Sicurezza, Terrorismo e Società 6/2017 - AA.VV. - darmowy ebook
Opis

Sicurezza, Terrorismo e Società (Security, Terrorism and Society) è una rivista scientifica online che intende promuovere una riflessione sui numerosi aspetti che caratterizzano la dimensione “sicurezza” nel mondo globale, con particolare attenzione alle derive di tipo terroristico, senza nessuna preclusione culturale. Lo scopo della rivista è di promuovere il dialogo tra academici, analisti e policy maker sui temi della sicurezza e del rischio nella società contemporanea.La prospettiva assunta è quella propria delle scienze sociali, con le quali si confrontano e si combinano competenze, antropologiche,comunicative, economiche, giuridiche, politologiche, sociologiche e tecnologiche. Si tratta pertanto di un approccio multidisciplinare considerato necessario per affrontare sia sul piano teorico sia sul piano empirico le nuove sfide del XXI Secolo.I contributi di riflessione e analisi sono indirizzati ad approfondire i temi del crisis management, nuove tecnologie, sicurezza, sorveglianza e terrorismo.

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Sicurezza, terrorismo e società

international journal – Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies

ISSUE 2 – 6/2017

Direttore Responsabile:

Matteo Vergani (Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano e Global Terrorism Research Centre – Melbourne)

Co-Direttore e Direttore Scientifico:

Marco Lombardi (Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano)

Comitato Scientifico:

Maria Alvanou (Lecturer at National Security School – Atene)

Cristian Barna (“Mihai Viteazul” National Intelligence Academy– Bucharest, Romania)

Claudio Bertolotti (senior strategic Analyst at CeMiSS, Military Centre for Strategic Studies – Roma)

Valerio de Divitiis (Expert on Security, Dedicated to Human Security – DEDIHS)

Chiara Fonio (Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano)

Sajjan Gohel (London School of Economics – London)

Rovshan Ibrahimov (Azerbaijan Diplomatic Academy University – Baku, Azerbaijan)

Daniel Köhler (German Institute on Radicalization and De-radicalization Studies – Berlin)

Miroslav Mareš (Masaryk University – Brno, Czech Republic)

Vittorio Emanuele Parsi (Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano)

Anita Perešin (University of Zagreb – Croatia)

Giovanni Pisapia (Senior Security Manager, BEGOC – Baku – Azerbaijan)

Iztok Prezelj (University of Ljubljana)

Eman Ragab (Al-Ahram Center for Political and Strategic Studies (ACPSS) – Cairo)

Riccardo Redaelli (Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano)

Mark Sedgwick (University of Aarhus – Denmark)

Arturo Varvelli (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale – ISPI – Milano)

Kamil Yilmaz (Independent Researcher – Turkish National Police)

Munir Zamir (Fida Management&C7 – London)

Sabina Zgaga (University of Maribor – Slovenia)

Ivo Veenkamp (Hedayah – Abu Dhabi)

Comitato Editoriale:

Gabriele Barni (Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano)

Alessia Ceresa (Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano)

Barbara Lucini (Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano)

Marco Maiolino (Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano)

Davide Scotti (Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano)

© 2017 EDUCatt - Ente per il Diritto allo Studio Universitario dell’Università Cattolica

Largo Gemelli 1, 20123 Milano - tel. 02.7234.22.35 - fax 02.80.53.215

e-mail: editoriale.dsu@educatt.it (produzione); librario.dsu@educatt.it (distribuzione)

web: www.educatt.it/libri

Associato all’AIE – Associazione Italiana Editori

issn: 2421-4442issn digitale: 2533-0659isbn: 978-88-9335-249-9

isbn ePub: 978-88-9335-252-9

copertina: progetto grafico Studio Editoriale EDUCatt

Table of contents

Essays

Barbara Lucini

Critica della radicalizzazione pura. Forme ibride di radicalizzazione estremista

Luca Bregantini

Graffiti warfare of the Islamic State in the Western urban places

Elsa Soro e Barbara Lucini

Crisi management e strategie comunicative nel dopo attentato terroristico: il caso della Tunisia

analysis and commentaries

Laris Gaiser

Critical infrastructures and cyber security: a fundamental economic intelligence issue

Daniele Plebani

La guerra della memoria. Il patrimonio culturale tra conflitti, traffici illeciti e terrorismo

Essays

Critica della radicalizzazione pura. Forme ibride di radicalizzazione estremista

Barbara Lucini

Nota Autore

Barbara Lucini è assegnista di ricerca e docente a contratto del corso “Gestione del rischio e Crisis Management” presso Università Cattolica, Milano.

È inoltre senior researcher presso Itstime – www.itstime.it, Dipartimento Sociologia, Università Cattolica, Milano.

I suoi interessi di ricerca sono: la gestione dei disastri, la comunicazione del rischio e delle crisi, la resilienza. Nell’ultimo periodo particolare attenzione è dedicata alla relazione fra resilienza e varie forme di estremismi.

Abstract

This paper focuses on the analysis of the concepts and forms of radicalisation which lead people to join or adhere to a specific extremist group.

The analysis has been carried out according to a secondary data analysis, providing interesting insights on the way the concept of radicalization can be understood.

Specifically, the analysis considers three forms of radicalization: organized terrorism and political extremisms; hate crime and alternative movements.

All these three sociological groups cannot be considered such as a single social phenomenon without interconnection with other types of groups, but there is the possibility that many of them could be interrelated, making possible what has been defined “hybrid radicalization”.

The findings of this preliminary research lead to a new scenario and approaches in understanding the current extremist backdrops.

Keywords

Radicalizzazione, estremismi politici, terrorismo, crimini d’odio.

Radicalisation, politcal extremisms, terrorism, hate crime.

Introduzione

Nello stesso modo con cui Kant nel 1781 poneva le basi per una interrogazione sistematica circa le possibilità di conoscenza oggettiva della realtà, così questo contributo vuole sottolineare l’importanza di meglio comprendere, nelle sue linee di definizione, il concetto di radicalizzazione, le sue forme e i suoi processi attuali.

A questo proposito l’idea di purezza intesa come assenza di contaminazioni fra due o più elementi, porta ad una visione incompleta di fenomeni complessi.

Per questo motivo si ritiene importante poter comprendere gli scenari attuali dell’estremismo in tutte le sue differenti tipologie e il ruolo che, i potenziali contatti fra i differenti attori di estremismo, da quello politico a quello religioso, possono avere in contesti differenti.

Il tema della radicalizzazione sta conoscendo un’attenzione crescente soprattutto negli ultimi anni, con l’esplosione del terrorismo di matrice islamica e il fenomeno dei foreign fighters. È importante però in questo ambito, non dimenticare che i processi di radicalizzazione e quindi di adesione a specifici movimenti o gruppi criminali appartengono storicamente anche a contesti diversi dal terrorismo islamico. La relazione che si stabilisce fra queste differenti dinamiche radicali sarà di interesse per il governo e la gestione di questi fenomeni.

Attraverso questa analisi, che procede con la considerazione delle fonti secondarie, si vuole porre accento sulle nuove forme di radicalizzazione, non unicamente legate al contesto del terrorismo islamico.

In particolare, il focus dell’articolo sarà quello che è stato definito come “il trittico dei fenomeni sociali estremisti” all’interno del quale è possibile trovare: i fenomeni eversivi e il terrorismo, i crimini d’odio e i disordini sociali spesso alimentati da movimenti alternativi.

Alcuni esempi e la loro analisi produrranno ipotesi di scenari futuri sia per il contesto della risposta organizzata a tali eventi, sia per una loro più profonda comprensione da una prospettiva teorica.

Infatti, da un punto di vista teorico si sostiene l’importanza di operare una riflessione critica, circa l’utilizzo del concetto di radicalizzazione per differenti fenomeni eversivi o disordini sociali.

Nonostante l’ampia letteratura scientifica a disposizione, il termine radicalizzazione pone importanti questioni epistemologiche e ontologiche, circa il posizionamento delle idee radicali e la loro stessa intensità di radicalizzazione negli attori coinvolti.

Per questo motivo, si ritiene interessante l’approccio proposto da Damiani (2016) rispetto alla definizione di sinistra radicale e alla sua differenziazione con la sinistra estrema.

Da questa prospettiva, Damiani (2016) pone un importante punto di rottura fra i concetti di “radicale” e quello di “estremo”, identificando in ambito socio-politico le dinamiche organizzative dei movimenti radicali come “root and branch” ovvero: “L’espressione root and branch (letteralmente «radici e rami») sta a indicare il conseguimento di obiettivi di riforme «radicali» all’interno del sistema politico di appartenenza, senza mettere in discussione il quadro democratico.” (Damiani, 2016)

Al contrario, un atteggiamento e un pensiero estremista indicano la necessità di cambiamento totale del sistema vigente.

Nonostante questa definizione sia nata all’interno del contesto politico, in realtà contiene interessanti spunti di riflessioni per la comprensione di come si possano meglio identificare certe formazioni sociali estremiste e le loro dinamiche di appartenenza.

A questo proposito, le possibilità di interconnessione fra forme differenti di estremismo, così come la loro relazione di causa – percepita ma non sempre reale – ed effetto assumeranno sempre più i contorni indefiniti dei processi di quella che può essere bene definita “radicalizzazione ibrida”.

1. Il trittico dei fenomeni sociali estremisti: i fenomeni eversivi, i crimini d’odio e i disordini sociali

In ambito sociologico, l’ordine sociale è sempre stato un oggetto di studio privilegiato, in quanto su di esso si fonda la convivenza civile e comunitaria di intere nazioni.

Da Comte a Durkheim fino ad arrivare a Parsons (Izzo, 1991), l’ordine ha rappresentato un concetto e un metodo di analisi, nonché uno scopo da raggiungere grazie ad una buona attività politica intrisa di principi di partecipazione e condivisione.

In accordo ad una prospettiva più operativa, i principi dell’ordine sociale, della differenziazione del lavoro e delle funzioni svolte da singole persone o associati in categorie avrebbero dovuto permettere una gestione delle relazioni sociali e istituzionali più efficienti e precisa: ognuno avrebbe ricoperto un ruolo specifico e nessuno avrebbe messo in discussione l’assetto societario generale.

In questi termini però la vita sociale non si è mai realizzata: le società nella realtà fattuale si sono sempre evolute e hanno cambiato modelli sociali e politici proprio durante o in conseguenza di scontri o opposizioni più o meno violenti.

Questi ultimi in particolare hanno assunto forme organizzative molto variegate: dalle modalità di ribellione e rivoluzione più aggressive a proteste con differenti gradi di violenza negli ultimi decenni.

Tale attività collettiva “alternativa”, determinata in controtendenza rispetto allo status quo identificato o ad una autorità data e che avrebbe dovuto essere riconosciuta nell’immaginario collettivo, ha portato alla sistematizzazione di forme altre di proteste, dove spesso un atto violento si somma ad un crimine di un’altra fattispecie.

L’analisi presente vuole quindi porre attenzione a tre tipologie di fenomeni sociali estremisti:

1. i fenomeni eversivi organizzativi in vario modo a seconda del contesto socio-politico, storico, economico e culturale che li ha generati. In generale, a prescindere dalla loro matrice ideologica e dalla loro organizzazione pratica hanno come obiettivi la diffusione di una crescente instabilità politica e sociale, finalizzata al raggiungimento degli scopi del gruppo eversivo;

2. i crimini d’odio con uno sfondo teorico-ideologico legato a discriminazioni e/o pregiudizi razziali ed etnici. Questa fattispecie di crimini generano forte instabilità politica e sociale, proprio per l’immagine mediatica che viene trasmessa e per gli effetti e le conseguenze, che questi atti provocano sulle minoranze etniche, religiose o di altro tipo. I processi sociologici di stigmatizzazione sono propri di questo contesto e valgono in modo bidirezionale;

3. i movimenti alternativi ed estremisti, che promuovono disordini sociali e proteste o rivolte più o meno violente.

Tutti e tre questi fenomeni hanno una radice comune di odio o pregiudizi sociali nei confronti della parte considerata avversaria e nei casi più estremi e organizzati, la volontà di destabilizzare il sistema socio-politico corrente.

Nonostante i tre fenomeni prima citati appartengono da un punto di vista legislativo a fattispecie e provvedimenti legislativi differenti, non si nega comunque da una prospettiva teorica una preliminare sovrapposizione fra comportamenti collettivi, movimenti sociali estremisti e fenomeni eversivi.

Nello specifico, la definizione di comportamento collettivo proposta da Smelser pone in evidenza gli aspetti comuni fra i differenti gruppi sociali:

[il comportamento collettivo è] una mobilitazione non istituzionalizzata all’azione per modificare uno o più tipi di tensione sulla base di una generale ricostruzione di una componente dell’azione. (Smelser, 1968, citato in Izzo, 1991)

ma ancora:

[...] ogni episodio di comportamento collettivo deve comprendere: a) un’azione non istituzionalizzata, b) collettiva, c) intrapresa per modificare una condizione di tensione, d) sulla base di un generale riordinamento di una componente dell’azione. (Smelser, 1968, citato in Izzo, 1991)

Entrambe queste definizioni possono essere ricondotte alle dinamiche sociali presenti nelle fasi di partecipazione e reclutamento vero e proprio in uno di questi movimenti, ciò significa quindi che il processo di radicalizzazione è presente in modo trasversale alle differenti forme di fenomeni alternativi e più ancora che si configura in termini di socializzazione, ampliando quindi la gamma di fattori che possono averlo favorito o generato.

La differenza però sostanziale si pone considerando il ruolo che svolgono i processi multipli di riconoscimento sociale e le sottese dinamiche in-group e out-group, che permettono quindi l’identificazione di un gruppo al quale affiliarsi ed un altro da combattere.

Quello che però sembra persistere come gap metodologico è la comprensione delle possibilità di prevenire lo scoppio di tali tensioni. A questo proposito l’applicazione del metodo e la suddivisione delle fasi del crisis management può fornire, anche nel futuro, ottimi strumenti per la gestione e possibilmente la prevenzione di fenomeni eversivi, crimini d’odio o disordini sociali strumentalizzati per finalità eversive politiche.

Le fasi di un approccio “classico” di crisis management applicato in questo ambito possono essere così presentate:

– latenza: in questa fase le tensioni sociali e i pregiudizi per esempio razziali già esistono, ma non sono manifesti nei loro comportamenti criminali;

– prevenzione: si sovrappone alla precedente fase, il cui obiettivo principale dovrebbe essere quello di monitorare, comprendere e interpretare bisogni e minacce provenienti da un gruppo sociale più o meno istituzionalizzato;

– risposta all’emergenza: nel momento in cui le attività di prevenzione e negoziazione falliscono, l’impatto delle tensioni sociali e la messa in atto di comportamenti violenti può essere gestita unicamente attraverso la risposta agli effetti multipli provocati;

– ripristino: in questa fase possono ravvisarsi differenti forme di ritorno ad una pseudo normalità quali una riconciliazione fra le parti derivante da attività di negoziazione; l’inizio di una nuova fase di latenza dove i segni delle tensioni sociali non saranno presenti, ma potranno verificarsi in un momento non definito in un nuovo acuirsi dei conflitti; un perdurante stato di tensione che andrà a strutturare movimenti e organizzazioni con finalità meramente eversive. È questa la forma di più difficile gestione ed interpretazione, nella quale vi è anche spazio per una integrazione osmotica fra disordini sociali e crimini d’odio più strutturati, amplificando la minaccia e la vulnerabilità del sistema e rendendo la gestione di questo mix ancora più complessa.

2. Forme ibride di radicalizzazione

Nell’attuale scenario internazionale, forme diverse di movimenti eversivi o alternativi stanno prendendo sempre più forma, giungendo alla manifestazione di atti violenti o comportamenti criminali.

Per meglio comprendere queste nuove forme di radicalizzazione violenta e ibrida dove le minacce sono costituite da un insieme disomogeneo di prospettive è necessario focalizzare l’attenzione su alcuni esempi pratici, solo dopo però avere chiarito che l’importanza anche strategica di queste forme ibride è dettata dalla mancanza di una ideologia comune e consolidata che li sostenga nel corso del tempo: se da un lato questa caratteristica può essere interpretata come un elemento di vulnerabilità e di disgregazione, essa invece può arrivare a rappresentare un forte elemento di resilienza organizzativa delle reti o dei gruppi oggetto di studio.

In particolare, per una piena comprensione dei fenomeni è necessario considerare quali siano i reali fattori di attrazione e di partecipazione che trascendono le specifiche ideologie:

to what extent the factors that attract people to extremism are specific to a particular ideology at all” (Beckett and Burke, 2017)1 e ancora sottolineando che spesso l’ideologia di base non è il criterio principale di adesione: “But ideology can be secondary to a propensity for violence.

La fine delle epoche delle grandi ideologie, che sono state il fattore di partecipazione e di adesione fondamentale per qualsiasi gruppo sociale o movimento eversivo porta a nuove riflessioni circa le opportunità e le scelte di coinvolgimento o supporto ad attività alternative o eversive.

In particolare si profilano i seguenti esempi di scenari ibridi e di contaminazioni con potenziali interconnessioni fra loro, ma anche antagonismi che dovrebbero essere adeguatamente gestiti:

1. l’avvento della White Jihad2 avvenuto prima negli Stati Uniti e poi diffusasi anche in Europa, nonché l’impatto mediatico che essa ha avuto negli ultimi mesi.

Nello specifico si tratta di una Jihad quindi guerra santa condotta però da gruppi di suprematisti bianchi, i quali promuovono odio e discriminazione nei confronti di altri gruppi etnici e religiosi.

La White Jihad è un fenomeno preoccupate, anche solo considerando il nome prescelto per l’identificazione: un mix fra il bianco suprematista e la Jihad tipica islamica.

La White Jihad a differenza di un altro gruppo simile diffusosi dalla Germania – Pegida (Lucini, 2016) – non ha come unico scopo la guerra alle comunità musulmane, ma più in generale promuove una visione cristiano ortodossa e principi legati a visioni discriminatorie.

2. la costituzione dell’Identitarian Movement3 nel 2012 in Francia, ma che riunisce giovani da ogni parte d’Europa e ha come fine ultimo la difesa dei valori patriottici e dell’identità nazionale ad essi connessa. Questo movimento politico così come molti altri presenti in Europa e fondati negli ultimi anni, si concentra sulla riaffermazione delle identità nazionali in contrasto con i recenti flussi migratori (Barber, 2017), che hanno destabilizzato parte della popolazione autoctona.

In modo particolare, l’Identitarian Movement tedesco4, secondo le agenzie di intelligence nazionali sta diventando sempre più radicalizzato, anche se questo tipo di radicalizzazione assume toni più capillari e dalla tipica struttura di rete: molte delle azioni (a volte anche solo dimostrative) sono indirizzate contro musulmani, richiedenti asilo o partiti politici della posizione avversaria.

Le accuse di essere un movimento neo-nazista sono state ripetutamente respinte dai loro rappresentanti, anche se non si comprende ancora in modo chiaro il rapporto, certamente più che ideologico, con il partito AfD - Alternative für Deutschland5.

3. I Soldati di Odino: un gruppo neo-nazista internazionale fondato nel 2015 in Finlandia e che ha come scopo principale la fermata dei flussi migratori, declinandosi in una organizzazione capillare di pattugliamenti serali, cercando immigrati e sottoponendoli a discriminazioni di vario genere.

I Soldati di Odino si sono diffusi soprattutto in seguito ai flussi migratori degli ultimi anni e alle violenze delle quali alcuni migranti si sono macchiati.

Carless (2017)6 focalizza la sua analisi sul ruolo svolto dal culto odinista e dal paganesimo nordico nel promuovere adesione fra persone che condividono la stessa formazione culturale.

Allo stesso modo come ci ricorda Levin (citato da Carless, 2017)7 questo movimento religioso sta conoscendo una fase di rinascita e consolidamento.

In questo caso, il legame con i riti pagani tipici del nord Europa non è unicamente nella matrice teorico-religiosa, ma nella circolazione di persone: l’odinismo si è infatti sviluppato fra gli anni ’70 e ’80 grazie ad un migrante danese che ha promosso in America tale culto.

Non è un caso infatti che questo tipo di movimento abbia forti connessioni organizzative e logistiche fra gli Stati Uniti e l’Europa del Nord.