La mia droga si chiama sesso - J.P. Sanda - ebook
Opis

Dall’autore di “Chrissy”, due racconti che esplorano i territori impervi e fascinosi del sesso. La notte, con i suoi lascivi abitatori, è l’ambientazione del racconto in due tempi che dà titolo a questa raccolta. In locali notturni dai tratti appena accennati si delineano figure umane per cui la trasgressione rappresenta la norma: una ninfomane, una lesbica, un cocainomane, una mezzana. Un mondo torbido e vizioso, che in un primo tempo (“Lush Life”) il protagonista della storia si limita a osservare, non senza un pizzico di compiacimento, per poi passare all’azione nella scena successiva (“The milking room”), quando finalmente diviene l’attore principale, con la prostituta Ingrid, di una sequenza degna dei migliori film hard. “Il dono di Corina” mette in luce l’incontro di un uomo ormai giunto alla vecchiaia con una giovane e attraente modella, che diventa il medium attraverso il quale egli rivive nei ricordi alcuni momenti intensi della propria vita sessuale. Così come un vampiro si nutre del sangue delle sue vittime, il protagonista di questo racconto ha bisogno di nutrirsi della bellezza e della gioventù di Corina per non far morire le proprie pulsioni vitali. ADATTO A UN PUBBLICO ADULTO

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La mia droga si chiama sesso

racconti di

J.P. Sanda

La mia droga si chiama sesso – J.P. Sanda

editing Maria Grazia Beltrami

Editore Eroscultura

Copyright 2015 Eroscultura

Cod. ISBN 9788869360138

Immagine di copertina: Sensual woman in lingerie on black © Alenavlad - Fotolia.com

Indice
La mia droga si chiama sesso
Scena notturna prima (Lush life)
Scena notturna seconda (The milking room)
Il dono di Corina

La mia droga si chiama sesso

Scena notturna prima (Lush life)

Questo posto dove sono finito stasera non è proprio un bar. Si chiama Wine Bar ma non è un vero bar. C’è un bancone dove ti servono gli alcolici, ma non è un bar. Un bar ha un barista e una cassa, delle sedie (che io immagino sempre imbottite e cromate) e un’insegna di fuori. Qui c’è solo uno specchio, che è come una pozza d’acqua sotto a un cielo colore dell’asfalto. Uno specchio e un divano. Sul divano sta seduta Shelly, il whisky trasuda dai suoi occhi. Si è tolta una scarpa, l’altra la calza ancora. Prima uno è passato e ha dato un calcio alla scarpa, senza volerlo, poi si è fermato, di colpo come se si fosse accorto di avere investito un cane con la macchina, si è chinato, ha raccolto la scarpa da terra e l’ha annusata. Quindi ci ha versato dentro del vino rosso da una bottiglia e l’ha bevuto tutto d’un fiato. Shelly ha sorriso e come risposta ha mandato giù un altro sorso di whisky. È passato anche un altro davanti al divano dove Shelly sta seduta tenendo una gamba ripiegata sotto l’altra, un piede nudo. Andava di corsa al bagno, credo per vomitare. Non puoi mangiare in questo bar, non servono niente, neanche quegli insulsi salatini che sanno di vomito prima ancora che tu li abbia vomitati. Si danno a chi beve tanto proprio per quello, mi sa. Niente da mangiare, ma la gente vomita lo stesso. Dicono che è per colpa dell’alcol e della polvere bianca che aspirano dal naso. Uno starnuto al rovescio. Ce n’è ancora un poco, su un tavolino di vetro, rimasta lì senza che nessuno se ne sia accorto, come le briciole di pane dopo la colazione. Ognuno inizia e finisce la giornata come vuole. Bianco è il latte e bianca è la cocaina. Prima di entrare qui uno si è fermato con la macchina vicino a una roulotte, c’era erba sporca e putrida intorno. Sotto la roulotte c’era merda di tre giorni. S’è fermato, è sceso e ha bussato alla porta della roulotte. Non gli ha aperto nessuno. Così ha fatto il giro torno torno , strusciando con la mano sulla carrozzeria, fino a che si è aperta una finestrella di quelle che si sollevano, allora lui ha infilato la mano e ha preso qualcosa e ha lasciato qualcosa. Poi è risalito di corsa in macchina e se n’è andato. Dicono che gli spacciatori che non arrestano mai sono protetti dai poliziotti. Sono tutti in combutta fra loro. Quelli che non sono in combutta, invece, non se li fanno scappare. Quando li trovano li ammanettano e poi mostrano le loro facce in televisione. Fotografie tutte uguali: facce da fessi che non si sono messi d’accordo con il tipo giusto. E dicono pure che spesso e volentieri la roba che sequestrano ai fessi mica la bruciano tutta, come vogliono farci credere. Un po’ se la sniffano loro, un altro po’ la rivendono ad altri fessi. Questi però fessi non sono, si sono messi sotto protezione e non finiranno in manette con la fotografia in tv a fare la figura dei minchioni.

Vorrei proprio vedere cosa sta facendo ora quello che si è appena sniffato quella roba che era sul tavolino di vetro. Le briciole, ha lasciato. Non si mangia in questo bar e non si parla. Shelly ogni tanto ci prova, parla da sola. “Non mi hanno lasciato niente...”, frasi come questa. Oppure “Meglio fare la puttana...”. Le passi davanti, evitando di calpestare la sua scarpa sul pavimento, e le senti dire: “Vuoi scoparmi? Eh, vuoi scoparmi? Scopami, vediamo cosa sai fare...”. Ma non dice a te, non ti guarda neppure.