Wydawca: Ariel Lilli Cohen Kategoria: Sensacja, thriller, horror Język: angielski Rok wydania: 2017

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Opis ebooka Israel Jihad in Jerusalem - ARIEL LILLI COHEN

The Sequel of Israel jihad in Tel Aviv. Yael and her team fight against new enemy. Al Qaeda and the son of bin Laden are the new enemy for the entire world.

Opinie o ebooku Israel Jihad in Jerusalem - ARIEL LILLI COHEN

Fragment ebooka Israel Jihad in Jerusalem - ARIEL LILLI COHEN

 

 

 

ISRAEL

JIHAD IN TEL AVIV

 

a novel by Ariel Lilli Cohen

 

Copyright © 2017 Ariel Lilli Cohen

Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta, distribuita o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo, senza previa autorizzazione scritta.

 

www.ariellillicohen.co.il www.ariellillicohen.com

ariel@ariellillicohen.co.il

 

Nota del produttore: questo è un lavoro di finzione. Nomi, personaggi, luoghi e incidenti sono un prodotto dell'immaginazione dell'autore. I nomi locali e pubblici vengono usati a volte per scopi atmosferici. La modella ritratta nella foto d copertina non è associata alla immagine dell’autrice del libro. Qualsiasi rassomiglianza a persone reali, vive o morte, o imprese, aziende, eventi, istituzioni o locali è completamente casuale.

 

Paper Book

Ebook

Disponibile in versione

 

Stampato in Israele - Tel Aviv 330033

Israel Jihad in Tel Aviv

tratto dalla serie originale

Israel Jihad🕎

 

Indice

 

Citazione                                    

Dedica                              

Prefazione                              

Prologo – Noora

Capitolo 1 – Yael                              

Capitolo 2 – Muhammad      

Capitolo 3 – Yossi Kadosh      

Capitolo 4 – Yael – Avner      

Capitolo 5 – Taqwa      

Capitolo 6 – Avner      

Capitolo 7 – Buon compleanno      

Capitolo 8 – Resilienza      

Capitolo 9 – Dolce come il sale      

Capitolo 10 – Amore mio      

Capitolo 11 – Scoppia la pace      

Capitolo 12 – Una perla rara      

Capitolo 13 – Mainstream      

Capitolo 14 – Siamo tutti americani

Capitolo 15 – Il sole al tramonto            

Capitolo 16 – Il mio primo giorno            

Capitolo 17 – Hadas – Aisha            

Capitolo 18 – Giochiamo      

Capitolo 19 – Chi è senza peccato            

Capitolo 20 – Come pecore in mezzo ai lupi      

Capitolo 21 – Odore di pulito      

Capitolo 22 – La fine dell’inizio      

Capitolo 23 – Generazione di fenomeni      

Capitolo 24 – L’alba di un nuovo giorno      

Capitolo 25 – Siamo tutti europei            

Capitolo 26 – Il buon musulmano                  

Capitolo 27 – Piacere sono Monique      

Capitolo 28 – Vi voglio bene            

Capitolo 29 – Il bacio di Giuda      

Capitolo 30 – Il figlio prediletto                  

Capitolo 31 – Gli invisibili            

Capitolo 32 – L’odore del sesso      

Capitolo 33 – Yael-Youssef                        

Capitolo 34 – Oro nero      

Capitolo 35 – Finché c’è guerra c’è speranza

Capitolo 36 – Il mio amico è pakistano            

Capitolo 37 – Due brave ragazze                  

Capitolo 38 – Ambasciata americana      

Capitolo 39 – Yamas            

Capitolo 40 – Immunodeficienze      

Capitolo 41 – Tel Aviv            

Capitolo 42 – Vecchi amici            

Capitolo 43 – Epilogo      

 

 

Citazione

 

 

In Israele, nessuno muore veramente.

In Israele, nessuno vive veramente.

Ariel Lilli Cohen

Dedica:

 

 

 

 

Questo romanzo è dedicato a…

 

 

Hadar Cohen

(Or Yehuda 1997 – Jerusalem 2016)

 

Hadas Malka

(Ashdod 1994 – Jerusalem 2017)

 

Solomon Gavriyah

(Be’er Yaakov 1997 – Har Adar 2017)

 

 

I nostri eroi caduti e feriti che si sacrificarono per preservare la nostra libertà e la nostra sicurezza conoscano la profondità della nostra gratitudine.

 

Non verrà mai dimenticato il vostro sacrificio.

 

Ariel Lilli

 

Prefazione

 

 

 

 

 

“Gli Ebrei sono sopravvissuti attraverso tutti i secoli, gli Ebrei hanno dovuto soffrire per tutti i secoli, ma ciò li ha anche resi più forti” Anne Frank

 

Il freddo pungente del vento di Haifa nelle prime ore della mattina, quanto mi manca, quanto mi manca Haifa. Avere un Qi di 164 è stata quasi una maledizione, la mia intelligenza mi ha privato della giovinezza. Avrei potuto fare tante cose, giocare a pallavolo, suonare il pianoforte, fare la modella… Invece mi ritrovo qui. In una delle più prestigiose squadre operative del Servizio di Sicurezza Nazionale.

 

Mettere nero su bianco, tirare fuori tutte le mie emozioni, non è stato facile. Ho vissuto tante vite in una sola. Per non diventare matta e cercare di ritrovare me stessa, ho deciso di scrivere questo libro. Per raccontare tutte le mie esperienze, tutte le mie paure, tutte le mie verità non dette. Stare sotto copertura per mesi, a volte per anni, senza tornare mai a casa, senza avere rapporti con la mia vita reale, mentendo ai miei amici, alla mia famiglia, spesso a me stessa, ha creato un rapporto conflittuale con le identità che di volta in volta uso. Questo modo di vivere ti cambia, cambia il modo di percepire la vita reale.

Un signore, mentre giocavo a biliardo in un club qui a Montreal, mi ha detto che gioco molto bene per essere così giovane. Ma l’età non si misura in anni, bensì in chilometri percorsi. Io ne ho fatti molti e sono stanca. Stanca di dover sempre rincorrere. Stanca di dover mentire. Stanca di avere paura. Quando stai in missione non sai mai quello che ti può accadere.

 

Due mesi fa Shani ed io abbiamo rischiato di farci scoprire. Ci hanno picchiato violentemente. Mentre avevo in gola un sapore misto tra il mio stesso sudore e quello acre del sangue, quando il cuore sembrava scoppiarmi nel petto, ho ripensato alle motivazioni che mi hanno fatto diventare un’agente operativa dei servizi segreti israeliani. Il terrore che ho provato mi accompagna ancora oggi, ogni volta che sento lo sguardo di un estraneo posarsi su di me. Perché faccio questo? perché sacrifico la mia vita? Allora il mio ricordo è andato ad un agosto di qualche anno fa, ci avevano segnalato che una cellula terroristica di Hamas si era infiltrata in Israele e stava per colpire il Dizengoff mall con un attacco batteriologico. Quella volta siamo riusciti a neutralizzarli appena in tempo. Qualche ora dopo sono tornata al centro commerciale per prendere un gelato con i miei compagni, Shani, Shlomit, Zoe e Aviv. Tutte quelle famiglie, tutti quei bambini sarebbero morti senza il nostro intervento. È per questo che lo faccio, per difendere la mia gente, il mio popolo e, anche se sembra un po’ ambizioso, per difendere la democrazia nel mondo.

 

Adesso, mentre permetto alla penna di scrivere i miei pensieri, sono seduta in un locale a Richardson Street a Montreal, devo incontrare una risorsa. Spero che vada tutto bene, spero di portare il culo in salvo anche questa sera. Ma quando tutto questo finirà? quanto lavoro abbiamo fatto e quanto ne rimane!

 

Penso a Milano sei mesi fa, a San Diego e a Buffalo, a Tel Aviv, tre mesi fa a Madrid, il mese scorso al negozio di dischi tra Pitt Street e la Circular Quay di Sydney. A tutti gli attentati che ho contribuito con la mia squadra a neutralizzare. A tutte quelle stelle senza un nome che sono all’ingresso della sede dell’agenzia a Tel Aviv. Stelle senza un volto, solo il ricordo indelebile di chi li ha conosciuti.

 

Tutti quegli agenti che hanno sacrificato la vita nell’adempimento del proprio dovere. Per salvare anche la vostra vita. Fate che il loro sacrificio non sia stato vano.

 

Vorrei un mondo dove il mio lavoro non fosse necessario, un mondo dove non ci fossero conflitti causati da estremismi religiosi.

 

Mentre scrivo, penso ai miei colleghi giù a Gerusalemme che ancora, giorno dopo giorno, difendono come ultimo baluardo la frontiera della democrazia. I leoni e le leonesse del Magav. Penso a Shira che combatte ogni giorno, ad Heli che dopo tre anni ha lasciato il servizio operativo alla porta di Damasco, grazie per il grande privilegio di proteggere il popolo Israele nel luogo più sacro del mondo.

 

Penso ad Hadar e Hadas che hanno sacrificato la loro vita a Gerusalemme, a Solomon che è morto ad Har Adar. Penso alla sua ragazza, Betty, ai suoi familiari.

 

Quante persone, madri, padri, fratelli, sorelle, fidanzate e fidanzati dovranno rimanere soli nel cammino della vita, privati dei loro cari dalle azioni dei terroristi? Io non mi sento di condannare del tutto le mani responsabili di questi attacchi.

 

La mia ira, la mia rabbia, il mio disprezzo sono rivolti a coloro che con le loro ideologie hanno armato quelle mani. I loro discorsi pieni di odio, di rancore, riempiono come l’acqua nel deserto la vita vuota di persone plagiate da una folle ideologia estremista.

 

Quelli sì che hanno le mani macchiate di sangue. Mentre se ne stanno al caldo delle loro case, in compagnia delle loro famiglie, mandano a morire giovani che hanno fatto crescere in un odio cieco che non conosce dialogo.

 

Sento che prima o poi finirò anche io su quel muro, una stelletta tra le altre. Allora mi riunirò a tutti i miei compagni che si sono sacrificati, tanti ragazzi innamorati di una vita che non hanno fatto in tempo a vivere, ed a volte desidero per davvero essere lì.

 

Fare questo lavoro logora la coscienza, vedi e devi fare cose che nessuno vorrebbe vedere e fare. Prima o poi anche io farò qualche imprudenza, farò una valutazione sbagliata, commetterò l’errore che mi costerà la vita. Una vita che adesso sento vuota.

 

Spero che questo libro vi faccia riflettere. Naturalmente ho dovuto cambiare qualche nome e camuffare qualche circostanza che potrebbe, se scoperta, minare la sicurezza dello Stato di Israele. Le mie esperienze le ho tradotte nella forma di un romanzo. Un viaggio al confine della legalità. Spero che riusciate a cogliere il messaggio di speranza e di amore che si cela tra le mie parole.

 

Un cammino che comincia nel 2014, prima della guerra a Gaza. Il lavoro di un gruppo di amici che, in pochi mesi, sono diventati una delle migliori squadre operative del Mossad.

 

Ariel Lilli

 

Prologo – Noora

 

 

 

 

 

Gennaio 2014 – Ginevra, Hotel Kempinski

 

Noora è seduta al bar dell’hotel. Sarà per il colore viola che sembra avvolgere tutto, dal bancone ai soffitti alle sedie, o forse per le luci del crepuscolo che rendono ancora più malinconico il grande lago che le si staglia davanti, ma di certo la mente di Noora si sta perdendo nei ricordi, di ciò che era e che oggi non è più.

 

Sente qualcosa premere dentro lo stomaco mentre pensa agli anni meravigliosi passati a Eton a contatto con persone provenienti da tutte le parti del mondo, i figli delle famiglie più ricche ma non per questo migliori come ha presto imparato… però sono stati anni bellissimi. Prova nostalgia persino per i professori la maggioranza dei quali era convinta, all’epoca, di odiare. E poi il master alla NYU in scienze sociali… quanto le mancava New York… soprattutto le giornate di vento freddo quando l’aria si incanala nelle avenues e diventa difficile persino tenersi i vestiti addosso. Già, il freddo, quello stesso freddo che rende lì a Ginevra l’aria così tersa e il lago come uno specchio che riflette le mille luci del Quai de Mont Blanc. Quasi tutti quelli che come lei sono nati in Medio Oriente lo odiano quel freddo quasi sia qualcosa di sbagliato, innaturale. A Noora invece piace, le fa venire voglia di essere coccolata da qualcuno, qualcuno capace di scaldarla.

 

Quanti erano? quindici? Sì quasi quindici mesi che non usciva dal Qatar.

 

Quel viaggio a Ginevra è la prima evasione dopo tanto tempo da un posto che non riesce più a riconoscere come casa sua. Del resto è quello che si doveva aspettare accettando di diventare la terza moglie dell’Emiro del Qatar. All’inizio si era sentita lusingata e poi aveva pensato a quante cose avrebbe potuto fare con organizzazioni come l’Unicef per mettere in pratica quello che aveva studiato e tutti quei bambini orfani e disagiati ne avevano davvero tantissimo bisogno… poi la realtà quotidiana si era rivelata molto diversa. Un sacco di eventi mondani, feste, cene di rappresentanza ma di concreto pochissimo. È vero, è riuscita a diventare un’ambasciatrice Unicef ma sa bene che sono le immense ricchezze della famiglia reale che lo hanno permesso e non le sue competenze. Le altre due mogli sono molto più a loro agio in quella situazione, ma loro sono cugine dell’emiro, appartengono alla stessa famiglia. Lei no, lei è nata negli Emirati Arabi, è la figlia di un ambasciatore e ora è Sheika ma allora perché ha tanta voglia di scappare?

 

La nostalgia di Noora viene interrotta dall’arrivo di un uomo elegante al bancone del bar, anche lui non ha un’aria felice ma sembra più deluso che malinconico. È molto attraente, atletico e ha qualcosa di strano nello sguardo, ma Noora sa che non può indugiare nel fissarlo e distoglie gli occhi, le sue guardie del corpo la stanno certamente osservando e chissà cosa potrebbero mai raccontare all’Emiro. Con un’ultima occhiata nota un particolare che stona un po’ con il resto dell’aspetto. Al posto del fazzoletto dal taschino della giacca pende un badge con un nome e un simbolo che non riesce a riconoscere.

 

“Un whisky per favore” dice l’uomo mentre si siede a quattro posti di distanza da Noora che ora non è più l’unica cliente per il barman che smette di allineare i calici e si avvicina al nuovo arrivato.

 

“Ha qualche preferenza?”

 

“Glenlivet se ce l’hai.”

 

Il barman versa all’uomo quello che gli ha chiesto

“Ecco a lei… Jamal” aggiunge indicando il badge al taschino.

 

“Già… ma secondo te è possibile che uno con due donne fa due chip e poi in quinta mano il banco gli dà la terza donna!”

 

Noora ascolta un po’ spaesata e fa fatica a comprendere di cosa stiano parlando, ma il chiaro accento mediorientale di Jamal acuisce la sua curiosità.

 

“Dovresti saperlo” dice il barman “il poker è abilità ma almeno per il sessanta per cento è fortuna…”

 

“A me lo dici?” risponde immediatamente Jamal

“io lo faccio per vivere!”

 

“Ma me lo sono sempre chiesto, ci riesci davvero a vivere con i tornei di Poker?”

 

Ecco di cosa stanno parlando: Poker! E per qualche motivo Nora ha la sensazione di uno scampato pericolo.

 

“Certo! Beh, devi essere bravo però si possono anche fare bei soldi. Il vero problema è che devi viaggiare continuamente.”

 

“Da dove vieni Jamal?”

 

Noora è quasi certa che l’esitazione che Jamal ha prima di rispondere alla domanda del barista sia dovuta al fatto che la stava guardando e forse valutando.

 

“Da Beirut, Libano” risponde Jamal ma è come distratto. ‘Un’altra conferma’ pensa Noora, poi lui riprende “Però pensa, domani partirò per Honk Kong e, se tutto va bene, poi mi attendono Tokyo, Honolulu e Vancouver.”

 

Noora accavalla le gambe e fa uscire il tallone dalla sua Jimmy Choo sinistra e la lascia dondolare appoggiata alle dita del piede, con la coda dell’occhio vede che il suo gesto ha attirato l’attenzione di Jamal, sente il suo sguardo percorrere il suo corpo e il suo cuore battere più forte.

 

“Accidenti” la voce del barman tradisce un po’ di invidia “e prima di venire a Ginevra dov’eri?”

 

“A New York… ci sono stato per due settimane, era un torneo importante da due milioni di dollari.”

 

“E l’hai vinto?”

 

Noora senza deciderlo, per la prima volta punta lo sguardo su Jamal e, mentre lo fa, passa la punta della lingua sul labbro superiore quasi che il rossetto abbia anche il sapore delle ciliegie mature oltre al loro colore. Poi si alza, raccoglie la sua pochette e si allontana. Una figura nell’ombra accenna a muoversi ma viene trattenuta da un’altra mentre Noora entra nella toilette della hall dell’albergo.

 

“Uh… no, sono arrivato in finale e ho vinto solo duecentomila dollari…” Risponde Jamal ma è come se stesse parlando un fantasma.

 

****

 

Noora nel bagno è seduta sul water e sta tremando. Ha caldissimo come se qualcuno le stesse soffiando addosso dell’aria bollente. Perché aveva fatto quella cosa? Cosa le era passato per la testa? E se le guardie se ne fossero accorte? E ora cosa poteva fare? doveva calmarsi. E se Jamal avesse colto l’invito e l’avesse seguita? No, non può essere, continuava a ripetersi mentre i battiti del cuore non accennavano a rallentare. Quando finalmente le sembrava di riuscire a respirare con una certa regolarità, si alza e apre la porta pronta a rimettersi in sesto allo specchio. Jamal è lì che l’aspetta, sta ricominciando a tremare ma una parte di sé che ancora non sa di avere prende il sopravvento.

 

“E com’era New York?” sente domandare da una voce roca che non riconosce come sua.

 

“C’era tanto vento” le risponde Jamal mentre l’afferra e l’attira a sé. Noora avverte con piacere le sue mani sulla schiena mentre gli offre la bocca, un piacere che si rende conto di non aver provato da troppo tempo.

 

È un bacio lungo, profondo. Intanto le mani di Jamal sollevano il leggero vestito di seta e cominciano a toccarla e lei vuole che lo facciano. Poi lui la stacca da sé, la fissa negli occhi e Noora si accorge quale sia la stranezza che l’ha colpita: i suoi occhi sono diversi, uno è verde intenso scuro, l’altro è azzurro striato, l’occhio di un felino. Lui la gira e Noora sa cosa succederà, lo sente chinarsi e sfilarle gli slip e poi rialzarsi e sollevarle il vestito. Noora poggia le braccia sul lavandino e allarga un po’ le gambe e lo accoglie con un gemito. Tutto esplode nella testa di Noora e non appena si riprende Jamal si ferma, si china e le sussurra all’orecchio.

 

“Posso…”

 

Lei non lo lascia terminare e gli dice con voce roca e piena di desiderio “Fai tutto quello che vuoi…”

 

****

 

L’emiro rientra in Albergo pochi minuti prima della mezzanotte. Ha la faccia stanca e scura. Non appena entra nella sua Suite incontra lo sguardo di Faysal, il suo consigliere personale, un amico, forse l’unica persona di cui si fidi completamente.

 

“Caro Faysal è tutto inutile. Mi chiedo davvero cosa siamo venuti a fare qui. Tanto quel testardo di Assad non accetterà mai le richieste degli americani, quei cani. Io non lo farei” poi si ferma perché si accorge che lo sguardo di Faysal è accigliato e lo è sempre e solo quando è successo qualcosa di grave e questa volta anche di più perché al posto del grosso sigaro che occupa sempre le mani dell’amico, questa sera c’è un tablet.

 

“Faysal… cosa succede?”

“Altezza, devo mostrarle una cosa ma la prego, prima si sieda.”

 

L’Emiro si siede e Faysal gli porge l’Ipad su cui stanno scorrendo le immagini del tradimento di Noora. L’ira del sovrano esplode.

“Brutta puttana! Maledetta! neanche tre mesi fa l’ho sposata quella cagna e guarda che fa la prima volta che usciamo dal Qatar! Si fa scopare come una puttana nel cesso dell’hotel! L’ammazzo con le mie mani…” Fa per alzarsi ma la ferma mano di Faysal lo trattiene.

“C’è una cosa ancora più grave Altezza…”

L’emiro alza su Faysal uno sguardo a metà tra l’incredulità e lo sgomento.

“La persona, il cane che le ha fatto questo oltraggio è un agente israeliano” Tutti nella stanza si aspettano un’ulteriore sfuriata invece l’anziano emiro rimane in silenzio e quando parla la sua voce è fredda come il ghiaccio.

 

“È il momento. È giunto infine. Con l’aiuto di Allah non rimarrà neanche una pietra del maledetto stato di Israele. È arrivato il momento di chiudere i conti con la storia. Faysal, amico mio, chiamami quelli di Hamas e chiamami Kahlid, voglio che mi raggiunga immediatamente. E ora andatevene tutti!”

Le guardie presenti in silenzio lasciano la stanza. Feysal quando tutti sono usciti, prima di congedarsi anche lui, sussurra:

 

“Altezza… e Noora?”

 

“Ci penserò io personalmente” risponde con un lampo negli occhi l’emiro.

 

“Le ricordo di chi è figlia, Altezza…”

 

“Non la ucciderò, non adesso almeno, se è questo che vuoi sapere, ma ora va a chiamare Kahlid.

 

 

 

 

 

Capitolo 1 – Yael

 

 

 

 

 

“Troppa luce”

 

“C’è troppa luce” queste due parole rimbalzano continuamente nella mente di Yael mentre aspetta insieme al resto della sua famiglia che il Rabbino Stern cominci la sua orazione cerimoniale. Eccezionalmente la ricorrenza non veniva celebrata davanti al cimitero del monte Herzel, posto deputato per le esequie militari, ma sulla spianata in cima allo Yad Vashem, dall’altra parte della collina della memoria. Il grande spazio è stato ornato con grande solennità. Il palco su cui il rabbino deve salire di lì a poco si trova davanti al grande edificio in mattoni e vetro dove, ogni anno, Yael è venuta a rendere omaggio ai morti per lo stato di Israele insieme ai suoi compagni di scuola. Le sedie sono state disposte in due grandi settori con un corridoio in mezzo; su quelle di destra è presente lo stato maggiore dell’esercito quasi al completo, dietro di loro due file di uomini in borghese, ma Yael ha ben presente che sono militari anche loro: gli ex colleghi di suo padre che presto diventeranno anche i suoi ma lei ancora non lo sa.

 

La parte sinistra invece è riservata ai parenti, agli amici e a tutti quelli che hanno voluto partecipare a quel momento. Come avverte il calore che cresce dal suo giovane corpo di diciottenne sotto i vestiti un po’ troppo pesanti per una giornata così calda ma doverosi in un’occasione come quella, Yael avverte fisicamente il sentimento di fratellanza che la lega a tutte quelle persone e come il sole aumenta quella sensazione di calore di minuto in minuto, la costante minaccia che incombe sul suo Paese ha fatto crescere in lei quel sentimento e, Yael lo sa, anche in tutti quelli che la circondano.

Oltre le sedie, un lungo bancone con piatti e bicchieri pronti per il rinfresco – opera di sua madre - che sarebbe seguito e, al di là del muretto che delimita la terrazza, i tetti di Gerusalemme.

 

A Yael bruciano gli occhi.

 

Finalmente il rabbino sale sul palco e comincia il suo discorso

“Siamo qui oggi tutti insieme perché proprio oggi sono dieci anni che Eran non c’è più. Lui uno dei figli degli scampati alla Shoah, uno della prima generazione dello stato che il Signore dopo tante tribolazioni ha voluto restituirci…”

 

È di suo padre che il rabbino sta parlando. Yael sa a memoria i passaggi che avrebbe compiuto il discorso. L’infanzia felice, la formazione nel kibbutz Zikim a pochi metri da dove oggi c’è la striscia di Gaza, i primi successi sportivi e poi la carriera militare.

“Il più giovane ufficiale dei servizi speciali della sua generazione” e via via fino alla sua morte avvenuta durante la guerra del Libano quando, dopo che i terroristi attaccarono Zar’it Shlom, si sacrificò per salvare il suo plotone durante l’operazione Sharp and Smooth.

 

A Yael i nomi di quelle battaglie si sono fissati nella memoria un giorno di dieci anni prima quando li sentì pronunciare da un giovane ufficiale che venne a bussare alla porta della loro casa in stile Bauhaus di Tel Aviv nel quartiere Rotschild.

 

In quel giorno che non può più dimenticare Yael aveva appena 8 anni e stava giocando nel piccolo giardino davanti alla loro porta con Zohar la sua amica di sempre, fingevano di essere grandi impiastricciandosi le guance con i trucchi di mamma. All’improvviso quell’uomo, sceso da una limousine, le si era avvicinato, si era chinato su di lei e l’aveva invitata a seguirlo entrando in casa e poi aveva parlato a sua madre Hodaya.

 

Nel ricordo Yael la vede ancora una volta accasciarsi sulla poltrona con la sua pancia abitata da sette mesi dalla sua sorellina Ariel che suo papà non avrebbe visto mai. Yael ripensa ancora una volta a suo fratello Avner che stava per compiere 13 anni: si era chiuso nella sua camera per uscirne solo tre giorni dopo. E quel senso di vuoto dentro di lei che non era riuscita più a riempire nel corso di quei dieci anni. Il vuoto per una presenza rara e preziosa nella sua vita di bambina, per i momenti di tenerezza quando si era attaccata al suo collo le poche volte che suo padre si era concesso una pausa e aveva passato una serata seduto sul divano a guardare la televisione; per le tante domande a cui non avrebbe più risposto, per un uomo che aveva cominciato ma non avrebbe più potuto conoscere.

 

Forse a causa di quel vuoto immenso sorto in lei, bambina che aveva dovuto crescere improvvisamente, aveva deciso di intraprendere la carriera militare ricalcando le sue orme, le sembra l’unico modo di conoscerlo ora che non c’era più, di poter stare ancora con lui. Aveva passato molte ore a sfinire sua madre e suo fratello per farsi raccontare aneddoti e ricordi sulla vita di Eran e ora che alcuni dei suoi insegnanti erano stati colleghi di suo padre non perdeva occasione per farsi raccontare episodi della sua vita.

 

Adesso erano tutti lì a dieci anni di distanza. Sua madre Hodaya che si era buttata nel lavoro dopo la morte di Eran riuscendo a sviluppare la sua azienda di catering fino a diventare una delle più richieste di Tel Aviv.

 

Suo fratello Avner a cui mancano poche settimane per terminare il servizio di leva; bello, attraente con i suoi lineamenti quasi perfetti e il cui carattere ombroso e introverso non fa che aumentarne il fascino. Corteggiatissimo dalle ragazze di mezza Tel Aviv lui però è fedelissimo a Zohar che in questo momento è al suo fianco e gli sta tenendo la mano. La sua amica Zohar e ora fidanzata di suo fratello. L’inizio del loro amore è forse cominciato in quei famosi tre giorni di auto reclusione di Avner dieci anni prima, quando aveva consentito solo a Zohar di entrare nella stanza e parlare con lui. Infine Ariel, ha solo quasi due anni in più di quanti ne aveva Yael quando Eran è scomparso. Non l’ha mai visto, le sue calde e grandi mani non l’hanno mai accarezzata.

 

“Chissà a cosa penserà sentendo le parole del rabbino” si chiede Yael ma la sua mente distratta da tutti questi pensieri viene improvvisamente richiamata da un cambio di tono nell’orazione di Stern:

 

“… tutte queste cose le sappiamo tutti, fanno parte della storia non solo della famiglia Cohen ma dell’intero paese. Permettetemi invece un ricordo personale. Era il 1972 avevamo solo quindici anni ma Eran era già un piccolo… anzi un grande campione di lotta. Il suo allenatore gli aveva fatto intendere che se si fosse allenato con costanza e impegno avrebbe cercato di portarlo alle olimpiadi. Ho condiviso con lui qualche ora di quei mesi di palestra. Faceva impressione la sua determinazione e quando mi è capitato di essere sul tappeto con lui… beh potete immaginare cosa sia successo… era come affrontare non uno ma tre avversari contemporaneamente. Poi un giorno, erano gli inizi di giugno, arrivai in palestra e lo trovai seduto sulla panca degli spogliatoi, l’asciugamano al collo con le lacrime agli occhi. Mi avvicinai gli misi una mano sulla spalla e gli chiesi cosa fosse successo. Eran mi guardò con quei suoi occhi scuri, profondi, che certamente molti di voi ricorderanno.

“Sai quel russo, quello che si è trasferito dall’URSS il mese scorso, Mark, Mark Slavin credo si chiami” mi disse “Sì certo, quello che ha vinto il campionato sovietico di lotta greco romana l’anno scorso” risposi

“Quello. Andrà lui al posto mio alle Olimpiadi a Monaco”

Vi ripeto avevamo solo quindici anni e potete immaginare quale delusione debba avere provato per quella decisione. Eppure, nei giorni successivi, continuò ad allenarsi e, se possibile, con ancor più caparbietà, quasi con ferocia, come se lottasse non solo per battere gli avversari ma per superare se stesso.

 

Poi lo ricordo, solo pochi mesi dopo, alla commemorazione per il massacro avvenuto a Monaco. Eravamo seduti vicini, insieme agli altri compagni della palestra. E lui fissava la bara di Mark Slavin con una luce nuova nel volto, quella di chi sa di essere stato risparmiato da una grande tragedia perché gli è stato affidato un compito: che cose come quella non debbano più accadere. E mi piace pensare che quel giorno, o in quei giorni, abbia maturato la decisione che l’avrebbe portato a donare la vita per tutti noi. E ora preghiamo il Signore Dio nostro….”

 

Yael è felice e al tempo stesso scossa dal racconto del rabbino. Ha aggiunto un importante tassello della sua personalissima collezione di aneddoti sulla vita di suo padre, ancora più bello perché giunto inaspettato e si appuntata mentalmente di andare a trovare il rabbino Stern per ottenere qualche altra informazione in più sull’adolescenza di Eran.

Ma ciò che l’ha fatta rabbrividire mentre il rabbino parlava è che lei quella determinazione e quella ferocia le conosce, sono le sue. Quando si costringe ad allenare il suo corpo anche oltre le ore di lezione a cui è sottoposta abitualmente, quando rimane in biblioteca fino a tardi per studiare fin nei minimi particolari la storia di Israele, quando spara al poligono. E comprende che forse suo padre le ha lasciato molto di più di quello che si fosse immaginata.

 

La cerimonia è finita, si sono strette mani, ricevuti abbracci, con dolore rievocati avvenimenti e ricordi comuni. Tutti hanno mangiato e bevuto e non si sa se Hodaya abbia ricevuto più condoglianze o complimenti per come aveva organizzato il rinfresco finale. Yael la sta aiutando insieme alle ragazze dell’agenzia a rigovernare.

 

“Mamma, mi racconti di nuovo come vi siete conosciuti tu e papà?” Hodaya fissa il volto di sua figlia con tenerezza, i suoi lineamenti un po’ androgini ma tuttavia molto belli: le sopracciglia sottili, gli zigomi alti, il naso filante e la bocca carnosa e i suoi capelli scuri, crespi che le scendono sulle spalle snelle e muscolose, danno un’idea di luminosità soffice a cui Hodaya non riesce a resistere così passa una mano anche questa volta tra quei capelli per sentirli scorrere tra le sue dita prima di rispondere.

 

“È stato, lo sai, a quel ricevimento dopo la Guerra del Golfo, ma il racconto del rabbino di oggi mi ha ricordato che in realtà la prima volta che ho visto tuo padre è stato proprio a quella commemorazione, io ero solo una bambina, avrò avuto sì e no dieci anni. Aveva ragione il rabbino, Eran aveva una faccia, uno sguardo così intenso che ho sentito come un crampo alla base dello stomaco quando per un attimo i suoi occhi si sono incrociati con i miei, lui probabilmente neanche mi stava guardando ma quello sguardo mi ha trafitto al punto che ancora oggi provo la stessa sensazione se ci ripenso.”

 

Yael vorrebbe che il racconto di sua madre potesse continuare ma Zohar si sta avvicinando e con un cenno attira la loro attenzione.

 

“Io rientro a Tel Aviv con Avner, portiamo Ariel con noi, come vanno i preparativi per martedì prossimo?”

“Bene, ho parlato con Hezi il padrone di Tzfoni sulla Tayalet ha detto che ci riserva una sala con vista sul mare” dice Hodaya con un sorriso.

 

“Ottimo. Ma voi due cercate di buttare lì ad Avner che avete un qualche impegno, uno per ciascuna così crederà di uscire solo con me, per una cenetta romantica…”

“Si, ma non esageriamo, altrimenti mangia la foglia.”

“Si forse hai ragione Yael, manteniamo un profilo basso.”

 

Martedì prossimo è il compleanno di Avner, ne farà ventitre. Forse proprio la vicinanza con la data della morte di Eran ha trasformato quel giorno in una festa molto importante per tutta la famiglia. Ogni anno madre sorelle e fidanzata organizzano con sotterfugi e mistificazioni un party a sorpresa da qualche parte in città.

Che Avner lo sappia benissimo è più di un sospetto nella mente di Yael ma lui sembra stare al gioco e ogni anno mostra di stupirsi di fronte alla sorpresa organizzata.

 

“Yael” Intente nell’organizzazione dei loro piani le tre donne non si sono accorte che un uomo alto, vestito di scuro si è avvicinato “Posso parlarti un momento?”

 

“Certo zio Tamir” Yael fissa il volto di Tamir Amossi ex direttore dei servizi segreti israeliani e pupillo di suo padre che dal giorno della sua morte è diventato una presenza costante nella vita dei Cohen al punto che lei e i suoi fratelli lo chiamano zio. Insieme si discostano un attimo da Hodaya e Zohar che continuano a confabulare

 

“Yael come stai?”

“Bene zio”

“Come sta andando il tuo primo anno di servizio militare?”

“Sono circa a metà… lo sai, mi trovo bene, sono felice di…”

 

“Tutti parlano molto bene di te… c’è chi dice che ogni tanto sul campo di allenamento sembra di rivedere tuo padre…” Yael china la testa arrossendo alle parole di Tamir “Ascolta, domani prima di andare in caserma devi passare alla sede del Mossad ti vogliono parlare.”

Yael si rende conto che la sua voce trema un po’ mentre chiede a Tamir

 

“Vogliono chiedermi di proseguire la leva nei servizi?”

Tamir sorride e le dà un buffetto sulla guancia

 

“Non sta a me dirtelo, non più”

 

E la lascia lì con le mille emozioni che la sua malcelata conferma le ha scatenato nell’animo.

 

Capitolo 2 – Muhammad

 

 

 

 

 

La camera è bianca. Anche i letti. Ce ne sono otto allineati su due lati della stanza, accanto a ognuno di essi una macchina per la pulizia del sangue i cui schermi lcd con i valori e indici luminosi sono l’unica variazione cromatica nell’uniformità perlacea dell’ambiente. Alle otto macchine sono collegati altrettanti uomini. Muhammad è il secondo da sinistra della sua fila. È appena trascorsa la prima delle quattro ore di dialisi a cui si deve sottoporre per tre giorni la settimana. Un’infermiera gli si avvicina con uno sfigmomanometro

 

“Muhammad dammi il braccio che ti provo la pressione”

 

La voce della donna è fredda quasi distaccata.

“Certo” pensa Muhammad “sono obbligati a curarmi qui, nel migliore ospedale di Tel Aviv al Rabin Medical Center io un palestinese… se non fosse stato per quella giornalista italo-francese”…..” ed invece mi ritrovo ricoverato a giorni alterni a Tel Aviv”

 

E la sua mente torna al giorno dell’attentato fallito. Quando lui e i suoi compagni sono stati intercettati da una squadra dello Shabak…. o come viene chiamato in occidente la temuta agenzia di sicurezza interna Shin Bet.. che li ha identificati poco prima che entrassero in azione…. Loro dovevano passare il check-point di Qalandiya a nord del West Bank e ritrovarsi davanti al Mercury Hotel a Ben Yeuhda dove si trovavano i capi delegazione dell’ONU con i loro politici simbolo del maledetto occidente. Gli altri cinque componenti del commando erano morti quasi subito sotto i colpi delle forze speciali israeliane in prossimità dell’ingresso Est di Gerusalemme, al di là del muro di protezione.

Lui no, era rimasto ferito gravemente alla schiena e al basso ventre e stava rantolando sdraiato supino tra il marciapiede e un’auto parcheggiata e crivellata di colpi, l’aria era resa irrespirabile dai fumogeni lanciati dai soldati israeliani, misto all’odore acre dei copertoni bruciati al centro della strada ad opera degli Shebab, sentiva il rumore caratteristico degli spari dei rubber bullet dai quali più di una volta era stato ferito … quando un agente gli si era avvicinato con la pistola in pugno e Muhammad sapeva che era lì per dargli il colpo di grazia.

 

Niente prigionieri questa è la regola. One Shot One Kill

 

Ma poi aveva sentito quella voce “Che fai lo vuoi giustiziare?” Poi aveva perso conoscenza.

 

Si era risvegliato in ospedale attaccato per la prima volta a quella maledetta macchina che gli puliva il sangue ma gli toglieva le forze. Lo faceva sentire debole in balia delle persone che odiava di più. Insieme alle persone che più detestava.

 

Nei giorni successivi era riuscito a ricostruire cosa fosse davvero successo. La voce che aveva sentito prima di svenire apparteneva a una giornalista italo-francese che stava riprendendo con il suo operatore gli scontri che di frequente accadevano a Qalandiya, non era riuscito a sapere esattamente il suo nome, Gore… e qualcos’altro. Il suo intervento aveva fermato il giovane agente israeliano ma non si era fermata a questo, aveva minacciato di denunciare i metodi sbrigativi della polizia israeliana e quindi qualcuno aveva fatto velocemente caricare il corpo di Muhammad su una delle ambulanze che erano convenute sul luogo forse sperando che morisse durante il tragitto.

 

Invece non era morto e una volta in ospedale i dottori non ci misero molto a capire che i suoi reni colpiti dalle pallottole non avrebbero più funzionato.

Era stato inserito nel programma di emodialisi e alla cosa era stata data estrema pubblicità.

 

Qui si salvano vite, non si fa politica, disse il medico rispondendo alle critiche dell’ala più conservatrice del Paese.

 

Questo è quello che fa più rabbia a Muhammad: essere usato come propagande per il maledetto stato di Israele. Di storie come la sua ai check-point di tutta Israele ce ne sono una infinità, come i mazzi i fiori posti ai lati delle strade che si pongono in onore dei martiri uccisi da Israele... Il pensiero è andato subito a Ahmed fratello di due anni più piccolo e Youssra, sorella di un anno più grande, entrambi vittime della furia cieca dei soldati israeliani, il primo colpito da un rubber bullet al petto e la seconda investita da un auto militare che sfuggiva alla fitta sassaiola alla quale era sottoposta, mentre lui sa che se non fosse stato per la giornalista…

 

Come gli fa rabbia la condiscendenza con cui lo trattano i medici in ospedale. Gli sorridono sempre, sono gentili, gli spiegano tutte le terapie alle quali lo stanno sottoponendo. Una dottoressa in particolare, è bionda, un bel viso anche se porta gli occhiali, lo chiama per nome come per fargli intendere che potrebbe essere sua amica. Ma Muhammad sa che lo fanno solo perché temono che qualche giornalista lo intervisti e lui non possa dichiarare di essere stato trattato male e senza dignità. La dignità Israele l’ha già presa a tutti nel ’47… ed ancora non l’ha restituita.

Sono furbi quei dottori. Gli infermieri no. Cercano di non rivolgergli la parola se non quando è proprio necessario e anche quando lo fanno la loro voce è fredda, distaccata, anche quella che lui sembra riconoscere come una sorella musulmana, che abbassa lo sguardo ogni volta che i loro occhi si incrociano.

 

Sono tante le piccole cose che fanno capire a Muhammad la sua diversità. Nella grande sala c’è un televisore posizionato nell’angolo opposto a quello da cui partono le pareti con i letti. Il telecomando con cui gestirlo a lui non l’hanno mai dato. Neppure quella volta che era arrivato prima degli altri pazienti e per quasi un quarto d’ora era restato da solo nella sala. Il telecomando l’aveva tenuto l’infermiera e aveva cambiato i canali senza chiedergli che cosa gli sarebbe piaciuto guardare.

 

In questo momento il telecomando ce l’ha un omuncolo, grassoccio e calvo, di cui Muhammad scorge solo il cranio che sembra riflettere la fredda luce dei neon e la prominenza del ventre. Dev’essere un mercante di qualcosa o qualcuno che si occupa di finanza visto che sembra interessato unicamente ai notiziari economici e ai bollettini della borsa. Chissà di quali enormi investimenti si occuperà l’omuncolo mentre lui, come gran parte dei suoi fratelli musulmani che vivono in quelle città usurpate, è costretto a vivere di poco o niente.

 

Con il suo lavoro al mercato alle spalle del campo rifugiati dell’ UNRWA di Qalandiya, tra Gerusalemme e Ramallah, riesce appena a sopravvivere e ora, con questa faccenda della dialisi, non può neppure svolgere compiti pesanti che spesso sono anche quelli più remunerativi. Se ne sta seduto tutto il giorno nel suo chiosco e non sa se lo disgustano di più gli sguardi dei pochi turisti, pullman di fedeli coraggiosi alla ricerca delle loro radici cristiane, che rischiano avventurandosi in quella parte malfamata del West Bank o quello degli altri che lavorano lì e che lo guardano ormai come un mezzo uomo.

 

L’omuncolo cambia canale e sintonizza il televisore su i24news, la nuova rete all news che tiene aggiornati i cittadini sulla situazione caldissima di quei giorni dopo che i corpi di tre ragazzi israeliani sono stati ritrovati massacrati in un bosco fuori Gerusalemme. Dallo schermo si vede la faccia del Primo Ministro che sta facendo una dichiarazione ufficiale.

 

“Diamo ad Hamas un’ultima possibilità... fermi il lancio di razzi, altrimenti entreremo a Gaza, la conquisteremo centimetro dopo centimetro… metro dopo metro… e la annetteremo allo Stato di Israele per sempre… ma se fermate il lancio di razzi verso inermi cittadini…. noi ci fermeremo.”

 

Ma all’improvviso nella stanza d’ospedale il tempo sembra fermarsi, una delle macchine per la dialisi, comincia ad emettere un segnale di allarme. Subito una mano che non fa in tempo a riconoscere circonda il suo letto con una tendina che lo isola dagli altri letti. Muhammad sente il rumore degli anelli lungo le sbarre cromate e capisce che anche gli altri pazienti stanno subendo la sua stessa sorte. Qualcuno spegne il televisore.

 

“Sta andando in arresto”

 

Muhammad riconosce la voce della dottoressa bionda con gli occhiali.

È molto allarmata.

 

“Presto, prendi il defibrillatore!”

 

A Muhammad sembra di essere catapultato in una puntata di quelle serie americane ambientate nei pronto soccorsi.

Ascolta un po’ estraniato quelle frasi che ha sentito centinaia di volte dal piccolo schermo “Libera! Lo stiamo perdendo! Continua il massaggio cardiaco!” E la rabbia sembra svanire, ma torna subito. “Chissà se si affannerebbero così anche se succedesse a me” pensa Muhammad “Probabilmente mi lascerebbero agonizzare e tirerebbero finalmente un sospiro di sollievo”

 

“Ora del decesso 9:02” Improvvisamente cala un silenzio gelido. Qualcuno sta aprendo la tendina che circonda il suo letto. È la dottoressa bionda con gli occhiali

“ Muhammad mi dispiace che tu abbia dovuto assistere a un decesso con tutto quello che hai già passato…”

Per una volta Muhammad ricambia il sorriso della dottoressa.

 

Da una rapida occhiata ha capito che il morto è quello che aveva il telecomando… emette un sospiro, e non riesce a trattenere, nonostante la drammaticità di quel momento, la soddisfazione per un altro sionista morto.

 

Capitolo 3 – Yossi Kadosh

 

 

 

 

 

“Sono stati gli iraniani”

 

Sul volto di Yossi Kadosh, direttore dei servizi di sicurezza dello stato di Israele, passa come un’ombra che sembra invecchiarlo. A parlare è stato Etzion Glick, uno dei suoi collaboratori più stretti e il migliore che lui abbia mai incontrato a reperire informazioni certe sui mandanti delle operazioni terroristiche o militari che siano. Le sue parole hanno confermato i peggiori timori sull’affondamento di un sommergibile israeliano al largo dello stretto di Hormuz, diviso tra Iran, Emirati Arabi ed Oman, il più grande crocevia mercantile del Medio Oriente. Da ormai ventidue ore non rispondeva più alle comunicazioni di controllo. Kadosh pensa alla sorte atroce che è toccata a quei poveri trentacinque ragazzi che componevano l’equipaggio del sottomarino.

 

La memoria lo riporta indietro di venticinque anni: era il 1988 durante la guerra fra Iran e Iraq. Rivive nella mente gli istanti che hanno preceduto l’abbattimento dell’IR655, un Airbus A300 colpito da un incrociatore americano. Lui era il giovane capo servizio in quella calda mattina di luglio presso il SIGINT: l’unita 8200 che fa in Israele quello che la National Security Agency fa negli Stati Uniti. Dopo giorni di schermaglie tra americani e iraniani nelle acque territoriali c’era stato un inseguimento marittimo e l’incrociatore americano aveva lanciato dei missili terra aria verso un aereo che credeva essere militare nella dannata aerovia Amber 59. Invece era un aereo di linea iraniano, tutti i duecentonovanta passeggeri erano morti.

 

Al rientro in patria l’equipaggio americano era stato premiato per quello che si era rivelato un errore imperdonabile, una tragedia che non aveva scusanti. Kadosh quella mattina stava guardando il monitor e si era reso subito conto che l’aereo era di linea, infatti viaggiava su una aerovia internazionale, così come gli era apparso chiaro che la tesi americana che fosse invece un Mig non reggeva perché sorvolava uno spazio aereo iraniano.

 

Quel giorno aveva capito quanto fosse alto il prezzo da pagare per gli errori commessi. Quella azione scellerata americana aveva aumentato a dismisura il livello di caos in Medio Oriente, rafforzando l’odio antioccidentale, unendo ancora di più le fazioni arabe. A Kadosh sembra di rivivere quei momenti, quelle scelte.

 

E, dopo un attimo di silenzio che gli sembra però lunghissimo, si rivolge alle persone riunite intorno a lui, il suo stato maggiore.

“Facciamo in modo che la notizia non venga divulgata.

Dividetevi le famiglie dei caduti e andate a trovarle personalmente. Spiegate loro che renderemo tutti gli onori dovuti ai loro figli, ma in questo momento dobbiamo cercare di stemperare la tensione che con la questione dei tre ragazzi uccisi è già altissima.”

 

“A proposito di questa questione” Kadosh sposta con malavoglia lo sguardo alla sua destra, verso la persona che sta parlando.

 

“Il presidente ha dichiarato pubblicamente che daremo una risposta esemplare e molto pesante all’assassinio di quei giovani ragazzi.

Sono settimane che i razzi provenienti da Gaza piovono sui nostri cittadini, una situazione insostenibile.

 

Le sue parole esatte sono state “Hamas la pagherà cara” e non mi sembra che quello che abbiamo fatto finora vada in quella direzione”

 

Kadosh fissa un momento in volto Ronen Uziel prima di rispondere, sa che deve rispetto a quel veterano della guerra dei sei giorni per non parlare dei suoi rapporti preferenziali con i politici più potenti del paese, Presidente compreso, e come se non bastasse una scheggia di granata gli aveva per sempre compromesso l’uso della gamba sinistra il che non l’aveva però trattenuto dal salire di grado e di potere tra i consiglieri militari nei governi che si erano succeduti dagli anni settanta in poi.

Così si sforza di dare al suo tono di risposta una pazienza che non gli è consueta.

“Abbiamo individuato i responsabili e fatto saltare le case dei due capi clan dei Qawasameh”

 

“E questo ti sembra farla pagare cara ad Hamas?”

 

“Sai bene quanto me che i Qawasameh sono uno dei clan più feroci e fuori controllo tra gli affiliati di Hamas ed è molto probabile che abbiano agito senza neppure chiedere al comando centrale il permesso di farlo”