L'inganno del male - Il Club del Cerchio - ebook
Opis

Un documento sconvolgente riemerge dalle nebbie del passato. Quella che è sempre stata considerata solo leggenda, si rivela essere invece un inesorabile fatto storico.Il ricordo di quell’orrore è troppo vivo, diffonderlo significherebbe violentare la coscienza dei popoli e minare la stabilità dei governi di tutto il mondo.Mentre organizzazioni potenti e ritenute scomparse riemergono dall’oblio con obiettivi di dominio, Il Club del Cerchio lavora nell’ombra per tutelare il mondo come oggi lo conosciamo.In attesa che la verità torni a galla... una volta per tutte.

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Contents

Prologo

1

2

3

4

5

6

7

8

9

10

Epilogo

L’inganno del male

Il Club del Cerchio

Spy story

I Edizione febbraio 2017

© 2017 Astro edizioni

S.r.l.s., Roma

www.astroedizioni.it

[email protected]

ISBN 978-88-99768-49-2

Direzione editoriale:

Francesca Costantino

Progetto grafico:

Elisabetta Di Pietro

Supervisione editoriale:

Filippo Colizza

Tutti i diritti sono

riservati, incluso

il diritto di riproduzione

integrale eo parziale

in qualsiasi forma.

Prologo

Le mani del professor Lanzi non smisero di tremare.

Per quanto si sforzasse di controllarle, non ci riusciva, e poco importava quanto conoscesse bene quelle parole.

Si trovò costretto a posare i fogli sulla scrivania, illuminata dalla luce della lampada alla sua destra. Nonostante il caldo asfissiante, sentì un brivido percorrergli la schiena fino alla base della nuca.

Poggiò le mani ai due lati dei fogli, i palmi aperti sulla superficie liscia del tavolo; chiuse gli occhi, concentrandosi sul respiro. Stava ansimando, se ne rendeva conto per la prima volta; piccoli respiri, brevi e ravvicinati, che si inseguivano senza sosta.

Sentì il cuore battere infuriato nel petto, quasi stesse compiendo l’ultimo sforzo prima di fermarsi per sempre.

«Calmati, calmati», mormorò, ripetendo le parole come un mantra.

Doveva controllare le emozioni, dopotutto non era più un ragazzino.

Era all’alba della pensione e aveva tutta l’intenzione di godersela. Il problema era che non si sarebbe mai aspettato di essere spettatore proprio alla fine della scoperta più stupefacente della sua carriera.

Se solo fosse avvenuta trent’anni prima.

Ma in fondo era proprio allora che tutto era cominciato, un piccolo progetto di ricerca, nato quasi per caso, frutto del lavoro iniziale di uno studente prossimo alla laurea.

Gli aveva assegnato quel titolo quasi per gioco. Forse fu il destino, o chissà quale strano processo intuitivo della sua mente, a dare il via a un’avventura lunga tre decenni.

«Ma chi sarebbe questo tizio, professore?», gli aveva domandato lo studente.

In quelle parole erano contenuti tutti i dubbi che frullavano nella testa del ragazzo poco più che ventenne. Lo aveva guardato con un sorriso bonario; se avesse potuto, gli avrebbe anche offerto una birra, spiegandogli quello che sapeva.

«Uno sconosciuto, almeno per gran parte della gente comune; ma è il testimone diretto di un evento decisivo per le sorti del mondo», gli aveva invece risposto, lasciando che fosse lui a scoprire l’enigma.

Lo sguardo dubbioso del ragazzo si era accentuato; alla fine aveva alzato le spalle e si era rassegnato alla sua decisione. Era bravo, brillante, metodico; quello che non aveva previsto era invece la sua intraprendenza e la determinazione con cui sarebbe andato a caccia delle fonti.

Testardo al punto da riuscire a intervistare i pochi superstiti che avevano conosciuto quel personaggio, persone, peraltro, molto restie a parlare del proprio passato.

Gli aveva portato la bozza della tesi pochi mesi dopo, lasciandolo stupito per la completezza della ricostruzione storica.

Per il ragazzo era finita lì, dopo la laurea era andato per la propria strada.

Ma per lui era iniziata la ricerca più affascinante e incredibile della vita.

Trent’anni fa...

I pensieri si inseguirono nella testa del professore con la stessa forza dirompente di una valanga.

Erano stati anni avventurosi in giro per l’Europa alla ricerca di indizi, fonti storiche, lettere private. Era tornato dai protagonisti della vicenda, analizzando nel dettaglio le dichiarazioni, confrontandole tra loro, facendo emergere i punti incongruenti.

Un lavoro immane, migliaia di pagine passate al setaccio, fino alla produzione dell’opera principe di tutta la carriera, un saggio dato alle stampe soltanto sei mesi prima.

Non sarebbe stato un best-seller, lo avrebbero letto pochi addetti ai lavori, una diffusione limitata al solo ambito accademico; ma era anche il lavoro più ampio e completo che avesse mai portato a termine.

E sulla base di quella lettera che aveva tra le mani, era soprattutto un lavoro da buttare nella sua totalità.

Quei fogli ingialliti poggiati sulla scrivania erano portatori di una verità allucinante, qualcosa che il mondo avrebbe fatto fatica ad accettare.

Eppure erano autentici.

Aveva fatto analizzare la carta e l’inchiostro, la semantica del linguaggio utilizzato, aveva commissionato una perizia calligrafica confrontando quella lunga lettera con i documenti conosciuti. Tutti i risultati facevano propendere per la sua autenticità e i riferimenti inseriti nel testo portavano a riscontri che non davano adito a dubbi.

Quella lettera era stata scritta per certo dal mittente.

E quanto affermava era vero.

«Dio mio!», esclamò il professore.

Si guardò intorno, cercando di penetrare il buio della stanza.

Le tenebre gli diedero un senso di oppressione.

Si alzò dalla scrivania e si diresse in cucina, aveva bisogno di acqua.

Accese le luci, illuminando il salone a giorno.

Sentì dei rumori di passi dall’appartamento al piano superiore, i soliti incivili che si divertivano a camminare come elefanti nel pieno della notte.

Si affacciò alla finestra, esplorando con lo sguardo le poche finestre illuminate che puntellavano i palazzi della città; ne contò non più di una decina, in estate Milano si svuotava.

Scacciò con una mano il ronzio fastidioso di una zanzara, quindi tornò sui propri passi, rientrando nello studio.

Non si trattava solo di un obbligo professionale, di perseguire la ricerca della verità storica; in quel momento aveva un dovere morale nei confronti dell’umanità, quella storia doveva essere condivisa, resa pubblica, doveva svelare l’inganno che il male assoluto aveva perpetrato per decenni.

L’indomani si sarebbe messo a scrivere, un piccolo opuscolo per rivelare un segreto enorme, qualcosa che avrebbe distrutto la sua opera pubblicata appena sei mesi prima.

E come quella, migliaia di altre scritte nel corso degli anni.

Ma non ci sarebbe riuscito da solo, aveva bisogno di aiuto o non avrebbe retto agli attacchi che gli sarebbero piovuti addosso. L’intero mondo accademico si sarebbe rivoltato di fronte alle sue rivelazioni, lo avrebbe contestato, tacciato di essere un ciarlatano, emarginato agli occhi dell’opinione pubblica.

Ma alla fine la ragione sarebbe stata dalla sua parte.

Le prove erano lì, elencate in quelle pagine, bastava andare a verificarle. Lui lo aveva già fatto, era stato facile, tutto quanto si trovava scritto in quella lettera.

Era stato necessario convincere Davide, il suo assistente alla Facoltà di Storia contemporanea, ma non si era trattato di un compito arduo. Era un ragazzo che amava le sfide, in fondo, un po’ gli ricordava quel giovane studente di trent’anni prima. E infatti aveva accettato, assicurandogli il proprio sostegno durante l’epilogo di quella stupefacente avventura; se fossero riusciti a sostenere la loro tesi, il nome di entrambi e quello dell’università avrebbe raggiunto la notorietà mondiale.

Nel silenzio della stanza, distinse con chiarezza lo scricchiolio dei listelli di legno del parquet. Era diverso dai suoni naturali delle case, non si trattava di assestamento, di un oggetto mosso dalle correnti, di una vibrazione lontana.

Solo una cosa generava quel tipo di rumore sul legno.

Passi.

Una persona stava attraversando il salone con la massima cautela possibile. Forse più di una.

Neanche per un istante dubitò che fosse il frutto della propria immaginazione. No, non era suggestione.

E se qualcuno era dentro il suo appartamento, proprio in quella notte, non poteva di certo trattarsi di una coincidenza.

Erano lì per metterlo a tacere.

Ed erano lì per prendere la lettera e farla sparire per sempre.

Un piccolo resoconto scritto nel 1958, depositato presso uno studio notarile e riemerso dall’oblio della storia dieci anni dopo la morte del suo autore.

Questa era stata la sua volontà, resa immortale dalla breve frase di accompagnamento.

Caro professor Lanzi, questa lettera è portatrice di sconvolgimenti, ma è testimone della verità. La affido a lei, perché ne decida con coraggio e umiltà il suo destino.

Lo aveva conosciuto all’inizio degli anni Ottanta, incontrandolo solo due volte.

Perché lo aveva scelto? Perché proprio lui tra migliaia?

Il rumore si fece più vicino, adesso lo sconosciuto era a pochi metri dalla porta dello studio.

Non poteva permettersi nemmeno il lusso di provare paura.

Il dilemma se cercare di mettersi in salvo o proteggere quei fogli poggiati sulla scrivania durò un solo istante; non lo prese neanche in considerazione. La propria vita non contava nulla in confronto a quanto scritto su quelle pagine. Doveva farle uscire dall’appartamento e non rimanevano molte opzioni.

Si alzò dalla scrivania, con i fogli in mano.

Aveva poco tempo, calcolò un minuto al massimo.

Avrebbe combattuto, ma se dietro quella porta si trovava chi sospettava che ci fosse, non sarebbe servito a nulla.

I guardiani di quella grande menzogna lunga sessantotto anni non lo avrebbero lasciato vivo.

Mise i fogli sulla macchina del fax e li inviò a un numero che conosceva a memoria.

Mentre la trasmissione si avviava con una lentezza mortale, prese una carta da lettera intestata dell’università e scrisse poche parole per il suo assistente.

Davide, mi hanno trovato, non ne uscirò vivo. Affido tutto quanto a te, nasconditi, e trova il Club prima che sia troppo tardi.

Scarabocchiò una firma in calce al messaggio, quindi tornò al fax e lo inviò allo stesso numero, in coda alla trasmissione ancora in corso.

Recuperò i fogli e li chiuse in una busta da lettera con il nome del proprio assistente.

Doveva nascondere la busta.

Non ci pensò a lungo, non c’era tempo, qualcuno stava già armeggiando dietro la porta dello studio.

La piegò in quattro e se la mise dentro le mutande, nascosta sotto il cavallo.

Infine prese il cellulare e compose il numero dei carabinieri.

Doveva agire in silenzio, fino a quando fossero rimasti convinti di sorprenderlo, gli intrusi si sarebbero mossi con circospezione. E questo gli avrebbe regalato un piccolo vantaggio.

«Carabinieri», disse l’agente dall’altra parte del telefono.

«Ci sono degli intrusi in casa mia», bisbigliò appena. «Correte, presto, sono il professor Lanzi, interno 16, Piazza Buonarroti 24».

«Signore, si chiuda in una camera e attenda il nostro arrivo, saremo lì in tre minuti».

«Fra tre minuti sarà troppo tardi», disse il professore chiudendo la chiamata.

Non poteva rimanere al telefono a chiacchierare con l’agente.

Compose il numero del suo assistente, come prevedibile rispose la segreteria.

«Davide, ti ho mandato un fax, l’originale l’ho nascosto dove mi hai insegnato. Loro sono qui. Ci hanno ingannato, hanno ingannato tutto il mondo, e adesso sono qui. Quello che avevamo pensato, le nostre speculazioni... era tutto vero. Ti rendi conto? Era tutto vero. Stai attento!».

Chiuse la chiamata e prese l’attizzatoio dal camino.

Sarebbe morto combattendo.

Si appiattì dietro lo stipite pochi secondi prima che la porta cominciasse ad aprirsi, spinta lentamente da una mano guantata.

Quando vide metà dell’avambraccio esposto, decise di agire.

Fu un errore, ma d’altronde non era un uomo violento, non sarebbe stato in grado di fare molto di più. Quello stesso atto rappresentava già uno stupro contro il proprio spirito pacifico.

Abbatté l’attizzatoio sul polso dell’uomo, caricandoci tutta la forza che poté. Il colpo arrivò a segno e l’urlo dello sconosciuto gli fece capire di essere riuscito a rompere qualche osso.

Ma si rese subito conto che non avrebbe avuto la minima possibilità. L’intruso spalancò la porta e dalle sue spalle fecero irruzione due uomini; dall’agilità con cui si mossero capì che si trattavano di agenti addestrati, in grado di affrontare avversari ben più temibili di un povero vecchietto impaurito.

Il professore si ritrovò con una pistola puntata contro. Tentò di usare l’attizzatoio come una spada, ma riuscì a malapena a preparare l’affondo. Due colpi ravvicinati fuoriuscirono dall’arma dello sconosciuto, due soffi attutiti dal silenziatore. Entrambi arrivarono a segno nel suo petto, scaraventandolo contro il muro. L’attizzatoio gli cadde di mano, finendo a terra con un rumore metallico innaturale nel silenzio della stanza.

Il professor Lanzi si accasciò seduto, scivolando su di un fianco. Quando toccò il parquet con la testa, vide gli scarponi degli uomini passare di fronte al suo campo visivo.

Si muovevano in silenzio come felini, rapidi, cercando qualcosa nella stanza, in ogni cassetto o possibile nascondiglio.

Non aveva la forza di seguirli con lo sguardo, ma intuì la loro frenesia efficiente dai pochi rumori che gli giunsero alle orecchie.

Nel suo intimo il professore sorrise, in breve sarebbero arrivati i carabinieri, ancora qualche minuto e la lettera sarebbe stata al sicuro.

Chiuse gli occhi, trascinato verso l’oblio dalla perdita di sangue.

Poco prima di perdere coscienza, ripensò a Otto Günsche e all’enorme segreto con cui aveva vissuto per cinquantotto anni.

Era sopravvissuto agli interrogatori e le torture, prima dello SMERŠ e poi del NKVD, era uscito vivo da dieci anni di lavori forzati nelle prigioni sovietiche.

Senza mai parlare.

Neanche una parola.

Lo aveva fatto solo con quella lettera, l’unica testimonianza rimasta di un uomo comune, costretto dal destino a custodire un segreto sconvolgente.

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