!». Il volto di Robert era una maschera di angoscia. «Non devi dire così!».

«Povero ragazzo mio…». Werner voleva stringere il figlio tra le braccia. Per lui non c’era alcun dubbio: Eva era annegata, proprio il giorno delle sue nozze!

«Deve aver cercato aiuto disperatamente. Un passante si è tuffato nel lago, ma di lei non c’era più traccia. Ora dobbiamo attendere i sommozzatori…».

«Non può essere». Robert aveva lo sguardo fisso nel vuoto, ma a un tratto si riprese. «Devo andare al lago: devo trovarla».

Robert entrò nel lago fino alle ginocchia, chiamando ripetutamente il nome di Eva, ma non ricevette alcuna risposta. Si trascinò disperato di nuovo verso le sponde dove lo attendeva suo padre, preoccupato.

«Dov’erano le sue cose?», chiese Robert.

«Più o meno qui…», rispose Werner indicando un punto del prato. Nel frattempo, i vigili del fuoco erano impegnati a scandagliare il lago con imbarcazioni e sommozzatori. Ma ancora non avevano trovato traccia di Eva.

«Devono fare in fretta o sarà troppo tardi», concluse Robert in tono sommesso.

A Werner si spezzava il cuore a vedere suo figlio in quello stato. «Ho parlato con il responsabile della spedizione: è sicuro che prima o poi troveranno Eva. Però… dicono che dopo così tanto tempo non c’è speranza di trovarla in vita».

«Come fa a saperlo?!», gridò infuriato Robert. «Eva non è morta! Non può essere morta!».

Jacob non riusciva ad accettare che ora Sibylle mettesse all’improvviso in dubbio il loro matrimonio.

«Sei la donna della mia vita», dichiarò. «E voglio che tutto il mondo lo sappia».

«Ah Jacob…». Le sue parole la toccarono, ma la resero ancora più triste. «Sei molto importante per me, ma non posso sposarti. C’è qualcosa tra noi che non va: non stiamo bene insieme».

«Non capisco…», Jacob la guardò esterrefatto.

«Nella mia vita non sono mai stata così in crisi», continuò sospirando. «Ho addirittura pensato di dover bere per riuscire a sopportare tutto…». Sibylle non immaginava certo che fossero state le gocce della cosiddetta droga da stupro versate nella bottiglia di champagne ad aver causato quel crollo.

Jacob serrò i pugni con rabbia: «È a causa di Xaver Steindl!».

«Xaver non ha niente a che fare con tutto questo!», ribatté lei.

«Non mi riconosco più». Sibylle voleva bene a Jacob, molto… ma abbastanza da rimanere insieme a lui per il resto della vita?

«Sì, certo. Allora non c’è più nulla da dire».

Lei voleva afferrargli la mano, ma lui si ritrasse. E se ne andò senza aggiungere altro.

«Sibylle mi ha appena lasciato». Jacob fissò rabbioso Xaver.

«Cosa?! E perché?». Il portinaio era sinceramente colpito.

«Ora sarai felice» disse Jacob con un sorriso amaro. «Tu e Sibylle mi avete preso in giro per tutto questo tempo!».

«Ci risiamo, di nuovo». Xaver alzò gli occhi al cielo infastidito.

«Pensavo avessimo chiarito la questione!».

«Certo», sbuffò Jacob. «Ho sempre creduto a tutte le vostre ridicole scuse. Sono stato un idiota!».

«Non è così!», ribatté Xaver. «Negli ultimi tempi ho causato molti problemi alla vostra relazione, questo è vero. Se è arrabbiato con me posso capirlo. Posso anche capire che sia furioso per la separazione. Ma non c’è stato niente tra me e Sibylle!». Jacob ebbe la forza di non inveire contro di lui. Non credeva a una parola di quel che Steindl aveva detto.

Werner sostenne Robert per un braccio e lo accompagnò al Fürstenhof. Suo figlio era come in trance. André gli andò incontro e rimase sbigottito quando apprese che cosa era successo. Solo una persona gioì nel vedere Robert così a terra: Barbara von Heidenberg. Con grande compiacimento, osservava come il suo piano stesse funzionando. Era riuscita a rovinare il giorno che avrebbe dovuto essere il più bello della vita di Robert.

Ma Eva non era morta: era incatenata in un fienile. Aveva una piccola ferita in testa che si era procurata quando Curd Heinemann l’aveva rapita. La donna indossava ancora il suo costume bagnato. Per un bel po’ era rimasta priva di coscienza, ma ora si stava riprendendo lentamente.

«È terribile». Dopo aver portato Robert da Charlotte, Werner era andato da Doris. «Se posso aiutarvi in qualche modo…». Lui le prese la mano.

«Spero capirai che non potremo vederci spesso in questi giorni», disse sospirando. Lei fece di sì con la testa. «Robert ha bisogno di me ora». Anche se Werner non aveva idea di cosa potesse fare per suo figlio. «Come potrà sopportare tutto questo? È la seconda volta che perde un grande amore…».

«Posso darti un consiglio?», chiese Doris. «Ora devi fare uno sforzo. Devi offrirgli un sostegno: bisogna che tu sia per lui una roccia a cui appigliarsi».

«Sì, hai ragione», rispose affaticato.

«Lamentarsi e piangersi addosso ora non serve a nulla», proseguì lei.

«Ma è appena successo!», gridò lui. «Non ho il cuore di pietra!».

«Lo so. E mi dispiace molto per quello che è successo a tuo figlio, ma… Robert è ancora giovane. Supererà tutto questo. Questa storia lo renderà più forte».

Werner non riusciva a capire di cosa stesse parlando Doris. Era forse il suo modo per consolare qualcuno? Non immaginava fino a che punto la vita avesse indurito il cuore di quella donna…

«È colpa mia». Robert era sul divano e parlava tra sé e sé. Charlotte non sapeva che cosa dire. «È colpa mia se Eva è morta. Perché stamattina l’ho incoraggiata ad andare a nuotare». Nel frattempo aveva preso di nascosto le fedi. «Senza questo stupido idiota, Eva non sarebbe mai andata al lago».

«Smettila anche solo di pensare una cosa del genere», disse subito sua madre. «È stata una concatenazione di eventi sfortunati. Non è colpa proprio di nessuno. È stato un tragico incidente». Ma Robert non ne fu consolato.

Nel frattempo, nell’hotel si era diffusa la voce di ciò che era successo. Sibylle chiese a Xaver se Jacob ne era già a conoscenza. Eva era sua sorella.

«Credo di no», rispose Xaver col morale a terra.

«Allora vado da lui». L’uomo la trattenne: era sicuro che Sibylle fosse l’ultima persona che Jacob desiderasse vedere. Ma qualcuno doveva informarlo della morte della sorella.

I coniugi Sonnbichler erano completamente sconvolti dopo aver appreso della morte della nipote. Si sedettero nel ristorante e rimasero in silenzio. Perché Dio permetteva che succedessero cose del genere? Eva e Robert avevano tutta la vita davanti. E Valentina aveva amato Eva come una madre.

Poi arrivò Jacob nel ristorante e Hildegard e Alfons capirono subito che era ancora all’oscuro di tutto. Alfons fece un respiro profondo.

«Devo dirti qualcosa di molto brutto», esordì con voce tremante.

«Spara», disse Jacob mimando il gesto. «Oggi non può più scioccarmi niente». Pensava ancora alla separazione da Sibylle. Quando capì che cosa era successo, però, crollò.

«Non può essere vero», singhiozzò. Alfons gli mise un braccio intorno alle spalle. «È un incubo, ora arriverà qualcuno a svegliarmi».

«Stamattina Eva era così felice», raccontò Alfons.

«Deve essere lo scherzo di qualche pazzo». Jacob ci avrebbe creduto solo dopo aver visto il corpo di Eva.

«Potrebbe accadere un miracolo», aggiunse Alfons, anche se non nutriva grandi speranze.

«Eva è riuscita a riportare in vita Markus, non è detto che lei non possa avere un po’ di fortuna…». Era semplicemente troppo.

Anche Tanja si incolpava dell’incidente di Eva. Lei e Debbie avevano letto le carte a Eva e avevano visto un pericolo che minacciava Robert ed Eva.

«Era poco prima delle nozze e non volevo metterle agitazione, così non ho detto nulla», disse Tanja con voce tremante. Nils la strinse a sé. «Avrei dovuto avvertirla…».

«Tanja, qual era l’altra carta, quella prima della Torre?», chiese Debbie. Eva aveva estratto dapprima gli Amanti e poi la Torre.

«Il Cavaliere di spade», le rispose Tanja. «Perché?».

«L’acqua non c’entra nulla!», Debbie si agitò all’improvviso. «La minaccia era rappresentata da una persona. Quella carta significa mancanza di scrupoli. Tanja, c’è qualcosa che non torna!».

«Smettetela con queste sciocchezze!», le interruppe Nils innervosito.

«Ma forse Debbie ha ragione e c’è ancora una speranza!», replicò sua moglie.

«Eva è morta!», urlò lui. «E queste sciocchezze esoteriche non la riporteranno in vita!». Tanja e Debbie tacquero turbate.

Con sua grande sorpresa, Debbie ricevette sostegno da parte del proprio padre. Anche Michael era sotto shock e senza parole per la notizia della morte di Eva e continuava a chiedersi come fosse possibile che una donna adulta potesse annegare in un lago.

«Non era un’ottima nuotatrice, ma il lago non è pericoloso neanche per chi non sa nuotare…». Infatti non era particolarmente profondo e non c’erano correnti insidiose. Debbie raccontò di nuovo del pericolo che le carte avevano previsto.

Michael annuì: «Mi ricordo. Pensavo che la predizione si fosse avverata quando Robert ha avuto l’incidente durante il combattimento con i bastoni e che la cosa fosse conclusa… ma non per Eva», concluse.

Debbie era sbalordita: «Mi stai dando ragione?».

«Forse voglio credere alle tue capacità», ammise con un mezzo sorriso, «solo perché mi danno una speranza».

«Allora, ascolta!», continuò piena di entusiasmo. «Le carte di Tanja non dicevano nulla dell’acqua, Cavaliere di spade e Torre indicano un pericolo rappresentato da una persona. Forse qualcuno che le vuole male». Per Debbie era abbastanza evidente che Eva non era annegata. «Le è successo qualcosa, questo è certo. Ma non credo che si tratti di un incidente in acqua». Rifletté un attimo. «… In realtà, dovevo parlare con Jacob Krendlinger», disse.

«Piano», la frenò Michael. «Non hai prove». Ma anche lui avrebbe fatto di tutto per poter continuare a sperare che Eva Krendlinger fosse ancora viva.

Eva, nel frattempo, si era svegliata del tutto: si guardò intorno in preda al panico e vide il locale dove la tenevano prigioniera. Dove diavolo si trovava? E come ci era arrivata? Disperata, cercò di liberare le mani legate dietro la schiena, invano. Il bavaglio le tappava completamente la bocca. Cercò di ricordare… Era stata al lago e aveva nuotato un po’. Poi era uscita dall’acqua. C’era un uomo dietro di lei, conosceva quella voce… si sforzò di ricordare. E poi capì: Curd Heinemann! Il padre di Nils! Deve essere stato lui. Ma perché non era in prigione? In ogni caso quell’uomo era completamente pazzo. Aveva quasi fatto impazzire Lena. E cosa voleva ora da lei?

Sibylle voleva fare le condoglianze a Jacob e dirgli che ci sarebbe sempre stata, ma lui la respinse bruscamente.

«Voglio solo aiutarti», disse in tono lamentoso.

«L’ultima cosa di cui ho bisogno è la tua pietà!», le rispose. Poi se ne andò lasciandola lì.

Hildegard pulì la stanza di Eva, mise fiori freschi sul tavolo e tese le sue lenzuola per bene, come se dovesse rientrare a momenti dalla porta. Alfons aveva provato a contattare Gustl e Käthe ma i due erano già in viaggio verso Verona, con il camper. Gustl avrebbe scoperto lì di aver perso sua figlia.

«Ma non dobbiamo perdere la speranza», spiegò Hildegard. I sommozzatori non avevano ancora trovato Eva e lei desiderava davvero intensamente che la giovane tornasse a casa. Prese una candela dal cassetto, la accese e la mise alla finestra di Eva. «Affinché tu possa ritrovare la strada di casa…».

Eva aveva la fronte sudata. Sentiva di avere la febbre. Aveva freddo e le veniva da tossire. Aveva anche sete, tanta sete. Fuori si era fatto buio. Dove si nascondeva ora Heinemann? E cosa voleva da lei? Aveva bisogno almeno di una coperta. Avrebbe potuto anche ucciderla. Tremava. Robert sarebbe arrivato presto: era certa che la stesse cercando. L’avrebbe tirata fuori di lì…

Ma Robert non la stava cercando. Rimase seduto come pietrificato davanti al computer e continuò a guardare in continuazione il video che Gitti König aveva girato per la Polterabend*. La dichiarazione d’amore di Eva con il lucido da scarpe sulla faccia. Era così felice…

Dopo aver ceduto a un sonno inquieto, ritrovò la speranza. Sognò Eva, era nel letto con lui. Infinitamente sollevato le accarezzò il viso.

«Amore», le sussurrò nel sogno. «Dove sei stata? Ti ho cercato ovunque». Allora vide che le sue mani erano legate.

La mattina successiva era sicuro che Eva fosse ancora viva.

«L’ho vista», spiegò ai genitori che lo guardavano sbalorditi.

«Ma era un sogno», rispose Werner. «L’hai incontrata in sogno».

«Sì, lo so», replicò Robert. «Non sono pazzo. Però ho sentito che non è morta».

«Dio mio!», Werner era visibilmente preoccupato. «Ma questo non significa nulla!».

«E se fosse stata rapita?», replicò Robert.

«È stato forse chiesto un riscatto? No!». Ma Robert ne era certo: Eva poteva essere stata sequestrata da uno psicopatico qualsiasi. Avrebbe voluto che i suoi genitori condividessero questa speranza, ma tutto suggeriva il contrario.

«Okay, date pure Eva per spacciata», sbuffò. «Ma non chiedetemi di fare lo stesso!».

«Sappiamo quanto sia dura per te», disse Charlotte.

«Non ha niente a che fare con il mio passato. Non c’è nessun cadavere. E qui dentro», suo figlio si indicò il cuore, «la sua voce mi dice che devo cercarla, che ha bisogno di me».

Curd Heinemann entrò furtivamente nel fienile. Aveva con sé una coperta, dei vestiti e del cibo. Capì subito che Eva si trovava in pessime condizioni e la coprì premurosamente con la coperta.

«Se non fa sciocchezze e non si mette ad urlare, le tolgo il bavaglio». Nessuna reazione. Anche quando le tolse il bavaglio la donna emise un flebile colpo di tosse e lo guardò con occhi vitrei e vuoti, quindi perse conoscenza.

«Abbiamo bisogno di un medico, è urgente!». Curd aveva chiesto a Barbara un incontro nel bosco. Non gli piaceva tutto questo. «La donna è malata: ho paura che possa morire». Ma Barbara decise di non chiamare nessun medico. Chi avrebbe potuto mandare nel fienile a curare un prigioniero legato? «Avevamo deciso che io l’avrei rapita!», provò a insistere Curd. «Ma mi aveva promesso che non le sarebbe successo niente di male!».

«Questa è una sua responsabilità», replicò Barbara glaciale.

«Ora dobbiamo correre il rischio». Lui la guardò con disprezzo.

«E se muore?!» Barbara alzò le spalle. «Non ci sto. Non sono un assassino: o cerca un medico o lascio Eva davanti a un ospedale».

«Allora mando tutto all’aria», lo minacciò.

«C’è dentro anche lei», ribatté lui.

«Davvero?», sbuffò Barbara. «Chi tra noi due è il detenuto in fuga? Lena Zastrow ha trovato un pezzo del suo abito». Curd non si lasciò impressionare e la donna continuò: «Nessuno le crederà quando dirà che dietro al rapimento ci sono io. Non esistono prove. Anche la piccola Krendlinger ha visto solo lei in faccia. Se le cose si mettono male e muore, lei verrà condannato anche per omicidio…».

«Lei è feccia, lo sa?». A questa accusa Barbara rise.

«Senti chi parla», replicò poi. «Le darò un’altra possibilità, Curd, a patto che torni a essere ragionevole».

«Okay», rispose lui.

«Un medico è troppo rischioso, ma mi procurerò un antibiotico». Ci avrebbe messo un’ora.

«Se non torna chiamo un medico», annunciò Curd.

«Signor Heinemann, non provi a minacciarmi! Se avesse agito con maggiore abilità…».

Lui la interruppe con rabbia.

«Quanto dovrà durare questa vendetta?», chiese adirato.

«Quanto voglio», rispose lei.

«Robert Saalfeld deve aver subito abbastanza, non trova?», domandò lui. «Quindi quanto ancora deve durare?».

«Quarantotto ore».

______________

* è la festa celebrata alla vigilia delle nozze, durante la quale si rompono stoviglie come portafortuna per la coppia

CAPITOLO 2

Ha l’aria stanca». Debbie aveva incontrato Jacob nella «H stanza riservata al personale.

«Non ho dormito bene», rispose lui sfinito.

«Nemmeno io. Credo che nessuno nell’hotel abbia dormito bene». Lui annuì. Non gli andava di fare conversazione. I sommozzatori non avevano ancora trovato traccia di Eva. «Credo di sapere che sua sorella non è annegata», confessò Debbie. «Credo che sia ancora viva». Quindi iniziò a raccontargli dei tarocchi, ma Jacob la interruppe in maniera brusca.

«Non dire scemenze!», la rimproverò. «Eva è morta! Annegata in quel dannato lago! Questa è la realtà!».

Fu Michael a spezzare una lancia per Debbie con Jacob.

«È in buona fede e crede che qualcuno abbia rapito Eva», disse.

«Qualcuno», ripeté Jacob sprezzante.

«Normalmente anche io sono molto scettico», proseguì Michael.

«Ma Debbie ha già avuto ragione una volta con le sue predizioni».

«Quando sono morti i nostri genitori…», lo interruppe Jacob angosciato. «Ho aspettato sveglio tutte le notti per quasi un anno che tornassero a casa. Quindi state lontani da me con le false speranze!».

Nel frattempo, Alfons aveva contattato telefonicamente Gustl, ma non era riuscito a dire tutta la verità al suo fratellastro. Gustl aveva appena conosciuto Eva. Quindi Alfons disse solo che Eva era scomparsa e che si sarebbe fatto sentire di nuovo appena avesse avuto novità.

Come avrebbero potuto sopravvivere tutti a questa perdita? Cosa avrebbe fatto Robert? E Jacob? A parte Eva, lui non aveva nessun altro…

Barbara contattò il dottor Niederbühl e finse di essere stata morsa da una zecca. Si era semplicemente punta con un ago sul braccio. Michael esaminò la ferita corrugando la fronte. Non sembrava un morso di zecca, ma la moglie di Heidenberg chiedeva con insistenza un antibiotico ad ampio spettro e quindi glielo diede.

«Robert è da te?», Werner era entrato in cucina. André scosse la testa: «Perché, voleva lavorare?».

Werner rispose di no. «Mi preoccupo solo per lui», sospirò. «Si sta illudendo con false speranze». Rassegnato si lasciò cadere su una sedia. «Perché doveva succedere? Robert non ne ha già passate abbastanza?».

«Il destino purtroppo non guarda in faccia nessuno», replicò André turbato.

«Lui non riesce ad accettarlo», disse Werner. «Crede che si tratti di un rapimento e si aggrappa a qualsiasi speranza». André lo capiva: non era stato trovato alcun cadavere e una persona innamorata non può arrendersi così. «Credi davvero che un folle abbia potuto rapire Eva e tenerla prigioniera?», gli chiese allora Werner.

«E Barbara?», domandò André.

«Sarebbe capace di tutto», dichiarò Werner. «Ma si è salvata la pelle e deve stare molto attenta».

André annuì. Poi gli venne in mente qualcosa.

«Tu hai parlato di rapimento…».

Robert non si meravigliò, quando entrò nel soggiorno e trovò il padre chino su una cartina.

«Cosa succede?», chiese.

«Stiamo cercando Eva».

Robert era incredulo. Werner improvvisamente gli credeva?

«Ci sono novità», spiegò il padre. «Ho appena parlato con André: Curd Heinemann è evaso dal carcere ed è stato visto al Fürstenhof, o almeno Lena crede di averlo visto».

«E pensi che abbia rapito Eva?», Robert all’improvviso si sentì molto agitato.

«Potrebbe essere», suggerì il padre. «Heinemann era al lago, Eva lo ha riconosciuto, lui è andato in panico e l’ha presa con la forza». Werner aveva organizzato una spedizione con un fuoristrada per perlustrare i dintorni del lago. «André sta mobilitando tutti coloro che potrebbero aiutarci. Se Eva è ancora viva, la troveremo, te lo prometto».

«Ho qualcosa per lei: un antibiotico. La aiuterà, spero», le disse Kurd. Eva aveva ripreso conoscenza, ma si sentiva spossata per via della febbre e faceva fatica a tenere gli occhi aperti. «Le tolgo il bavaglio e lei ingoia le compresse, ok? Gridare non le sarà di alcun aiuto». La giovane annuì e lui sciolse il bavaglio. «Non volevo che finisse così».

Eva deglutì le pillole.

«La prego mi lasci andare», sussurrò.

«Lo farei volentieri, ma non posso». A Curd dispiaceva per quella giovane donna, ma doveva rimanere freddo. «Beva ancora, ha bisogno di liquidi. Come si sente?».

Eva mosse appena le spalle e si distese nuovamente sul pavimento, mezza addormentata. Le vennero meno le forze.

Anche Nils voleva partecipare alle ricerche di Eva, ma Tanja era preoccupata: che cosa sarebbe accaduto se Curd avesse avuto un’arma con sé? Suo marito, però, non l’ascoltò… si biasimava da solo: perché non aveva visto il nesso prima?

«Erano tutti così sicuri che Eva fosse annegata», ribadì Tanja, consigliandogli di nuovo di lasciar stare.

«Non ho paura di mio padre», la rassicurò lui.

«Nils, se l’ha presa come ostaggio… pensi che le farebbe qualcosa? Fino a che punto si spingerebbe?».

Nils deglutì. «Non lo so, Tanja», rispose sommesso. «Non so più che cosa aspettarmi da mio padre…».

Nel frattempo, Charlotte fece pubblicare sul quotidiano locale un annuncio con una foto recente di Eva. Si era riaccesa la speranza che fosse ancora viva. La ricerca doveva andare a buon fine, anche se sembrava volerci un miracolo…

La squadra di ricerca perlustrò i dintorni del lago: il bosco, la palude, i campi e una fabbrica abbandonata. Tutti avevano radio per comunicare con gli altri e Robert continuava a chiedere se qualcuno avesse trovato qualcosa. Pian piano si fece buio.

«Jacob, mi senti?», chiese Robert con il suo walkie-talkie.

«Ti sentiamo», rispose il fratello di Eva. «Sono con Steindl a sudovest rispetto a te e non abbiamo ancora trovato nulla, ma continuiamo a cercare. Ci sarebbe ancora quel fienile, lo conosci?».

«Sì», rispose Robert. Lui avrebbe continuato a cercare nella palude e ci sarebbe voluta tutta la notte…

Jacob e Xaver erano impegnati insieme nella ricerca. Era ovvio che Xaver avrebbe preferito essere in un altro team, ma non se l’era sentita di chiederlo quando il signor Saalfeld lo aveva affiancato a Jacob. A Jacob non importava, voleva solo ritrovare sua sorella. Era tutto ciò che gli importava.

«Trovo molto bello che lei ci stia aiutando», disse a Xaver. «Davvero». Avevano raggiunto il fienile.

«E ora?», chiese Xaver. «Cosa facciamo? Se la stesse tenendo prigioniera qui e avesse con sé un’arma e ci stesse aspettando?».

Jacob tirò fuori il suo coltello da caccia. «Non deve entrare», gli disse.

«Non sono un fifone», lo rassicurò Xaver. «Può contare su di me».

Eva aveva la febbre alta: nel sonno muoveva le labbra e sudava parecchio. Curd la osservava spaventato. All’improvviso, sentì delle voci.

«Stia ferma». Curd afferrò di fretta un telo di plastica e lo gettò su Eva, quindi si nascose sdraiandosi al suo fianco.

La porta del fienile si aprì. Jacob entrò con il coltello in mano. Xaver lo seguiva indugiando.

«Eva?», chiamò Jacob. Lei si svegliò udendo la sua voce. Da una fessura del telo poteva vedere suo fratello. Voleva chiamarlo, attirare la sua attenzione, ma Curd Heinemann le teneva la bocca chiusa con tutta la forza che aveva. «Falsa pista», sospirò Jacob.

«Sarebbe stato troppo bello», disse Xaver.

«Continuiamo a cercare». Lasciarono il fienile.

Le lacrime rigavano il volto di Eva. Jacob l’aveva trovata!

Più tardi, quella sera, Jacob rientrò al Fürstenhof. Debbie aveva preparato nella stanza del personale un piccolo pasto per coloro che avevano partecipato alle ricerche per Eva. Sebbene fosse preoccupato per la sorella, si servì: aveva molta fame ed era molto stanco.

«Mi dispiace aver reagito così quando mi hai raccontato dei tarocchi», disse scusandosi ancora una volta con Debbie. «Ma ho il terrore di sperare invano. Ci sono già passato». La donna annuì consapevole. Michael le aveva raccontato la storia dei genitori di Jacob.

«Prima, quando eravamo davanti al fienile, ero sicuro che Eva fosse lì. Se fossi Curd Heinemann l’avrei nascosta lì: il fienile non è più utilizzato e nessuno ci va». Lei rimase in silenzio. Avrebbe tanto voluto abbracciarlo! Ma era il momento meno adatto per farlo.

Barbara aspettò che Robert tornasse al Fürstenhof per importunarlo con la sua cattiveria. Aveva incaricato un dipendente di appendere un ritratto di Eva nella hall, con una fascia da lutto.

«Toglilo immediatamente!», le urlò.

«Volevo solo esprimere la mia partecipazione al tuo dolore», si scusò fingendo.

«Non è morta», la zittì lui. «E la troveremo».

«Da quanto tempo è scomparsa?», chiese Barbara. «Forse sai qualcosa che io non so. È stato chiesto un riscatto?».

«La troveremo», le ripeté.

«Ti senti in colpa», mormorò lei. «Mi sentirei così anch’io. Non l’avevi presa in giro perché non era una brava nuotatrice?». Lui deglutì. «Voleva esercitarsi ed è annegata», continuò lei. «Una tragedia».

«No! Non è così!». Arrabbiato e agitato, Robert decise di ignorarla. E lei lo lasciò al suo dolore.

Dopo essersi fatto una doccia, Robert si recò dai Sonnbichler. Voleva sentirsi vicino a Eva e chiese di poter dormire nella sua stanza. Ovviamente, Hildegard e Alfons glielo concessero.

«Non ci arrenderemo», lo rassicurò Hildegard. «Il Signore è la mia forza e il mio scudo, in Lui s’è confidato il mio cuore e sono stato soccorso. Salmo ventotto». Lei e suo marito pregavano sempre per Eva.

«Grazie», rispose Robert, poi si lasciò convincere a mangiare un po’ di zuppa.

Il mattino seguente, una giovane donna arrivò al Fürstenhof. Era vestita in modo casual: indossava jeans e camicia. Si trattenne un po’ sulla terrazza, poi si decise a parlare con la cameriera girata di spalle, Gitti.

«Scusi?». Gitti prese prima un’altra ordinazione, poi si girò. E d’un tratto le si illuminò il volto.

«Theresa!», urlò e le due donne si strinsero in un abbraccio.

Gitti si prese un’ora libera per chiacchierare un po’ nel parco con la sua vecchia amica Theresa Burger.

«Gitti König è diventata una cameriera quindi», asserì Theresa.

«Mi sorprende, se proprio vuoi saperlo. Un paio di anni fa volevi diventare Cancelliere federale».

«Quello l’ha fatto qualcun altro». Gitti sorrise e raccontò del suo lavoro di consulente aziendale, che aveva abbandonato. Voleva dare un senso alla sua vita. Aveva quasi accantonato i suoi sogni per la carriera, perciò aveva iniziato a lavorare come cameriera. «Sono contenta che tu sia tornata in paese», disse guardando felice Theresa. «Qualcuno ha detto che stai studiando tecnologie birrarie al Politecnico di Berlino».

Theresa annuì. Aveva preso il diploma e ora era un mastro birraio certificato. «Sai chi è ancora qui? Nell’hotel, intendo? Eva Krendlinger».

«Lavora anche lei qui?», chiese Theresa stupita. «Ma voleva diventare maestra d’asilo!».

«Sì, infatti», rispose Gitti. «E ha scritto un libro per bambini, molto dolce». Il suo viso si oscurò.

«Che cosa succede?». Gitti le raccontò della scomparsa di Eva. Si diceva che era annegata nel lago.

«Ora si parla di un rapimento, perché un carcerato è evaso ed è stato visto in zona», concluse.

«È spaventoso». Le due donne rimasero in silenzio per un po’. Quindi Gitti chiese a Theresa che cosa avesse intenzione di fare.

«Innanzitutto voglio vedere mio padre. Non ci siamo sentiti per tanto tempo e non ha la più pallida idea che io sia qui».

«Allora non lo sai?!», le domandò l’amica. Theresa corrugò la fronte: «Cosa?».

«Il birrificio è stato chiuso sei settimane fa e tuo padre se n’è andato».

Theresa rimase a bocca aperta di fronte a Gitti.

Robert aveva sperato di sognare di nuovo Eva, di ricevere una sorta di messaggio da lei, ma non era successo.

«Sento che ha bisogno di me», confidò a sua madre. «Ma non so dove devo andare». Charlotte lo consolò e gli accarezzò il braccio. Lei credeva che nelle situazioni straordinarie della vita potesse stabilirsi un contatto con le persone amate, lo aveva sperimentato in Africa. «Dov’è papà?», chiese Robert.

«Ora che potrebbe esserci una connessione con Curd Heinemann, è andato alla polizia a fare pressione», rispose. «E io ho pubblicato un annuncio». Gli mostrò il giornale. A chiunque avrebbe fornito loro informazioni sul luogo in cui era trattenuta Eva avrebbero offerto una ricompensa di ventimila euro. «Qui c’è il nostro numero di rete fissa e il tuo numero di cellulare. Spero che per te vada bene». Ovviamente per Robert era perfetto: tutto ciò che avrebbe aiutato a riportare Eva a casa andava bene.

L’antibiotico aveva fatto effetto: Eva si sentiva meglio dopo essersi svegliata e Curd non le aveva rimesso il bavaglio. Aveva la schiena e le gambe indolenzite a causa della posizione scomoda sul letto di fieno. Chiese di poter bere e Curd le avvicinò una bottiglia d’acqua alla bocca.

«Grazie», gli disse guardandolo con insistenza. «Vuole dei soldi?». Lui tacque. «Cosa stiamo aspettando, allora? Che piani ha?». L’uomo continuava a tacere. «Potrebbe almeno avvisare Robert Saalfeld che sto bene?», chiese lei. «Magari posso scrivergli qualcosa in modo che sappia che sono ancora viva?».

«No», ribatté Curd brusco.

«Ha già perso una persona», insistette lei.

«Sta parlando troppo». Voleva imbavagliarla di nuovo, ma gli suonò il cellulare. Si allontanò in modo che Eva non potesse sentire quello che diceva, ma lei si convinse che Curd Heinemann non stesse agendo da solo. E se il rapitore avesse voluto del denaro, quanto sarebbe durata? E quanto avrebbe potuto raccogliere Robert? Comunque fosse, non doveva provocare Heinemann. Le aveva procurato le compresse, quindi non voleva che le accadesse niente. Se solo avesse potuto liberarsi di quei legacci! Ma si sentiva ancora troppo debole. Se Robert la stesse cercando?

«Non ti preoccupare per me», sussurrò pensando intensamente a Robert. «Torneremo insieme. Festeggeremo le nostre nozze e tutto andrà nel verso giusto».

Curd era al telefono con Barbara, che aveva scoperto l’annuncio pubblicato sul giornale da Charlotte ed era inquieta. Curd la incoraggiò di nuovo a mettere fine al rapimento il prima possibile e ancora una volta Barbara non ne volle sapere.

Con voce alterata chiamò Charlotte Saalfeld.

«Pronto, sono Sandra Dupont», disse. «Chiamo per l’annuncio: ho visto la donna. Ieri pomeriggio».

Charlotte informò subito Robert della chiamata di una certa signora Dupont.

«Dice di aver visto Eva ieri in un supermercato, in Parkplatz. Sembrava andare di fretta». La signora chiamava da un posto vicino al confine francese.

«Cosa ci faceva Eva lì?», chiese Robert meravigliato.

«Se davvero è nelle mani di Heinemann, potrebbe essere in fuga con lui», suggerì sua madre. «Potrebbe essere…». Robert rifletté se era il caso di recarsi lì. Charlotte suggerì prima di chiamare la località e di verificare i dati della donna.

CAPITOLO 3

Theresa e Gitti andarono insieme alla vecchia distilleria Burger.

Theresa era agitata e si avvicinò alle imposte chiuse.

«Tutto chiuso! Sembra un brutto sogno!». Suo papà aveva chiuso il birrificio senza dirle nulla? «Non capisco!». Nel frattempo Gitti aveva telefonato al proprio padre, che in passato aveva lavorato nel birrificio, ma anche lui non sapeva nulla di preciso, se non che gli affari ultimamente erano andati molto male.

«Il birrificio è fallito e tuo padre se l’è data a gambe». Theresa si lasciò cadere allibita su un tronco d’albero.

«Se avessi saputo che c’erano delle difficoltà sarei venuta subito e lo avrei aiutato!». La donna non riusciva a trovare un senso a tutto questo. «Cosa diavolo è successo? Per anni ha prodotto la migliore birra della zona…».

Theresa aveva sempre sognato di prendere le redini dell’azienda di famiglia un giorno, per questo aveva studiato tecnologie birrarie. Ora era diplomata, ma non aveva più il birrificio. Questo ritorno a casa se lo era immaginato in modo diverso.

Eva osservava Curd Heinemann già da un po’. Dormiva da circa mezzora e aveva il cellulare nella tasca esterna della giacca. Eva era riuscita a togliersi il bavaglio che lui le aveva rimesso dopo la telefonata con Barbara. Doveva osare, o adesso o mai più!

Strisciò in silenzio verso di lui e, con le mani legate, estrasse il telefono dalla tasca senza svegliarlo.

Charlotte intanto aveva telefonato al comune del paese che le aveva citato la signora che aveva chiamato per l’annuncio.

«Non c’è nessun supermercato con parcheggio, si tratta di un paesino», spiegò a Robert e Werner. «Non c’è nemmeno nessuna signora Dupont. La donna ha mentito».

«Non può essere vero…», sospirò Werner.

Nessuno dei tre riusciva a capire perché qualcuno avesse fatto una cosa simile.

«Mi dispiace», si scusò Charlotte rammaricata. «Forse non dovremmo accettare altre chiamate».

Si erano fatte vive tante persone poco serie solo per la ricompensa. La polizia aveva poi dichiarato che non avrebbe proseguito le ricerche del corpo di Eva.

«Tutti pensano che sia annegata», spiegò Werner. Il cellulare di Robert squillò. Lui esitò prima di accettare la chiamata. Se fosse un altro pazzo… ma poi rispose. E sentì all’improvviso la voce di Eva.

«Robert…», sussurrò dall’altra estremità del cavo.

«Eva! Dove sei?», Charlotte e Werner si scambiarono uno sguardo attonito.

«Non lo so», rispose Eva con voce sommessa.

«Cosa è successo? Sei in pericolo?». Robert la sentì singhiozzare.

«Non ce la faccio più», disse faticosamente.

«Mantieni la calma, ci sono io ad aiutarti». Non riusciva a capire perché piangesse tanto. «Eva, cosa posso fare?».

«Lui…». La conversazione si interruppe.

«Chi? Cosa?». Ma dall’altra parte non c’era più nessuno.

Eva si ritrovò all’improvviso una pistola puntata alla testa. Qualcuno dietro di lei voleva farle capire che doveva lasciare il telefono all’istante. Era Barbara, ma Eva non poteva vederla perché si trovava dietro di lei.

«La prego non spari», supplicò. Si svegliò anche Curd Heinemann.

«Cosa sta succedendo?», chiese spaventato. Barbara gli lanciò uno sguardo ammonitore e si portò un dito alle labbra. Eva non doveva sapere chi fosse lei. Curd andò da Eva e le spinse la testa a terra. Barbara lasciò il fienile.

Eva giaceva lì disperata e spaventata. Non era riuscita a dire a Robert dove la tenevano prigioniera, ma almeno ora sapeva che era viva e avrebbe trovato il modo per aiutarla. Doveva trovarla. Ma chi era il complice di Curd Heinemann? Aveva sentito un profumo da donna, di quelli costosi! Ma chi poteva odiare lei e Robert così tanto… poteva essere solo Barbara von Heidenberg.

Dopo che Curd ebbe legato di nuovo le mani dietro la schiena e messo il bavaglio a Eva, uscì dal fienile dove Barbara lo stava aspettando e lo rimproverò aspra.

«Quando capirà che la donna è il nostro ostaggio e non un ospite?», si arrabbiò lei.

«Non voglio più giocare al carceriere e all’infermiera!», rispose mettendosi sulla difesa. «Cosa le ha fatto questa donna? Vuole davvero che muoia di polmonite?«

«Nessuno muore così in fretta», rispose Barbara fredda. «È abbastanza in forma per fregarla».

Robert ora sapeva con maggiore certezza che la sua fidanzata era ancora in vita.

«Chiami i Saalfeld», consigliò Curd. «Niente polizia, altrimenti la ragazza morirà». Robert Saalfeld avrebbe fatto di tutto per salvare Eva Krendlinger.

«Se il rapitore ha scoperto che Eva ti ha chiamato, dovrà agire subito», suggerì Werner. Lui e Charlotte erano ancora sconvolti dal fatto che Eva avesse telefonato. Robert era sicuro al cento per cento di aver riconosciuto la sua voce.

«Mi sembrava così angosciata», Robert si scompigliò i capelli.

«Devo fare qualcosa». A quel punto il suo smartphone annunciò l’arrivo di un’e-mail. Niente polizia o morirà c’era scritto. Lui impallidì. Anche i genitori erano inquieti.

Werner consigliò di avvisare subito la polizia, ma Robert non ne volle sapere: «Non voglio mettere in pericolo Eva. Meno persone ne sono a conoscenza, minore è il rischio che corre».

Theresa aveva trovato una grande quantità di documenti nel birrificio, la maggior parte dei quali erano fatture non saldate e solleciti. Sembrava che suo padre, negli ultimi sei mesi, non fosse più in grado di pagare niente, aveva dato solo i soldi ai dipendenti prima di licenziarli.

Poi Theresa trovò tra le carte una lettera indirizzata a lei.

Cara Theresa, aveva scritto suo padre, ti allego una procura firmata dal notaio. Sarai autorizzata a prendere decisioni di qualsiasi natura per il birrificio. La procura era allegata.

«Fai quello che è necessario», continuò a leggere ad alta voce. «Non sono riuscito a liquidare il birrificio. Scusami se lascio a te questo triste incarico. Non preoccuparti per me, ho solo bisogno di prendere un po’ le distanze. A presto, papà». Theresa si sedette davanti un mucchio di cocci.

Nel frattempo, Doris van Norden aveva appeso nella Fürstensuite una Madonna a cui rivolgeva sempre le sue preghiere . Nel mezzo della preghiera fu interrotta da qualcuno che bussava.

Entrò la signora Zwick.

«Ha trovato questo Hans Burger alla fine?», chiese Doris di cattivo umore. Rosi Zwick rispose di no, rammaricata.

«O nessuno sa dove è o nessuno vuole dirmelo», le spiegò.

«Allora continuate a cercare!», disse Doris impaziente. «E assicuriamoci che i creditori aspettino ancora un po’». In caso contrario, si sarebbe diffusa la notizia di un curatore fallimentare e l’affare sarebbe sfumato.

Intanto Robert aveva messo al corrente Nils delle novità e lui era sconvolto. In passato sua padre era stato “solo” un ladro d’arte… ora si macchiava di un gesto tanto crudele e brutale come un rapimento? Ma tutto tornava: Curd era scappato di galera ed era stato visto al Fürstenhof. Lena aveva ritrovato i resti della divisa da carcerato che aveva bruciato. Sicuramente aveva bisogno di soldi.

Anche Nils era convinto che bisognasse chiamare la polizia, ma Robert non ne voleva sapere e ottenne da Nils la promessa che non avrebbe agito di testa sua.

«Non ti perdonerò mai se dovesse succedere qualcosa a Eva perché hai avvisato la polizia».

Nils raccontò a Tanja che Eva era ancora viva e che, con grande probabilità, suo padre l’aveva rapita.

«Ma… ma…», lei non riusciva a crederci. «Dobbiamo fare qualcosa! Cerchiamo Curd e liberiamo Eva!».

«Penso che sia compito della polizia», ribatté Nils. «Ma Robert non la vuole coinvolgere».

«Chiaro». Tanja lo capiva: Robert aveva paura per la sua fidanzata.

Barbara, intanto, si preparava alla fuga. Offrì alla banca l’acquisto della sua quota dell’hotel e mise insieme tutti i suoi gioielli più preziosi: in caso di necessità, avrebbe potuto venderli per ricavarne denaro. Poi si informò sui voli per Caracas.

Eva guardò Curd in modo così supplichevole che alla fine egli non poté fare altro che toglierle il bavaglio.

«Ma niente grida», la avvertì. Lei ringraziò. «Vorrei slegarla, ma se poi tentasse di scappare…».

«Lei sa meglio di me che valore ha la libertà», affermò Eva con voce flebile.

«Non si possono fare paragoni», le rispose con rabbia. «Se lei scappa prima che io mi sia dileguato, avrò guai seri».

«Li avrà comunque», disse Eva. «O crede davvero che usciremo entrambi vivi da questa situazione? Barbara von Heidenberg non lascerà testimoni che possano metterla nei guai». Curd trasalì. Eva capì che aveva colto nel segno. «È così ingenuo da sottovalutare quella donna?», continuò. Ma Curd riprese il controllo.

«Ha una fervida immaginazione», commentò. «Questa storia riguarda solo me e nessun altro».

Charlotte e Werner, tuttavia, non erano del tutto convinti che fosse davvero Eva ad aver chiamato. In giro c’erano persone malate che si divertivano a fare scherzi del genere. Quindi non ne parlarono con nessuno, solo Alfons e André vennero a sapere che forse Eva era ancora viva.

André rifletté per un po’, dopo che Werner gli ebbe raccontato della misteriosa telefonata e dell’e-mail.

«Barbara farebbe di tutto per far soffrire Robert», sentenziò poi.

«Se avesse voluto fare del male a Robert, avrebbero trovato il cadavere di Eva già da molto tempo», continuò Werner. «Barbara non fa le cose a metà».

«Forse ha bisogno di soldi», rifletté André.

«Ha ereditato un bel gruzzolo da Götz Zastrow», disse scuotendo il capo. «E ora per fare del male a Robert non butterebbe tutto all’aria. Dietro a tutto questo ci deve essere quel Curd Heinemann…».

Curd offrì a Eva una ciotola con della zuppa e le sciolse i polsi per mangiare. Eva prese un’altra compressa e lo ringraziò per averle trovato delle medicine.

«Anch’io voglio che si rimetta in forze…», spiegò e assunse un tono ironico: «Affinché abbia abbastanza energia per il suo prossimo tentativo di fuga, in modo che non finisca così male».

Lei accennò un sorriso. «Cosa le avrebbe fatto Barbara von Heidenberg se fossi scappata?». Il viso di Curd si adombrò all’istante.

«Ha paura di lei, vero?». Lui tacque. «Lei era un ladro d’arte, ma ora si sta rendendo complice di un’assassina».

«Ancora una parola e le tappo di nuovo la bocca!» la minacciò. Ma Eva non mollava.

«Quindi è evaso dalla prigione per rimanere giorni e giorni in questo orrendo fienile? La verità è che siamo entrambi prigionieri qui». Lui si comportò come se non avesse sentito. «Ha bisogno di soldi? Quanto le ha offerto la Heidenberg? Crede davvero che le darà del denaro?».

«Mangi e stia zitta!», ringhiò Curd.

«Ha già fissato un riscatto?», continuò lei. «Non valgo milioni».

«Mi basterebbero ventimila euro», la bloccò Curd.

«Quelli Robert potrebbe raccoglierli in fretta, credo», ribatté lei. «E sono certa che pagherebbe».

«Non lo posso contattare», le disse Curd. «Se dopo la telefonata è stata avvisata la polizia, il telefono sarà di sicuro sotto controllo».

«Robert si sarà attenuto alle sue indicazioni», cercò di rassicurarlo Eva. «Ha paura per me». Curd stava riflettendo e lei si era accorta. «Se lo chiama ora, domani avrà i soldi. Lei scompare, va dove vuole e si libera di Barbara von Heidenberg… per sempre».

Curd, però, non chiamò Robert. Lasciò che Eva telefonasse ai Sonnbichler. Hildegard e Alfons rimasero esterrefatti nel sentire la voce della nipote.

«Mi dovete aiutare», spiegò Eva. Poi Curd prese la parola.

«Ventimila euro in contanti», chiese cercando di modificare la voce. «Tra due ore. Vi dirò dove avverrà la consegna».

«Vado subito in banca», assicurò Alfons.

«Non ne fate parola con nessuno, altrimenti per Eva si metterà male, molto male…». E riattaccò.

Jacob ancora non sapeva che sua sorella era viva. Nessuno gli aveva detto nulla ed era sicuro di aver perso Eva. La tristezza lo opprimeva. Debbie gli stava accanto e lui poteva almeno lasciare che lei cercasse di consolarlo.

CAPITOLO 4

Quando lo vide da solo nel ristorante, Doris si sedette accanto a Werner.

«Davvero desideri passare il tuo tempo con un uomo che ha più preoccupazioni che denaro?», chiese freddo lui. Non aveva dimenticato la reazione così poco empatica alla scomparsa di Eva.

«Ci sono novità sulla tua figliastra?», domandò lei con molta dolcezza.

«Ti interessa veramente?». Lei annuì e lui la osservò con sguardo indagatore.

«Ti chiedo scusa se le mie parole ti sono sembrate così dure», disse lei. «Naturalmente non mi è indifferente quello che ti succede e cosa ti addolora».

«Dovrebbe, però», brontolò lui. «Ti rovina la giornata».

«Forse ho voglia di condividere le tue preoccupazioni», rispose lei.

«Mi meraviglierebbe. Non siamo così vicini». Trasalì istintivamente.

«Non pensavo che desiderassi la mia compassione, Werner». Infatti lui non voleva compassione, ma partecipazione. «Di questo puoi starne certa». Ma sembrava non crederci. Lei pose le sue mani sulle sue. «Non sono capace di offrire consolazione a un uomo orgoglioso come te. Però questo non significa che la tua infelicità mi lasci indifferente». Aveva finalmente trovato le parole giuste. Lui la guardò colpito.

«È bello averti vicino», commentò lui.

I due decisero di fare un giro nel parco.

«Credo di aver solo provato ad allontanare i tuoi problemi da me», spiegò Doris. «Si è trattato di auto-protezione. Le tue preoccupazioni mi toccano più da vicino di quanto vorrei». Nonostante la tensione, gli scappò da ridere. «Non riuscivo più a concentrarmi sul lavoro», continuò lei. «Prima chiamavo la mia ditta a Monaco più volte al giorno, oggi nemmeno una».

«È gentile da parte tua», osservò lui. «Ma anche se non sto bene, tu devi occuparti dei tuoi affari». Era felice che lei gli stesse vicino e fosse dalla sua parte. Si baciarono teneramente e non si accorsero di Charlotte, che andava verso di loro. Charlotte osservò per un attimo l’intimità tra il suo ex marito e la signora van Norden, poi si voltò e cambiò strada.

«È stato davvero di cattivo gusto», disse poi Charlotte a Werner.

«Amoreggiare con la signora van Norden nel parco».

«Da quanto non siamo più sposati?», ribatté lui.

«Non mi interessa più chi sia il tuo ultimo giocattolino», affermò Charlotte. «È solo mancanza di gusto che tu lo faccia alla luce del giorno. Tuo figlio sta quasi impazzendo dalla preoccupazione per Eva e tu non hai niente di meglio da fare che correre dietro ai tuoi passatempi a buon mercato».

«Se Doris mi sostiene in un momento difficile non deve essere un problema per te», le riprese sprezzante, ma poi abbassò la voce. «Mi sta solo aiutando a non perdere la testa». Charlotte respirò profondamente. Werner si avvicinò a lei e la abbracciò.

«Ne abbiamo passate così tante insieme. Se non ci facciamo del male a vicenda, ce la faremo anche questa volta». Lei annuì. Aveva ragione.

Alfons non voleva che Hildegard lo accompagnasse in banca a ritirare i contanti. La moglie aveva provato in tutti i modi a convincerlo, ma lui era stato inflessibile. Era troppo pericoloso.

Ora Hildegard era seduta nella stanza del personale e stava impazzendo dall’ansia. Nils e Tanja si accorsero subito che qualcosa non andava e non la lasciarono in pace finché la donna gli raccontò cosa era successo.

Eva era legata e imbavagliata sul pavimento del fienile. Aveva freddo e sete. Dove era Curd Heinemann? Se l’era svignata e l’aveva abbandonata lì? Se solo avesse trovato qualcosa di appuntito o tagliente per liberarsi… Si guardò intorno nel fienile e lo sguardo si posò su un lungo chiodo che sporgeva da una tavola di legno. Si avvicinò strisciando, inizio a strofinarvi le corde che la tenevano legata e dopo un lasso di tempo, che le parve infinito, si liberò.

Tanja si era recata a casa dei Saalfeld per fare visita a Robert, che era sfiancato dalla lenta attesa e dalla preoccupazione per Eva.

«Forse presto sarà tutto finito», cercò di calmarlo. «Il rapitore vuole solo i soldi e poi…». Si morse la lingua.

«A me non ha chiesto denaro», disse subito Robert scrutando Tanja. «Dimmi quello che sai o te lo tirerò fuori».

«Il rapitore si è fatto vivo con i Sonnbichler», spiegò lei dopo averci pensato un attimo. «Alfons si sta già dando da fare».

«Incontrerà il rapitore?!», Robert era senza parole.

«Eva sarà presto libera».

Curd aveva indicato ad Alfons il punto nel bosco dove avrebbe dovuto depositare il denaro.

«Che vada tutto bene…», mormorò Alfons depositando una busta con i ventimila euro sotto una cappella ai margini della strada. Curd lo osservò da dietro un cespuglio. Appena Sonnbichler non fu più in vista, uscì allo scoperto e cercò di allungare la mano verso la busta, ma qualcuno lo prese per il braccio in modo brusco.

«Allora sei veramente tu!». Nils guardò suo padre pieno di odio.

«Dov’è Eva?». Colpì Curd con un pugno in viso. «Bastardo!».

«Smettila!», gli urlò il padre.

Nils lo afferrò per il colletto. «Ti farò tirare fuori la verità a suon di botte!», gridò.

«Lasciami!». Curd si difese con tutte le sue forze. «Lasciami andare o Eva Krendlinger morirà». A Nils mancò l’aria.

«Dov’è?», urlò. «Dov’è Eva?». Alfons aveva sentito le urla da lontano ed era corso indietro.

«Ti spezzo le ossa!», minacciava Nils.

«Come puoi parlare così? Sono tuo padre!». Nils emise una risata piena di scherno, ma Curd riuscì a liberarsi con un movimento rapido e scappò via.

«Fermati!». Nils voleva inseguirlo ma Alfons lo trattenne.

«È impazzito? Sta rovinando tutto!». Nils voleva correre, ma Alfons lo tratteneva. Curd si era fermato a una certa distanza.

«Ho fatto tutto quello che ha chiesto», gridò il signor Sonnbichler. «Ora prenda i ventimila euro e liberi Eva».

Curd si girò e sparì nel bosco. Perché Nils si era intromesso?!

Distrutto e sfinito, Alfons entrò nella hall e Robert gli si precipitò incontro.

«Dov’è Eva?». Alfons lo guardò stanco. «So da dove viene: Tanja mi ha raccontato tutto».

«Robert, ho davvero pensato di poter riportare Eva a casa…». Robert capì che qualcosa era andato storto. «Si tratta davvero di Curd Heinemann: è lui che la tiene prigioniera», proseguì Alfons.

«All’inizio tutto è andato secondo i piani. Ho messo i soldi nel luogo che avevamo concordato, ma Heinemann non li ha presi perché suo figlio ha rovinato tutto».

«Nils?», chiese Robert a voce bassa.

«Si è scaraventato su suo padre come un ossesso e lo voleva picchiare», spiegò Alfons. «Heinemann ha pensato che fosse una trappola ed è scappato».

Nessuno aveva notato che, nel frattempo, Barbara stava scendendo le scale e ascoltava quel che dicevano.

«Perché non mi ha detto niente della consegna dei soldi?», chiese Robert furioso.

«Nessuno doveva sapere niente», spiegò Alfons difendendosi.

«Questa era la condizione».

«Ha funzionato alla grande!». Robert era davvero fuori di sé.

«Senza il riscatto, Eva è soltanto un peso per Heinemann!». Barbara aveva sentito abbastanza…

Intanto, Nils si lamentava con Tanja del fatto che Sonnbichler avesse rovinato tutto. Se non lo avesse trattenuto, avrebbe scoperto dove suo padre nascondeva Eva. Tanja non riusciva a credere che avesse picchiato Curd.

«Nils, che cosa avresti fatto se, in preda al panico, tuo padre avesse tirato fuori una pistola?», gli chiese sconcertata.

«Ero così furioso che non sarebbe stato in grado di fermarmi», rispose Nils.

«Qui non si tratta di un regolamento di conti tra padre e figlio!», si arrabbiò Tanja. «Si tratta di Eva che continua a essere tenuta prigioniera perché tu hai mandato all’aria la consegna del riscatto!».

«Avrei dovuto accettare in silenzio che mio padre, oltre ad aver rapito Eva, incassasse anche ventimila euro?», ribatté ostinato Nils. Tanja non aveva parole. Non aveva ancora capito che cosa aveva causato?

«Può ringraziare suo zio: voleva abbindolarmi e ha trascinato con sé il mio adorabile figliolo». Curd era tornato al fienile arrabbiato e con un occhio nero. Nils aveva colpito duro. «Per farla breve, non c’è nessun riscatto». Era troppo occupato a pensare a sé per notare che Eva non era più distesa sul pavimento, come al solito. Si era nascosta dietro la porta del fienile e scivolò fuori alle sue spalle. Con le ultime forze che aveva sbatté la porta e la chiuse a chiave. «Cosa stai facendo?», gridò Curd Heinemann precipitandosi alla porta. «Apri, carogna! Apri subito!».

Indebolita, Eva vagava per il bosco barcollando. All’improvviso, davanti a lei, spuntò dal nulla Barbara von Heidenberg.

«Guarda, guarda», disse beffarda. «Cosa abbiamo qui?». Eva la fissò con il panico negli occhi. Non aveva le forze per scappare. «La signorina Krendlinger ha bisogno di aiuto…». Barbara prese Eva per il braccio senza alcuna gentilezza.

«La prego, mi lasci andare», la supplicò. «Non le ho fatto nulla…».

«Lei no, è vero». Barbara riportò Eva al fienile.

Nonostante la consegna del riscatto fosse andata a monte, Robert si rifiutava ancora di coinvolgere la polizia. Werner era contrario, perché riteneva che stesse sbagliando, mentre Charlotte lo appoggiava.

«La cosa più importante è che tu mantenga i nervi saldi», gli disse seria. «Non mi meraviglierebbe se Heinemann si facesse vivo di nuovo: è in fuga e ha bisogno di soldi per far perdere le proprie tracce. Sa che tu faresti di tutto per salvare Eva, senza indugiare». Riconoscente e un po’ sollevato, Robert strinse a sé la donna.

Werner aveva ripreso in mano la questione. Disse a uno sconcertato Jacob Krendlinger che sua sorella era ancora viva e gli raccontò brevemente del rapimento, come del tentativo non riuscito di Alfons di consegnare il riscatto. Poi cercò di convincere Jacob che bisognava avvertire la polizia.

«Prima mi esclude da tutto e ora mi punta la pistola alla tempia!», si arrabbiò Jacob. «Come posso decidere in tutta fretta qualcosa di cui potrei pentirmi per il resto della mia vita?!».

«Non è il momento di pensare alle sottigliezze», rispose Werner.

«Krendlinger, vogliamo solo il bene di Eva».

«Non so davvero quale sia la cosa giusta da fare…», sospirò Jacob. «Non so più niente».

Alfons rimproverò aspramente Hildegard: se non avesse detto a Tanja e Nils della consegna del riscatto, Nils non sarebbe andato nel bosco e non avrebbe mandato tutto all’aria. Eva avrebbe potuto essere libera! Hildegard sapeva di aver commesso un grave errore e ne era profondamente rammaricata. Ora Curd Heinemann avrebbe pensato che Alfons non si era attenuto agli accordi e non voleva nemmeno immaginare cosa sarebbe potuto accadere a Eva.

«A quanto pare ha avuto un diverbio», commentò Barbara osservando l’occhio nero di Curd e sogghignando. Eva nel frattempo giaceva di nuovo sul pavimento, legata e imbavagliata. «Mi lasci indovinare: con suo figlio? Perché ha sventato a sorpresa il suo astuto piano di consegna del riscatto?».

«Se sa già tutto, perché me lo chiede?». Curd era stato messo alle strette.

«Mi interessa sapere come il mio socio intendeva farmela alle spalle», sibilò. «E le rivelo cosa avrebbe ottenuto con il suo stupido riscatto: lei, mio caro, sarebbe finito in carcere di filato un’altra volta».

«Non voleva tradirmi». Guardò Eva.

«Si sta aggrappando alle dolci parole di un ostaggio spaventato?», sogghignò Barbara. «Le devo ricordare che questa donna l’ha ingannata già due volte?».

«Non sono un rapitore», affermò lui. Lei lo guardò in modo cupo.

«O portiamo a termine questo rapimento insieme, con tutte le conseguenze, o torna da dove è venuto. Naturalmente senza un centesimo in tasca». Eva, che ascoltava i due parlare, sentì crescere il terrore. Rimanere sola con Barbara von Heidenberg era la cosa peggiore che le potesse capitare.

Theresa era tornata al birrificio, aveva raccolto tutti i documenti e li aveva messi in una borsa da viaggio. Con l’aiuto di Gitti, voleva esaminare le carte per stabilire se ci fosse ancora un modo per salvare la Burger Bräu. Gitti le consigliò di tenersene fuori. Con un’impresa in quelle condizioni si sarebbe davvero assunta una responsabilità troppo grande. Ma Theresa non aveva intenzione di rimanere a guardare l’azienda di famiglia andare in rovina.

Dopo che Gitti ebbe esaminato la situazione, non poté offrire alla sua amica grandi speranze.

«Theresa, prendi le tue cose e torna da dove sei venuta», le consigliò seria. «Prima che i creditori sappiano che ora sei tu quella con cui devono parlare».

«Dovrei scappare?». A Theresa non piaceva affatto, ma Gitti annuì.

«E prima strappa la delega di tuo padre in pezzi minuscoli», aggiunse.

«La situazione è così nera?», chiese Theresa. Sospirò.

«Peggio», rispose Gitti. C’è una cosa soprattutto che non capiva: perché tutti quei creditori non si facevano sentire?

Poco dopo, Theresa incontrò Hildegard per strada e quest’ultima la riconobbe subito, sebbene non si vedessero da un’eternità.

«Tuo padre sarà felicissimo che tu sia qui», disse Hildegard.

«Non è qui», commentò Theresa triste.

«Dove dovrebbe essere?», si meravigliò la signora Sonnbichler. «Parla sempre tanto di te, quando lo incontro».

«Se ne è semplicemente andato». In quel momento Doris si avvicinò e sentì che Theresa aveva ricevuto una delega per gestire la Burger Bräu. «Ora ho un mandato per una ditta che non ha né capitali, né dipendenti, né tantomeno un futuro. A quanto sembra, il birrificio di papà è completamente fallito». A Hildegard dispiacque molto sentire tutto questo, mentre Doris aveva già preso il cellulare per chiamare la signora Zwick. Non era più necessario cercare Hans Burger.

CAPITOLO 5

«Io e tuo padre… beh, abbiamo avvisato la polizia». Jacob era «I seduto di fronte a Robert e si aspettava che andasse su tutte le furie da un momento all’altro. «Non so nemmeno io se era la cosa giusta da fare», proseguì. «Ma, in ogni caso, è importante che tu collabori e che non agisca di testa tua». Robert annuì: era quasi sollevato dal fatto che Werner e Jacob avessero preso l’iniziativa. Forse era davvero meglio così.

«Ora cosa succederà?», chiese.

«La polizia ritiene che Heinemann si farà vivo di nuovo. In tal caso, dovrete avvertirli subito». Robert promise che lo avrebbe fatto. Jacob se ne era appena andato quando ricevette un’altra e-mail: una foto di Eva legata con sotto la scritta: «Centomila euro e niente polizia!».

«Bastardo!». Robert avrebbe voluto prenderlo a pugni.