Il rosso e il nero - Stendhal - ebook
Opis

Julien Sorel, un giovane ambizioso di umili origini, diventa l’amante di Madame de Renal, moglie del sindaco di Verrières presso il quale lavora come precettore, ma improvvisamente la donna, sopraffatta dal rimorso, termina il loro rapporto. Successivamente, Julien diventa il segretario del ricco marchese de la Mole e ne seduce la figlia, Mathilde. Ma quando il matrimonio con quest’ultima sembra essere ormai alle porte, Madame de Renal rivela al marchese la relazione avuta con il giovane, accusandolo di essere un seduttore e un truffatore. Furioso, Julien decide di ucciderla.Nero per i suoi tratti realistici venati dal rosso della passione e del delitto, Il rosso e il nero è la storia di un’ascesa e di una caduta: quella di Julien Sorel, figlio di un carpentiere, bramoso di essere ammesso nei salotti dorati dell’aristocrazia parigina. Il suo talento, la sua astuzia e il suo potere di seduzione basteranno a strapparlo dalla sua umile condizione d’origine? Capolavoro di analisi psicologica, incentrato sull’amore ipergamico, sensuale e passionale, del giovane protagonista per la più matura Madame de Renal, e su quello piuttosto freddo e intellettuale di Julien con la sua coetanea Mathilde, cronaca della Francia nel periodo della Restaurazione, primo romanzo a rappresentare le lotte di classe e la violenza del determinismo sociale, Il rosso e il nero è il più famoso romanzo di Stendhal. Crudele e ironico, è stato apprezzato da scrittori come Balzac, Julien Gracq, Zola e Aragon e ancora oggi, a quasi due secoli di distanza dalla sua prima pubblicazione,  affascina i lettori delle nuove generazioni.

Ebooka przeczytasz w aplikacjach Legimi na:

Androidzie
iOS
czytnikach certyfikowanych
przez Legimi
Windows
10
Windows
Phone

Liczba stron: 840

Odsłuch ebooka (TTS) dostepny w abonamencie „ebooki+audiobooki bez limitu” w aplikacjach Legimi na:

Androidzie
iOS

Il libro

Julien Sorel, un giovane ambizioso di umili origini, diventa l’amante di Madame de Renal, moglie del sindaco di Verrières presso il quale lavora come precettore, ma improvvisamente la donna, sopraffatta dal rimorso, termina il loro rapporto. Successivamente, Julien diventa il segretario del ricco marchese de la Mole e ne seduce la figlia, Mathilde. Ma quando il matrimonio con quest’ultima sembra essere ormai alle porte, Madame de Renal rivela al marchese la relazione avuta con il giovane, accusandolo di essere un seduttore e un truffatore. Furioso, Julien decide di ucciderla. Nero per i suoi tratti realistici venati dal rosso della passione e del delitto, Il rosso e il nero è la storia di un’ascesa e di una caduta: quella di Julien Sorel, figlio di un carpentiere, bramoso di essere ammesso nei salotti dorati dell’aristocrazia parigina. Il suo talento, la sua astuzia e il suo potere di seduzione basteranno a strapparlo dalla sua umile condizione d’origine? Capolavoro di analisi psicologica, incentrato sull’amore ipergamico, sensuale e rovente, del giovane protagonista per la più matura Madame de Renal, e su quello piuttosto freddo e intellettuale di Julien con la sua coetanea Mathilde, cronaca della Francia nel periodo della Restaurazione, primo romanzo a rappresentare le lotte di classe e la violenza del determinismo sociale, Il rosso e il nero è il più famoso romanzo di Stendhal. Crudele e ironico, è stato apprezzato da scrittori come Balzac, Julien Gracq, Zola e Aragon e ancora oggi, a quasi due secoli di distanza dalla sua prima pubblicazione,  affascina i lettori delle nuove generazioni.

Stendhal

Il rosso e il nero

Titolo originale dell’opera:

Le rouge et le noir

di Stendhal

Copyright © 2017 Nemo Editrice

Ebook realizzato da Lecabel

ISBN: 9788898790593

Proprietà letteraria riservata

Nemo Editrice (Nuove Edizioni Milano Ovest)

via Emanuele Filiberto, –  Milano

info@nemoeditrice.it

Segui Nemo Editrice su:

INDICE

PARTE PRIMA

I. UNA CITTADINA

II. UN SINDACO

III. IL BENE DEI POVERI

IV. UN PADRE E UN FIGLIO

V. UNA CONTRATTAZIONE

VI. LA NOIA

VII. LE AFFINITÀ ELETTIVE

VIII. PICCOLI AVVENIMENTI

IX. UNA SERA IN CAMPAGNA

X. UN GRANDE CUORE E UNA PICCOLA FORTUNA

XI.UNA SERATA

XII. UN VIAGGIO

XIII. LE CALZE TRAFORATE

XIV. LE FORBICI INGLESI

XV. IL CANTO DEL GALLO

XVI. ILGIORNO DOPO

XVII. IL PRIMO ASSESSORE

XVIII. UN RE A VERRIÈRES

XIX. PENSARE FA SOFFRIRE

XX. LE LETTERE ANONIME

XXI. DIALOGO CON UN PADRONE

XXII. MODI DI AGIRE NEL 1830

XXIII. DISPIACERI DI UN FUNZIONARIO

XXIV . UNA CAPITALE

XXV. IL SEMINARIO

XXVI. IL MONDO, OVVERO QUELLO CHE MANCA AI RICCHI

XXVII. PRIMA ESPERIENZA DELLA VITA

XXVIII. UNA PROCESSIONE

XXIX. IL PRIMO PASSO AVANTI

XXX. UN AMBIZIOSO

PARTE SECONDA

I. I PIACERI DELLA CAMPAGNA

II. INGRESSO IN SOCIETA’

III. I PRIMI PASSI

IV. L’HÔTEL DE LA MOLE

V. LA SENSIBILITÀ È UNA GRAN DAMA DEVOTA

VI. MODO DI PRONUNCIARE

VII. UN ATTACCO DI GOTTA

VIII. QUAL È LA DECORAZIONE CHE DISTINGUE VERAMENTE?

IX. IL BALLO

X. LA REGINA MARGHERITA

XI. IL POTERE DI UNA FANCIULLA

XII. È FORSE UN DANTON?

XIII.UN COMPLOTTO

XV. È FORSE UN COMPLOTTO?

XVI. L’UNA DI NOTTE

XVII. UNA VECCHIA SPADA

XVIII. MOMENTI CRUDELI

XIX. L’OPERA BUFFA

XX.  IL VASO GIAPPONESE

XXI. LA NOTA SEGRETA

XXII. LA DISCUSSIONE

XXIII. IL CLERO, I BOSCHI, LA LIBERTÀ

XXIV. STRASBURGO

XXV. IL MINISTERO DELLA VIRTÙ

XXVI. L’AMORE MORALE

XXVII. LE MIGLIORI CARICHE ECCLESIASTICHE

XXVIII. MANON LESCAUT

XXIX. LA NOIA

XXX. UN PALCO ALL’OPERA BUFFA

XXXI. FARLE PAURA

XXXII. LA TIGRE

XXXIII. L’INFERNO DELLA DEBOLEZZA

XXXIV. UN UOMO DI SPIRITO

XXXV. UN URAGANO

XXXVI. TRISTI PARTICOLARI

XXXVII. UN TORRIONE

XXXVIII. UN UOMO POTENTE

XXXIX. L’INTRIGO

XL. LA TRANQUILLITÀ

XLI. IL PROCESSO

XLII

XLIII

XLIV

XLV

PARTE PRIMA

I. UNA CITTADINA

Put thousand together

Less bad,

But the cage less gay.

Hobbes

La cittadina di Verrières può essere considerata una delle più graziose della Franca Contea. Le sue case bianche, dai tetti aguzzi e dalle tegole rosse, si arrampicano sul declivio di una collina dove macchie di vigorosi castagni mettono in risalto ogni minima sinuosità. Il Doubs scorre qualche centinaio di piedi sotto le fortificazioni costruite un tempo dagli spagnoli e ora in rovina.

A nord la città è protetta da un’alta montagna, diramazione del Giura. I primi freddi d’ottobre coprono di neve le cime frastagliate del Verra. Un torrente, precipitando dalla montagna, attraversa Verrières prima di gettarsi nel Doubs e mette in moto un gran numero di segherie: industria assai semplice che dà lavoro alla maggior parte degli abitanti, contadini più che borghesi. Non è questa, tuttavia, la fonte di maggior ricchezza per la cittadina. Il benessere generale che, dopo la caduta di Napoleone, ha consentito di ricostruire le facciate di quasi tutte le case di Verrières è dovuto alla fabbrica di tele stampate, dette di Mulhouse.

Entrando in città si rimane storditi dal fracasso di una macchina rumorosa e terribile a vedersi. Venti pesanti martelli, che si abbattono con un frastuono tale da far tremare il selciato, sono sollevati da una ruota spinta dall’acqua del torrente. Ogni giorno ciascuno di questi martelli fabbrica chi sa quante migliaia di chiodi. E sono ragazze giovani e graziose, quelle che sottopongono ai colpi di questi enormi martelli i pezzettini di ferro che vengono poi trasformati rapidamente in chiodi. Questo lavoro, così duro in apparenza, è uno dei più stupefacenti per il viaggiatore che si spinge per la prima volta sulle montagne, al confine tra la Francia e la Svizzera. Se poi il viaggiatore, entrando a Verrières, chiede di chi è la bella fabbrica di chiodi che assorda i passanti sulla via principale, gli viene risposto con accento strascicato: «Ah! è del signor sindaco!»

E per poco che il viaggiatore si fermi alcuni istanti in questa grande via principale, che sale dalle rive del Doubs fin verso la sommità della collina, c’è da scommettere cento contro uno che vedrà comparire un uomo robusto dall’aria indaffarata e imponente.

Al suo apparire tutte le teste si scoprono rapidamente. I suoi capelli tendono al grigio, e grigio è il suo vestito. È cavaliere di diversi ordini; fronte ampia e naso aquilino, nel complesso il suo volto non manca di una certa regolarità; anzi, a prima vista, sembrano mescolarvisi la dignità del sindaco di paese e quella certa attrattiva che può

 ancora trovarsi in un uomo sulla cinquantina. Ma, ben presto, il viaggiatore che viene da Parigi è colpito da un certo che di compiacimento e di sufficienza, misto a qualcosa di limitato e privo di fantasia. Alla fine ci si accorge che il talento di quest’uomo si limita alla capacità di farsi pagare con grande esattezza dai debitori, e di pagare, a sua volta, il più tardi possibile.

Tale è il sindaco di Verrières, signor de Rênal. Dopo aver attraversato la via con andatura imponente, egli entra nel municipio e scompare agli occhi del viaggiatore. Ma se quest’ultimo continua la sua passeggiata, dopo cento passi vede una casa abbastanza bella e, attraverso una cancellata, degli splendidi giardini. Più oltre, la linea dell’orizzonte è disegnata dalle colline della Borgogna e sembra fatta apposta per la gioia degli occhi. Questa vista fa scordare al viaggiatore l’atmosfera appestata dai piccoli interessi commerciali che cominciano ad asfissiarlo.

Viene informato che quella è la casa del sindaco. I profitti della grande fabbrica di chiodi hanno consentito al primo cittadino di Verrières di costruire questa bella dimora di pietra squadrata, da poco finita. La sua famiglia, si dice, è un’antica famiglia spagnola: e, si afferma, stabilita nella zona molto tempo prima che Luigi XIV la conquistasse. Dal 1815 in poi Rênal si vergogna di essere un industriale: al 1815 egli deve la sua nomina a sindaco di Verrières. Anche le terrazze, che sostengono le diverse parti di questo splendido giardino e che di balza in balza scendono fino al Doubs, sono dovute alla perizia di Rênal nel commercio del ferro. Non aspettatevi di trovare in Francia i pittoreschi giardini che circondano le città manifatturiere della Germania, come Lipsia, Francoforte, Norimberga, ecc. Nella Franca Contea più si costruiscono muri, più si arricchiscono le proprietà di pietre poste l’una sull’altra, e più si ha diritto al rispetto dei vicini. I giardini di Rênal, irti di muri, sono ammirati anche perché abbracciano lembi di terreno comperato a peso d’oro. Ad esempio, quella segheria che vi ha colpito al vostro ingresso in Verrières per la sua singolare posizione sul Doubs, e dove avete notato sul tetto una tavola col nome SOREL scritto a lettere cubitali, sei anni or sono sorgeva sull’area della quarta terrazza dei giardini di Rênal, attualmente in costruzione.

Nonostante il suo orgoglio, il sindaco è stato costretto a lunghe trattative col vecchio Sorel, contadino duro e testardo: gli ha dovuto sborsare parecchi luigi d’oro per convincerlo a trasportare altrove la sua segheria. Quanto al torrente pubblico che metteva in moto la sega, Rênal è riuscito a fare in modo che fosse deviato, in virtù del suo credito a Parigi. Questo favore gli è stato concesso dopo le elezioni del 182*.

In cambio, Sorel ha ottenuto da Rênal un appezzamento quattro volte più vasto, sulle rive del Doubs, cinquecento passi più a valle. E benché quella posizione fosse molto più favorevole al suo commercio di tavole d’abete, papà Sorel - come lo chiamano da quando è divenuto ricco - ha trovato modo di farsi dare una somma di 6000 franchi, sfruttando l’impazienza e la mania di proprietario che animavano il suo vicino.

Ma è anche vero che questo accomodamento è stato criticato dai benpensanti del luogo. Quattro anni fa, una domenica, mentre tornava dalla chiesa in tenuta da sindaco, Rênal vide da lontano il vecchio Sorel che lo guardava sorridendo, circondato dai suoi tre figli. Quel sorriso ha illuminato di una luce sinistra la mente di Rênal: e da allora egli pensa che avrebbe potuto concludere più vantaggiosamente lo scambio.

A Verrières, per godere della stima generale, è indispensabile una cosa: pur costruendo molti muri, evitare ogni progetto importato da quei muratori che in primavera vengono dall’Italia attraversando le gole del Giura per raggiungere Parigi. Una simile innovazione varrebbe all’imprudente costruttore l’eterno marchio di testa matta e gli alienerebbe per sempre la fiducia delle persone sagge e moderate che distribuiscono la stima nella Franca Contea.

In effetti queste sagge persone esercitano il più noioso dispotismo: e, proprio per questo, il soggiorno nelle piccole città di provincia è insopportabile per chi ha vissuto in quella grande repubblica chiamata Parigi. La tirannia dell’opinione pubblica (e quale opinione!) è altrettanto stupida nelle cittadine francesi quanto negli Stati Uniti d’America.

II. UN SINDACO

L’importanza! Le sembra una cosa da poco, signore? Il rispetto degli sciocchi, la meraviglia dei bambini, l’invidia dei ricchi, il disprezzo dei saggi.

Barnave

Fortunatamente per la reputazione di Rênal come amministratore, un gigantesco muro di sostegno era necessario alla passeggiata pubblica che costeggia la collina, uncentinaio di piedi sopra il corso del Doubs, e che gode, grazie a questa splendida posizione, di una vista tra le più pittoresche della Francia. Ma ogni primavera le acque piovane solcavano la passeggiata e vi aprivano delle fenditure che la rendevano impraticabile. Questo inconveniente, avvertito da tutti, mise Rênal nella fortunata necessità di immortalare la propria amministrazione con un muro alto venti piedi e lungo trenta o quaranta tese.

Il parapetto di questo muro, che ha costretto Rênal a recarsi tre volte a Parigi, perché il penultimo ministro degli interni si era dichiarato nemico mortale della passeggiata di Verrières, il parapetto di questo muro, dicevamo, è alto quattro piedi da terra. E, quasi a sfidare tutti i ministri presenti e passati, attualmente lo si sta adornando con lastroni di pietra da taglio.

Quante volte, pensando ai balli di Parigi abbandonati il giorno prima, col petto appoggiato a questi grandi massi di un bel grigio azzurro, ho immerso lo sguardo nella valle del Doubs! Oltre il fiume, sulla riva sinistra, serpeggiano cinque o sei vallate in fondo alle quali l’occhio distingue chiaramente dei torrentelli che, precipitando di cascata in cascata, vanno a gettarsi nel Doubs. Il sole è caldissimo su queste montagne; quando batte a picco, il viaggiatore è protetto nel suo fantasticare dall’ombra di magnifici platani che si ergono sulla terrazza. Il loro rapido sviluppo e le loro belle fronde tendenti all’azzurro si devono alla terra che il sindaco ha fatto collocare dietro il suo immenso muro di sostegno, allargando così la passeggiata di oltre sei piedi, nonostante l’opposizione del consiglio municipale (e di questo devo dare atto a Rênal, anche se egli è un ultra e io un liberale). In tal modo, secondo lui e secondo Valenod, il fortunato direttore dell’ospizio per i poveri di Verrières, questa terrazza può reggere il paragone con quella di Saint-Germain-en-Laye.

Per parte mia ho da obiettare soltanto una cosa al COURS DE LA FIDÉLITÉ (nome ufficiale, scritto in una ventina di punti diversi su lastre di marmo che hanno fruttato un’ulteriore decorazione al sindaco): ed è il modo barbaro con cui le autorità

 fanno sfrondare e potare fino al vivo questi vigorosi platani. Con le loro sommità rotonde, basse e appiattite finiscono col rassomigliare alle più volgari piante da orto, mentre non ambirebbero, per così dire, che a sfoggiare le stupende forme di cui fanno mostra in Inghilterra. Ma la volontà del sindaco è dispotica, e due volte l’anno tutti gli alberi di proprietà comunale vengono spietatamente amputati. I liberali del luogo pretendono, sia pure esagerando, che la mano del giardiniere ufficiale si è fatta molto più pesante da quando i proventi della potatura vanno a finire nelle mani del vicario Maslon.

Questo giovane ecclesiastico fu mandato da Besançon, alcuni anni or sono, per sorvegliare l’abate Chélan e qualche altro curato dei dintorni. Un vecchio maggiore medico dell’armata d’Italia, che era in ritiro a Verrières e che, a sentire il sindaco, era stato giacobino e bonapartista contemporaneamente, osò un giorno lamentarsi con lui per la periodica mutilazione di queste belle piante.

«L’ombra mi piace,» rispose Rênal con quella sfumatura di altezzosità che si addice parlando a un chirurgo insignito della Legion d’Onore. «Sì, l’ombra mi piace. Faccio potare i miei alberi perché diano ombra, e non concepisco che un albero possa servire ad altro. A meno che, come l’utile noce, non renda.»

Ecco la grande parola che a Verrières ha un valore decisivo: RENDERE. Da sola essa rappresenta il pensiero fisso di più di tre quarti degli abitanti.

Rendere è la ragione decisiva in questa cittadina che vi era parsa tanto graziosa. Lostraniero che arriva, sedotto dalla bellezza delle fresche e profonde vallate circostanti, sulle prime pensa che gli indigeni siano sensibili al bello; di questa bellezza, infatti, essi parlano anche troppo, e non si può negare che ne facciano gran conto: ma soltanto perché attira qualche forestiero, che con i suoi soldi arricchisce gli albergatori e, di conseguenza, attraverso il meccanismo del dazio, rende qualcosa alla città.

In una bella giornata autunnale Rênal passeggiava tutto compunto sul Cours de la Fidélité dando il braccio alla moglie. Questa, pur continuando ad ascoltare il marito, seguiva con inquietudine le evoluzioni di tre ragazzini. Il maggiore, che poteva avere undici anni, si avvicinava troppo spesso al parapetto e faceva il gesto di montarvi sopra. Allora una voce dolce scandiva il nome di Adolphe, e il fanciullo rinunciava al suo ambizioso progetto. La signora de Rênal dimostrava una trentina d’anni, ma era ancora abbastanza bella.

«Potrebbe pentirsene quel signore di Parigi,» diceva Rênal in tono offeso e con le guance più pallide del solito. «Ho anch’io le mie amicizie a corte...»

Ma, anche se ho intenzione di parlarvi della provincia per duecento pagine, non sarò tanto barbaro da farvi subire le lungaggini e i sapienti mezzi termini di un dialogo provinciale.

Quel signore di Parigi, così odioso al sindaco di Verrières, non era altri che Appert, il quale due giorni prima aveva trovato modo di introdursi non solo nella prigione e nell’ospizio dei poveri di Verrières, ma anche nell’ospedale, amministrato gratuitamente dal sindaco e dai maggiori proprietari del luogo.

«Ma,» diceva timidamente la signora de Rênal, «che male può farvi quel signore di Parigi, dal momento che voi amministrate il bene dei poveri con l’onestà più scrupolosa?»

«Viene soltanto a criticare, e poi pubblicherà degli articoli sulla stampa liberale.» «Ma caro, voi non li leggete mai!»

 «Tuttavia, di questi articoli giacobini se ne sente parlare: e la cosa ci distrae e ci impedisce di fare il bene. Per quanto mi riguarda, non la perdonerò mai al curato.»

III. IL BENE DEI POVERI

Un curato virtuoso e non intrigante è una provvidenza per il villaggio.

Fleury

Bisogna sapere che il curato di Verrières era un vecchio ottantenne, ma all’aria viva delle montagne egli doveva una salute e un carattere di ferro; e aveva il diritto di visitare in qualsiasi momento la prigione, l’ospedale e perfino l’asilo dei poveri. Appert, che veniva da Parigi con una raccomandazione per il curato, aveva avuto l’accortezza di arrivare proprio alle sei del mattino in una cittadina piena di curiosità, e si era recato direttamente in canonica.

Leggendo la lettera scrittagli dal marchese de La Mole, il più ricco proprietario della provincia e Pari di Francia, il curato Chélan rimase sovrappensiero.

Alla fine mormorò fra sé: «Io sono vecchio, e qui mi vogliono bene. Non ne avrebbero il coraggio!» Poi si voltò di scatto verso il signore di Parigi, con uno sguardo in cui, nonostante gli anni, brillava il fuoco sacro che rivela il piacere di compiere una bella azione un po’ pericolosa:

«Venite con me e, in presenza del carceriere e specialmente dei sorveglianti dell’asilo dei poveri, usatemi la cortesia di non esprimere alcun giudizio su quanto vedremo.»

Appert capì di trovarsi di fronte a un uomo coraggioso: seguì il venerabile curato, visitò la prigione, l’ospedale, l’asilo dei poveri, fece molte domande e, nonostante la stranezza di alcune risposte, non si permise il minimo appunto.

La visita durò parecchie ore. Il curato invitò Appert a pranzo, e questi si scusò col pretesto di dover scrivere qualche lettera: in realtà non voleva compromettere ulteriormente il suo generoso compagno. Verso le tre andarono a terminare la visita all’asilo dei poveri e tornarono poi alla prigione. Qui, sulla porta, trovarono il carceriere, una specie di gigante alto sei piedi e con le gambe arcuate: il suo viso ignobile si era fatto ripugnante per il terrore.

«Ah! Signore,» disse al curato appena lo vide, «la persona che è con voi non è per caso il signor Appert?»

«Che importa?» disse il curato.

«Il fatto è che fin da ieri ho l’ordine assoluto, mandatomi dal prefetto per mezzo di un gendarme che ha dovuto galoppare tutta la notte, di non far entrare il signor Appert nella prigione.»

«Noiroud,» disse il curato, «vi dichiaro che la persona che mi accompagna è il signor Appert. Ora, siete disposto ad ammettere che ho il diritto di entrare nella prigione in qualsiasi momento del giorno e della notte, facendomi accompagnare da chi mi pare e piace?»

 «Sì, signor curato,» disse il carceriere sottovoce e abbassando la testa come un mastino costretto all’obbedienza dal timore del bastone. «Soltanto, signor curato, io ho moglie e figli. Se mi denunciano, perderò il posto, e non ho altro per vivere!»

«Anch’io sarei piuttosto seccato di perdere il mio,» rispose il buon curato con voce sempre più commossa.

«C’è una bella differenza!» ribatté il carceriere con vivacità. «Voi, signor curato, si sa bene che avete una rendita di ottocento franchi e dei beni al sole...»

Erano questi i fatti che, commentati ed esagerati in venti modi diversi, agitavano da due giorni tutte le astiose passioni di Verrières. E in quel momento erano l’oggetto della piccola discussione in corso tra Rênal e sua moglie. Quella mattina il sindaco in persona, seguito da Valenod, direttore dell’asilo dei poveri, era andato dal curato per esprimergli la sua più viva disapprovazione. Chélan non aveva protettori, e seppe misurare tutto il peso di quelle parole.

«Ebbene, signori! Sarò il terzo curato ottantenne ad essere destituito nel circondario. Sono qui da cinquantasei anni, ho battezzato quasi tutti gli abitanti della città, che al mio arrivo era soltanto un borgo. Ogni giorno celebro le nozze di giovani i cui nonni, molto tempo fa, ho pure unito in matrimonio. Verrières è la mia famiglia: ma, vedendo uno straniero, mi sono detto: "Quest’uomo, venuto da Parigi, può essere benissimo un liberale, ce ne sono anche troppi. Ma che male può fare ai nostri poveri e ai nostri carcerati?"»

E siccome i rimproveri di Rênal, e specialmente quelli del direttore dell’asilo dei poveri, si facevano sempre più pungenti, il vecchio curato sbottò con voce tremante:

«Ebbene, fatemi destituire. Continuerò ugualmente ad abitare qui. Quarantotto anni fa, lo sanno tutti, ho ereditato un campo da cui ricavo una rendita di ottocento franchi. Mi basteranno per vivere. Non posso certo fare economie col posto che ho, e forse è per questo che non mi spavento davanti alle minacce di perderlo.»

Rênal andava molto d’accordo con sua moglie; ma, incapace di rispondere all’obiezione che lei gli veniva ripetendo timidamente: «Che male può fare quel signore di Parigi ai carcerati?», stava per arrabbiarsi sul serio, quando la signora de Rênal lanciò un grido. Il suo secondogenito era salito sul parapetto della terrazza e vi correva sopra, benché il muro fosse alto più di venti piedi sulla vigna che si trova dall’altro lato. Il timore di spaventare il bambino e di farlo cadere impediva alla signora de Rênal di rivolgergli la parola. Alla fine il ragazzo, felice della propria prodezza, voltatosi a guardare la madre, si accorse del suo pallore, saltò sulla passeggiata e corse verso di lei, che lo sgridò severamente.

Questo piccolo incidente cambiò il corso della conversazione. «Voglio assolutamente assumere il figlio di Sorel, il padrone della segheria,» disse Rênal. «Sorveglierà i ragazzi, che cominciano a farsi troppo indiavolati per noi. È un giovane prete, o qualcosa del genere, buon latinista, e farà progredire i ragazzi, poiché ha un carattere fermo: almeno così dice il curato. Gli darò trecento franchi l’anno, più i pasti. Avevo qualche dubbio sulla sua moralità perché era il favorito di quel vecchio chirurgo, membro della Legion d’Onore, che era venuto in pensione dai Sorel col pretesto di essere loro cugino. Quell’uomo, in fondo, poteva essere un agente segreto dei liberali; diceva che l’aria delle montagne gli giovava per la sua asma, ma il fatto non è ancora dimostrato. Aveva combattuto tutte le campagne d’Italia con Buonaparte e si dice che a

 suo tempo abbia votato contro l’impero. Proprio quel liberale ha insegnato il latino al figlio di Sorel, e gli ha lasciato una quantità di libri che aveva portato con sé. Insomma, non avrei mai pensato a prendere in casa il figlio del carpentiere, ma il curato, proprio il giorno prima che litigassimo, mi ha detto che Sorel studia teologia da tre anni con l’intenzione di entrare in seminario. Non è dunque un liberale, e in più è un latinista.

"Questo progetto presenta molti vantaggi," continuò Rênal guardando sua moglie con aria diplomatica. «Il Valenod scoppia d’orgoglio per i due bei cavalli normanni che ha comperato da poco per il suo calesse. Ma non ha un precettore per i suoi figli.»

«Potrebbe dunque portarcelo via.»

«Allora approvi il mio progetto?» disse Rênal, ringraziando la moglie con un sorriso per l’eccellente idea che le era venuta. «Sta bene! Allora tutto è deciso.»

«Ah, mio Dio! Come le prendi in fretta, le tue decisioni!»

«Il fatto è che sono un uomo di carattere, e se n’è ben potuto accorgere il curato. Guardiamo in faccia la realtà: siamo circondati da liberali. Tutti questi mercanti di tela sono invidiosi di me, ne sono sicuro: qualcuno di loro sta ammucchiando ricchezze. Ebbene! Mi garba che vedano i figli di Rênal a spasso col loro precettore. La cosa incuterà rispetto. Mio nonno raccontava spesso di avere avuto un precettore durante la sua infanzia. Potrà costarmi cento scudi, ma è una spesa necessaria per sostenere il nostro rango.»

Questa improvvisa decisione lasciò la signora de Rênal pensierosa. Era una donna alta, ben fatta, ed era stata la bellezza del paese, come si usa dire in quelle montagne. Aveva una cert’aria di semplicità e un passo giovanile; agli occhi di un parigino quella grazia ingenua, piena di innocenza e di vivacità, avrebbe potuto anche evocare immagini dolcemente voluttuose. Se avesse mai sospettato un simile successo, la signora de Rênal se ne sarebbe vergognata profondamente. Il suo cuore non era mai stato sfiorato da alcuna forma di civetteria o di affettazione. Si diceva che Valenod, il ricco direttore dell’asilo dei poveri, le avesse fatto la corte, ma senza successo; e questo aveva conferito una luce particolare alla sua onestà. Infatti Valenod, giovane, alto, con spalle larghe, viso colorito e grossi favoriti neri, era uno di quegli esseri grossolani, sfrontati e rumorosi che in provincia hanno fama di begli uomini.

La signora de Rênal, timidissima e con un carattere apparentemente molto instabile, era urtata soprattutto dal continuo agitarsi e dalle esplosioni verbali di Valenod. Per la sua indifferenza verso tutto ciò che a Verrières è godimento, la si riteneva molto fiera della sua nascita. Ella non ci pensava affatto, ma si era accorta con grande piacere che le visite a casa sua andavano diradandosi. Non nasconderemo che le altre signore la giudicavano sciocca, dal momento che, senza la minima diplomazia nei riguardi del marito, si lasciava sfuggire le migliori occasioni per farsi portare eleganti cappellini da Parigi o da Besançon. Purché la si lasciasse passeggiare liberamente nel suo bel giardino, ella non si lamentava mai.

Era un’anima candida, che non s’era mai neppure sognata di giudicare suo marito e di confessarsi che l’annoiava. Senza dirselo, supponeva che tra marito e moglie non potessero esistere rapporti più affettuosi dei loro. Amava Rênal specialmente quando le parlava dei suoi progetti per i figli, destinandone uno all’esercito, uno alla magistratura e uno alla chiesa. Insomma, lo giudicava molto meno noioso di tutti gli uomini di sua conoscenza.

 Questo giudizio coniugale era ragionevole. Il sindaco di Verrières aveva fama di uomo spiritoso e garbato, soprattutto grazie a una mezza dozzina di epigrammi che egli aveva ereditato da uno zio. Prima della rivoluzione, il vecchio capitano de Rênal aveva prestato servizio nel reggimento di fanteria del duca d’Orléans e, quando andava a Parigi, era ammesso nei salotti del principe. Qui aveva visto madame de Montesson, la famosa madame de Genlis, e Ducrest, il progettista del Palais-Royal. Questi personaggi ricomparivano anche troppo spesso negli aneddoti di Rênal. Ma, poco per volta, il ricordo di cose tanto difficili da raccontare con garbo era divenuto una vera fatica per lui e, da qualche tempo, solo nelle grandi occasioni ripeteva i suoi aneddoti sulla casa d’Orléans. D’altronde, quando non si parlava di denaro, egli era molto educato ed era giustamente ritenuto la persona più aristocratica di Verrières.

IV. UN PADRE E UN FIGLIO

E sarà mia colpa,

se così è?

Machiavelli

«Mia moglie ha davvero molto cervello,» si ripeteva il sindaco di Verrières, dirigendosi alle sei della mattina successiva verso la segheria del vecchio Sorel. «Con tutte le cose che le ho detto per conservare la mia superiorità, non avevo pensato che, se non assumo io il giovane Sorel, il quale ha fama di sapere il latino come un angelo, quell’anima in pena di Valenod potrebbe avere la stessa idea e soffiarmelo. Figurarsi poi il tono con cui parlerebbe del precettore dei suoi figli!... Piuttosto: dovrò fargli portare la tonaca?»

Rênal era tutto assorto in questo dubbio, quando vide da lontano un contadino alto quasi sei piedi, che fin dall’alba appariva tutto occupato a misurare pezzi di legno disposti sull’alzaia del Doubs. Il contadino non si mostrò entusiasta di vedere avvicinarsi il signor sindaco, perché i suoi pezzi di legno, ostruendo il cammino, contravvenivano alla legge.

Il vecchio Sorel, poiché era proprio lui, fu molto sorpreso, ma, più ancora, felice, sentendo la singolare proposta che Rênal gli faceva per suo figlio Julien. Nondimeno lo ascoltò con quel misto di disinteresse e di scontenta tristezza che nasconde tanto bene l’astuzia di questi montanari. Schiavi al tempo della dominazione spagnola, essi conservano ancora quel tratto della fisionomia che è tipico dei fellah egiziani.

La risposta di Sorel cominciò con una lunga litania composta di tutte le formule di rispetto ch’egli sapeva a memoria. mentre pronunciava quelle vuote parole, con un goffo sorriso che aumentava la sua aria di falsità e quasi di naturale malizia, il vecchio contadino, con l’alacre lavorio della sua mente, cercava di scoprire perché un uomo tanto stimato volesse prendersi in casa quel fannullone di suo figlio. Di Julien egli era molto scontento, e, proprio per lui, Rênal gli offriva un insperato stipendio di 300 franchi l’anno, più il vitto e perfino i vestiti! Quest’ultima pretesa, Sorel l’aveva avanzata con un improvviso lampo di genio, e Rênal aveva acconsentito anche a quella.

 La richiesta, tuttavia, colpì il sindaco, il quale pensò: «Dal momento che Sorel non va in estasi, come naturalmente dovrebbe, per la mia proposta, è chiaro che qualcuno gli ha già fatto delle offerte. E chi può essere stato, se non Valenod?» Invano Rênal sollecitò Sorel a concludere su due piedi: il vecchio e astuto contadino continuò a rifiutare testardamente; a sentir lui, voleva consultare il figlio, come se in provincia consultare un figlio nullatenente fosse per un padre ricco qualcosa di più che una semplice formalità.

Una segheria ad acqua non è altro che una baracca in riva a un torrente. Il tetto è sostenuto da un’armatura che poggia su quattro pilastri di legno. In mezzo, all’altezza di otto o dieci piedi, si vede una sega, che sale e scende, mentre un meccanismo semplicissimo spinge i pezzi di legno verso l’ordigno. Una ruota mossa dalla corrente fa funzionare entrambi i meccanismi: quello della sega, che sale e scende, e quello che spinge lentamente i pezzi di legno verso la sega, la quale li riduce in tavole.

Avvicinandosi all’officina, il vecchio Sorel chiamò Julien con la sua voce stentorea: nessuno rispose. Vide solo i suoi figli maggiori, specie di giganti che, armati di grosse scuri, squadravano i tronchi di pino prima di spingerli verso la sega. Tutti intenti a seguire esattamente la linea nera tracciata sui pezzi di legno, da cui ogni colpo d’ascia staccava grossi trucioli, essi, non udirono la voce del padre. Questi si diresse verso la baracca: entrandovi, cercò invano Julien vicino alla sega dove avrebbe dovuto trovarsi. Lo scorse cinque o sei piedi più in alto, a cavalcioni su una delle travi del tetto. Invece di sorvegliare attentamente il meccanismo, Julien leggeva. Nulla riusciva più insopportabile al vecchio Sorel: avrebbe anche potuto perdonare a Julien la sua taglia sottile, così poco adatta ai lavori di forza e così diversa da quella dei fratelli maggiori: ma la mania della lettura, a lui che non sapeva leggere, era odiosa.

Invano Sorel chiamò Julien due o tre volte. L’attenzione che il giovane prestava al suo libro, molto più che il rumore della macchina, gli impedì di udire la voce del padre. Questi, alla fine, nonostante gli anni saltò agilmente sul tronco sottoposto all’azione della sega, e di là sulla trave trasversale che sosteneva il tetto. Un colpo violento fece volare nel ruscello il libro di Julien, e un secondo colpo altrettanto violento, che gli si abbatté sulla testa, gli fece perdere l’equilibrio. Il giovane stava per cadere dodici o quindici piedi più in basso, in mezzo agli ingranaggi della macchina che l’avrebbero stritolato, ma suo padre lo trattenne al volo con la mano sinistra:

«Scansafatiche! Sino a quando continuerai a leggere i tuoi maledetti libri mentre sei di guardia alla sega? Leggili di sera, almeno, quando vai a perdere tempo dal curato.»

Julien, benché stordito dalla forza del colpo e tutto insanguinato, ritornò al suo posto di lavoro, di fianco alla sega. Aveva le lacrime agli occhi, più per aver perduto il suo adorato libro che per il dolore fisico.

«Vieni giù, animale, che voglio parlarti.» Il rumore della macchina impedì ancora a Julien di udire l’ordine. Il padre, che era sceso, non volendo darsi la briga di risalire, andò a prendere una lunga pertica per buttar giù le noci e la batté su una spalla del figlio. Non appena quest’ultimo mise piede a terra, il vecchio lo spinse rudemente davanti a sé, verso casa. «Solo Dio sa che cosa mi farà!» pensò il giovane. Passando, guardò tristemente il torrente dove era caduto il libro che prediligeva fra tutti, il Memoriale di Sant’Elena.

Aveva le guance in fiamme e gli occhi bassi. Era un ragazzo sui diciannove anni, di gracile apparenza, con tratti irregolari, ma delicati, e il naso aquilino. I grandi occhi neri, che nei momenti di tranquillità denunciavano un temperamento riflessivo e focoso,

 in quel momento erano pieni di un odio feroce. I capelli castano scuri, dall’attaccatura molto bassa, gli rimpicciolivano la fronte e, quando era in collera, gli conferivano un’espressione cattiva. Tra le innumerevoli varietà della fisionomia umana, forse non ne esiste alcuna così caratteristica. La figura agile e ben fatta di Julien rivelava più agilità che vigore. Fin dalla più tenera infanzia, la sua espressione estremamente pensosa e il suo intenso pallore avevano fatto pensare al padre che non sarebbe sopravvissuto o che sarebbe stato in ogni caso un peso per la famiglia. Oggetto del disprezzo generale in casa, Julien odiava il padre e i fratelli. Nei giochi domenicali sulla piazza del paese era sempre sconfitto.

Non era trascorso un anno da quando il suo viso gradevole aveva cominciato a suscitare qualche simpatia tra le ragazze. Disprezzato da tutti per la sua gracilità, Julien aveva adorato il vecchio maggiore medico, che un giorno aveva osato parlare al sindaco a proposito dei platani.

A volte il maggiore pagava a Sorel la giornata del figlio e insegnava a questi il latino e la storia, o meglio ciò che conosceva della storia: la campagna d’Italia del 1796. Morendo, gli aveva lasciato la croce della Legion d’onore, gli arretrati del sua pensione e trenta o quaranta volumi, il più prezioso dei quali era appena finito nel torrente, deviato grazie all’influenza del sindaco.

Appena entrato in casa, Julien si sentì trattenere per spalla dalla mano forte di suo padre. Tremava, aspettandosi essere picchiato.

«Rispondimi senza mentire,» gli gridò nelle orecchie il vecchio contadino con la sua voce dura, mentre lo faceva girare come un bimbo gira tra le mani un soldatino di piombo. I grandi occhi neri e pieni di lacrime di Julien si trovarono di fronte quelli piccoli, grigi e cattivi del vecchio carpentiere che sembrava volergli leggere fino in fondo all’anima.

V. UNA CONTRATTAZIONE

Cunctando restituit rem.

Ennio

«Rispondimi senza mentire, se puoi, cane di un mangialibri. Come hai conosciuto la signora de Rênal? Quando le hai parlato?»

«Non le ho mai parlato,» rispose Julien. «Ho visto quella signora solo in chiesa.» «Ma l’avrai pur guardata, brutto sfrontato!»

«Mai! Sapete bene che in chiesa non vedo che Dio,» soggiunse Julien con un’arietta ipocrita, adattissima, secondo lui a stornare altre botte.

«Eppure c’è sotto qualcosa,» replicò il contadino malizioso, e tacque un istante. «Ma da te, maledetto ipocrita, non caverò niente. Quello che conta è che non ti avrò più tra i piedi e la segheria non potrà che guadagnarci. Hai sedotto il curato o qualcun altro che ti ha trovato un buon posto. Va’ a preparare la tua roba. Poi ti porterò dal sindaco, dove avrai l’incarico di precettore dei ragazzi.»

«E quanto mi daranno?»

«Da mangiare, da vestire e trecento franchi l’anno.»

 «Non voglio fare il servo!»

«Bestia! E chi ti dice di fare il servo? Credi che manderei mio figlio a fare il servo?» «Ma con chi mangerò?»

Questa domanda sconcertò il vecchio Sorel; egli sentì che parlando avrebbe potuto commettere qualche imprudenza; sicché se la prese con Julien, lo coprì di ingiurie, accusandolo di golosità, poi lo lasciò per andare a consultarsi con gli altri figli.

Poco dopo Julien li vide tener consiglio, appoggiati alle scuri. Quando li ebbe guardati a lungo e si fu accorto che non avrebbe potuto indovinare nulla, Julien si rifugiò dall’altra parte della sega per non essere sorpreso. Voleva pensare a quell’annuncio imprevisto che cambiava il suo destino, ma si sentì incapace di ragionare a mente fredda; la sua immaginazione era tutta intenta a figurarsi ciò che avrebbe visto nella bella casa di Rênal.

«Bisogna rinunciare a tutto,» disse fra sé, «piuttosto che ridursi a mangiare con i servi. Mio padre vorrà costringermi. Piuttosto la morte! Ho da parte quindici franchi e otto soldi, stanotte me la svigno. In due giorni, seguendo vie traverse per non incontrare gendarmi, arrivo a Besançon. Lì mi arruolo e, se necessario, passo in Svizzera. Ma così rinuncerò alla carriera, alle ambizioni, allo stato ecclesiastico, tanto desiderato e che può farmi raggiungere qualsiasi meta.»

L’orrore che provava all’idea di mangiare con la servitù era estraneo alla natura di Julien; pur di arrivare, egli si sarebbe piegato a ben altre umiliazioni. Una simile ripugnanza gli veniva dalle Confessioni di Rousseau. Era l’unico libro che lo aiutasse a immaginare il mondo. La raccolta dei bollettini della Grande armata e il Memoriale diSant’Elena completavano il suo Corano. Per queste tre opere si sarebbe fatto uccidere.Non credette mai in nessun’altra. Fedele alle parole del vecchio maggiore medico, considerava tutti gli altri libri come falsi e scritti da truffatori in cerca di fortuna.

Con la sua anima di fuoco, Julien possedeva anche quella memoria stupefacente che molto spesso va unita alla stupidità. Per ingraziarsi il vecchio curato Chélan, dal quale - se ne accorgeva chiaramente - dipendeva il suo futuro, aveva mandato a memoria tutto il Nuovo Testamento in latino e il libro Del Papa di De Maistre, credendo poco tanto all’uno che all’altro. Come per un reciproco accordo, quel giorno Sorel e suo figlio evitarono di parlarsi. All’imbrunire Julien andò dal curato per la sua lezione di teologia, ma giudicò più prudente non parlargli della strana proposta che gli aveva fatto suo padre. «Forse è una trappola,» si diceva, «e bisogna fingere di averla dimenticata.»

Il giorno dopo, di buon mattino, Rênal fece chiamare il vecchio Sorel; dopo essersi fatto aspettare un’ora o due, questi finì con l’arrivare, profondendosi fin dalla soglia in cento scuse e altrettante reverenze. A forza di obiezioni, Sorel si assicurò che suo figlio avrebbe mangiato con i padroni di casa e, nei giorni di ricevimento, in una stanza a parte, solo con i ragazzi. Sempre più disposto a far sorgere difficoltà man mano che scorgeva nel sindaco una vera premura, e d’altronde pieno di diffidenza e di stupore, Sorel chiese di vedere la camera dove avrebbe dormito suo figlio. Era una stanza grande, ammobiliata molto decorosamente, ma nella quale stavano già trasportando i letti dei tre ragazzi. Quella circostanza illuminò il vecchio contadino; egli chiese subito con fermezza di vedere l’abito che avrebbe indossato suo figlio. Rênal aprì lo scrittoio e prese cento franchi.

 «Con questi soldi manderete vostro figlio al negozio di stoffe di Durand, dove ordinerà un completo nero.»

«E se poi decidessi di far tornare a casa mio figlio,» disse il vecchio contadino, che aveva ormai abbandonato ogni forma di rispetto, «questo abito nero resterà a lui?»

«Certo.»

«Ebbene!» disse Sorel con voce strascicata, «ormai dobbiamo accordarci solo su un particolare: lo stipendio.»

«Come!» gridò Rênal indignato, «ma siamo d’accordo fino da ieri! Gli darò trecento franchi. Mi sembra già molto, e forse anche troppo.»

«Era la vostra offerta, non dico di no,» disse il vecchio Sorel parlando ancora più lentamente; e con un lampo di genio che stupirà solo chi non conosca i contadini della Franca Contea, aggiunse guardando fissamente Rênal:»Possiamo trovare di meglio altrove.»

Queste parole sconvolsero il sindaco. Tuttavia egli si riprese e, dopo una sapiente conversazione di due lunghe ore, in cui neppure una parola fu pronunciata a caso, l’astuzia del contadino ebbe la meglio sull’astuzia del ricco, che non ha bisogno di questa dote per vivere. Furono fissati tutti gli articoli che avrebbero regolato la nuova vita di Julien; non soltanto la sua paga fu stabilita nella misura di quattrocento franchi, ma si convenne anche che sarebbe stata pagata in anticipo, il primo di ogni mese.

«Ebbene, gli darò ogni volta trentacinque franchi,» disse Rênal.

«Per far cifra tonda, un uomo ricco e generoso come il nostro sindaco,» disse il contadino con voce carezzevole, «non avrà difficoltà ad arrivare a trentasei franchi.»

«Sia!» disse Rênal. «Ma facciamola finita.»

Questa volta la collera rafforzò il tono della sua voce. Il contadino si accorse che era meglio non andare oltre. Allora fu Rênal a fare qualche passo avanti. Non acconsentì assolutamente a versare in anticipo i primi trentasei franchi al vecchio Sorel, che dimostrava molta premura di riceverli per il figlio. Intanto il sindaco cominciò a pensare che avrebbe dovuto riferire alla moglie l’andamento di tutte quelle trattative.

«Restituitemi i cento franchi che vi ho dato,» disse con stizza. «Durand mi deve qualcosa. Andrò io con vostro figlio a ordinare la stoffa.»

Dopo questo atto di energia, Sorel rientrò prudentemente nelle sue formule di rispetto e ce ne fu per un quarto d’ora. Alla fine, vedendo che ormai non aveva decisamente più nulla da guadagnare, si ritirò. Il suo ultimo inchino finì con queste parole: «Manderò subito mio figlio al castello.»

I cittadini chiamavano così la casa del sindaco, quando volevano ingraziarselo. Tornato all’officina, Sorel cercò invano il figlio. Diffidando della propria sorte,

Julien era uscito nel cuore della notte per mettere in salvo i suoi libri e la croce della Legion d’onore. Aveva portato tutto a casa di un amico, un giovane commerciante di legname di nome Fouqué, che abitava sull’alta montagna dominante Verrières.

Quando riapparve, il padre gli disse: «Solo Dio sa, maledetto poltrone, se avrai mai la coscienza di pagarmi il prezzo del tuo mantenimento, che ti anticipo da tanti anni! Prendi i tuoi stracci e vattene a casa del sindaco.»

Julien, sorpreso di non ricever botte, si affrettò ad andarsene. Ma appena fu sicuro che suo padre non lo avrebbe visto, rallentò il passo. Pensò che una sosta in chiesa avrebbe giovato alla sua ipocrisia.

 Questa parola vi stupisce? Ma prima di arrivare a questo, il giovane contadino aveva dovuto percorrere un lungo cammino.

Fin dalla prima infanzia aveva visto certi dragoni del sesto reggimento, con lunghi mantelli bianchi ed elmi adorni di lunghi crini neri; ritornavano dall’Italia e avevano attaccato i loro cavalli alle inferriate di casa Sorel, sotto gli occhi stupiti di Julien, il quale s’era sentito invadere da un folle entusiasmo per la carriera militare. Più tardi il ragazzo ascoltò con trasporto i racconti delle battaglie del ponte di Lodi, di Arcole, di Rivoli, fattigli dal maggiore medico, e non gli sfuggì lo sguardo infiammato con cui il vecchio osservava la propria decorazione.

Ma quando Julien ebbe quattordici anni, a Verrières cominciarono a costruire una chiesa che, per una cittadina tanto piccola, era senz’altro magnifica. Specialmente quattro colonne di marmo colpirono il ragazzo. In paese queste divennero celebri per l’odio mortale che suscitarono tra il giudice di pace e il giovane vicario, mandato da Besançon, e da tutti ritenuto una spia della Congregazione. Il giudice di pace fu a un pelo dal perdere il posto: tale, almeno, era l’opinione generale. Non aveva forse osato mettersi in contrasto con un prete che, quasi due volte al mese, andava a Besançon dove s’incontrava, sempre stando alle voci correnti, con il vescovo in persona?

Nel frattempo il giudice di pace, padre di numerosa prole, pronunciò parecchie sentenze che parvero ingiuste, e tutte contro quegli abitanti che leggevano il Constitutionnel. Il partito dell’ordine trionfò. Si trattava, è vero, di piccole multe di tre ocinque franchi, ma una di queste toccò a un fabbricante di chiodi padrino di Julien. Nella collera quest’uomo gridava: «Che cambiamento! E pensare che da più di vent’anni il giudice di pace era ritenuto un galantuomo!» Il maggiore medico, amico di Julien, era morto.

Improvvisamente il giovane non parlò più di Napoleone. Annunciò il suo progetto di farsi prete e lo si vide tutto il giorno, nella segheria del padre, intento a imparare a memoria una Bibbia latina prestatagli dal curato. Il buon vecchio, stupito dei suoi progressi, passava intere serate a insegnargli la teologia. Davanti a lui Julien non mostrava che pii sentimenti. Chi avrebbe potuto immaginare che quel volto effeminato, così pallido e dolce, nascondeva la decisione incrollabile di affrontare mille morti piuttosto che rinunciare a farsi strada?

Farsi strada, per Julien, significava prima di tutto andarsene da Verrières: egli odiava il suo paese. Tutto quel che vedeva gelava la sua immaginazione.

Fin dalla prima infanzia aveva avuto momenti di esaltazione: a quel tempo sognava, deliziato, che un giorno avrebbe conosciuto le belle donne di Parigi e si sarebbe conquistato la loro attenzione con qualche azione clamorosa. Perché qualcuna di loro non avrebbe potuto innamorarsi di lui, proprio come la brillante Madame de Beauharnais si era innamorata di Bonaparte, ancora povero? Da molti anni Julien non trascorreva forse neanche un’ora della sua vita senza ripetersi che Bonaparte, oscuro luogotenente senza fortuna, era divenuto padrone del mondo con la sua spada. Questo pensiero lo consolava delle sue disgrazie, che gli sembravano grandi, e raddoppiava la sua gioia, quando poteva gioire di qualcosa.

La costruzione della chiesa e le sentenze del giudice di pace lo illuminarono improvvisamente: gli venne un’idea che per alcune settimane lo mise fuori di sé, e alla

 fine si impadronì di lui con tutta la forza della prima idea che un’anima ardente pensa di avere inventato.

«Quando Bonaparte fece parlare di sé, la Francia temeva l’invasione: il merito militare era necessario, era di moda. Oggi si vedono dei preti di quarant’anni con centomila franchi di stipendio, cioè il triplo dei famosi generali di divisione napoleonici. C’è bisogno di uomini che li assecondino. Ed ecco questo giudice di pace, un uomo finora così accorto e onesto, che in età avanzata si disonora, per paura di urtare un giovane vicario di trent’anni. Bisogna farsi preti.»

Una volta, sul più bello della sua nuova religiosità (ed erano ormai due anni che studiava teologia), Julien fu tradito da una improvvisa esplosione del fuoco che gli divorava l’anima. Alla canonica, durante un pranzo di preti dove era stato presentato come un prodigio di cultura, egli si lasciò andare a un appassionato elogio di Napoleone. Si legò il braccio destro al petto, con la scusa di esserselo slogato spostando un tronco d’abete, e per due mesi lo tenne in tale scomoda posizione. Dopo questa punizione si perdonò. Tale era il ragazzo di diciannove anni, ma di così fragile aspetto da dimostrarne al massimo diciassette, che con un involto sotto il braccio stava entrando nella magnifica chiesa di Verrières.

La trovò buia e solitaria. In occasione di una festa tutte le vetrate erano state coperte di stoffa cremisi. I raggi solari creavano un effetto di luce stupefacente, di grande imponenza religiosa. Julien trasalì. Era solo e andò a sedersi nel banco migliore. Vi spiccava lo stemma dei Rênal.

Sull’inginocchiatoio Julien notò un pezzo di carta stampata, che sembrava messo lì apposta perché qualcuno lo leggesse. Vi lasciò cadere lo sguardo e vide: Particolarisull’esecuzione e sugli ultimi momenti di Louis Jenrel, giustiziato a Besançon, il ...

La carta era strappata. Sul retro si potevano leggere le due prime parole di una

riga: Il primo passo.

«Chi avrà messo qui questo pezzo di carta?» pensò Julien. «Povero disgraziato,» aggiunse con un sospiro, «il suo nome finisce come il mio...» e spiegazzò il foglio.

Nell’uscire Julien ebbe l’impressione di vedere del sangue vicino all’acquasantiera: era acqua benedetta sparsa a terra, e il riflesso delle tende rosse che coprivano le finestre la rendeva simile al sangue.

Infine Julien si vergognò del suo segreto terrore.

«Che io sia un vigliacco?» pensò. «All’armi!»

Queste due parole, ripetute così spesso nei racconti di guerra del maggiore medico, erano eroiche per Julien. Egli si alzò e si diresse rapidamente verso casa Rênal.

Nonostante questi bei propositi, però, quando la vide alla distanza di venti passi fu assalito da un’invincibile timidezza. Il cancello di ferro era aperto; gli sembrò magnifico. Bisognava entrare là dentro.

Julien non era l’unico ad avere il cuore turbato per il suo arrivo in quella casa. La signora de Rênal, timidissima, era sconcertata all’idea di questo straniero che, dato il suo compito, si sarebbe trovato continuamente tra lei e i suoi bambini. Era abituata a dormire coi figli, e la mattina, vedendo trasportare i loro lettucci nella camera del precettore, aveva pianto. Invano aveva chiesto al marito che il letto di Stanislas-Xavier, il minore, fosse riportato nella sua stanza.

 La delicatezza femminile giungeva a un punto estremo nella giovane signora. Ella s’era creata la più sgradevole immagine di un essere grossolano e coi capelli in disordine, incaricato di sgridare i suoi figli soltanto perché conosceva il latino, quella lingua barbara che sarebbe costata loro molte frustate.

VI. LA NOIA

Non so più cosa son, cosa faccio.

Mozart, «Figaro»

Con la vivacità e la grazia che le erano naturali quando era lontana dagli sguardi degli uomini, la signora de Rênal stava uscendo in giardino dalla porta-finestra del salotto, quando vide vicino all’ingresso la faccia di un giovane contadino molto pallido, che sembrava ancora un ragazzo e che aveva appena smesso di piangere. Indossava una camicia candida e portava sotto il braccio una giacca pulitissima di lanetta viola.

Il colorito di quel contadino era così bianco, i suoi occhi erano tanto dolci, che lo spirito un po’ romantico della signora de Rênal ebbe sulle prime l’impressione che poteva trattarsi d’una ragazza travestita, venuta a chiedere qualche grazia al sindaco. Ebbe pietà di quella povera creatura inchiodata sulla soglia, e che evidentemente non aveva il coraggio di alzare la mano fino al campanello: si avvicinò, distratta per un momento dall’amarezza che le procurava l’arrivo del precettore. Julien, rivolto verso la porta, non la vide avanzare. Trasalì quando una voce dolce, vicinissima al suo orecchio, gli domandò:

«Che volete qui, figliuolo mio?»

Julien si voltò di scatto e, colpito dallo sguardo pieno di grazia della signora, dimenticò in parte la propria trepidazione. Poi, stupito dalla bellezza di lei, dimenticò tutto, anche quello che veniva a fare. La giovane donna, intanto, aveva ripetuto la domanda.

«Vengo come precettore, signora,» rispose alla fine il ragazzo, pieno di vergogna per le lacrime che cercava di asciugare alla meglio.

Ella restò interdetta: erano vicinissimi l’uno all’altra, intenti a guardarsi. Julien non aveva mai visto una persona vestita così bene e tanto meno una donna con quella splendida carnagione rivolgergli la parola con dolcezza. La signora de Rênal guardava le grosse lacrime che si erano fermate sulle gote, prima tanto pallide e ora così colorite, del giovane contadino. Poi si mise a ridere con la pazza allegria di una ragazzina: si prendeva gioco di se stessa e non riusciva a capacitarsi della sua felicità. Ma che! era proprio quello il precettore che si era immaginata come un prete sporco e mal vestito, venuto a sgridare e a frustare i suoi figli?!

«Dunque, signore,» gli disse alla fine, «voi sapete il latino?»

A sentirsi chiamare signore, Julien restò di stucco a tal punto che per un attimo si mise a riflettere.

«Sì, signora,» rispose timidamente.

La signora de Rênal era tanto felice che osò dire a Julien:

«Non li sgriderete troppo, quei poveri ragazzi?»

 «Io, sgridarli!» disse Julien stupito. «E perché?»

«Allora, signore,» ella aggiunse dopo un breve silenzio e con una voce che andava facendosi vieppiù tremante per l’emozione, «sarete buono con loro, me lo promettete?».

Sentirsi chiamare nuovamente signore, con tutta serietà, e da una donna così ben vestita, superava ogni previsione di Julien: in tutti i castelli in aria della sua giovinezza egli si era sempre detto che nessuna donna a modo si sarebbe degnata di parlargli, prima che egli avesse indossato una bella uniforme. La signora de Rênal, dal canto suo, era veramente disorientata dalla bella carnagione, dai grandi occhi neri di Julien e dai suoi bei capelli, che erano più ricci del solito perché egli aveva appena tuffato la testa nella vasca della fontana pubblica, per rinfrescarsi. Con sua grande gioia ella scopriva che il fatale precettore, di cui aveva tanto temuto la durezza e l’aria arcigna per i suoi figli, era timido come una ragazza. Per l’animo tranquillo della signora de Rênal, il contrasto fra i suoi timori e ciò che vedeva fu un grande avvenimento. Alla fine ella si riebbe. Si stupì di trovarsi in quel modo sulla porta di casa con un giovanotto in maniche di camicia, e così vicina a lui.

«Entriamo, signore,» gli disse, piuttosto imbarazzata. Mai, in vita sua, una sensazione di puro piacere l’aveva commossa così a fondo: mai un’apparizione così gradevole era succeduta a timori più tormentosi. Così, i suoi bei bambini, cui dedicava tante cure, non sarebbero caduti in mano a un prete sporco e brontolone. Appena entrata nel vestibolo, si volse verso Julien che la seguiva timidamente. La sua aria stupita per la bellezza della casa era una grazia di più agli occhi della signora, che non poteva credere a ciò che vedeva: le pareva, soprattutto, che un precettore dovesse avere un abito nero.

«Ma è proprio vero, signore?» gli disse fermandosi ancora e con una tremenda paura di sbagliarsi, tanto la cosa la rendeva felice. «Sapete davvero il latino?»

Quelle parole offesero l’orgoglio di Julien e dissiparono l’incanto in cui viveva da un quarto d’ora.

«Sì, signora,» rispose cercando di assumere un freddo contegno. «So il latino come il curato; anzi, qualche volta egli ha la bontà di dire che lo so meglio di lui.»

Alla signora de Rênal parve che Julien avesse ora un’espressione molto cattiva; egli si era fermato a due passi da lei. Gli si avvicinò e disse a mezza voce:

«Almeno i primi giorni non picchierete i bambini, anche se non sapranno la lezione?»

Il tono così dolce e quasi supplichevole di una donna tanto bella fece dimenticare di colpo a Julien la sua reputazione di latinista. Il viso di lei era vicino al suo, ed egli sentì il profumo dei vestiti femminili estivi, cosa meravigliosa per un povero contadino come lui. Julien arrossì con violenza e disse sospirando, con un filo di voce:

«Non abbiate paura, signora, vi obbedirò in tutto.»

Solo in quel momento, quando la sua inquietudine per i figli era completamente dissipata, la signora de Rênal fu colpita dalla grande bellezza di Julien. I suoi tratti quasi femminili e il suo estremo imbarazzo non sembrarono ridicoli a una donna che a sua volta era molto timida. Un aspetto maschio, quale è solitamente ritenuto necessario alla bellezza di un uomo, le avrebbe fatto paura.

«Che età avete, signore?» ella domandò a Julien.

«Diciannove anni fra poco.»

 «Mio figlio maggiore ne ha undici,» riprese la signora de Rênal, rassicurata. «Sarà quasi un compagno per voi, potrete parlargli come a un uomo. Una volta suo padre ha voluto picchiarlo: è rimasto a letto per una settimana, anche se si trattava di una cosa da poco.»

«Che differenza fra lui e me!» pensò Julien. «Soltanto ieri mio padre mi ha picchiato. Come sono fortunati i ricchi!»

La signora de Rênal era già in grado di cogliere le minime sfumature di ciò che attraversava l’animo del precettore, quell’ombra di pena le sembrò timidezza, e volle fargli coraggio.

«Come vi chiamate, signore?» gli disse con un accento e una grazia di cui Julien, senza rendersene conto chiaramente, avvertì tutto il fascino.

«Mi chiamo Julien Sorel, signora. Tremo entrando per la prima volta in vita mia in casa di estranei, ho bisogno della vostra protezione e di molta indulgenza, nei primi giorni. Non sono mai stato in collegio, ero troppo povero; non ho mai parlato ad altri che a un mio cugino, il maggiore medico decorato della Legion d’onore, e al curato Chélan, che potrà darvi buone informazioni sul mio conto. I miei fratelli invece mi hanno sempre picchiato e, se vi parlassero male di me, non prestate fede alle loro parole; perdonate i miei errori, signora, perché non saranno mai generati da cattive intenzioni.»

Durante questo lungo discorso, Julien osservava la signora e si andava rassicurando. È tale l’effetto di una grazia perfetta, quando questa è naturale e soprattutto quando la persona che ne è dotata non si preoccupa affatto di averne, che Julien, ottimo conoscitore della bellezza femminile, avrebbe giurato in quel momento che la signora de Rênal non poteva avere più di vent’anni. Ebbe immediatamente l’audace idea di baciarle la mano. Poi questa idea lo spaventò, e dopo un istante egli si disse: «Sarei un vile a non fare una cosa che potrebbe giovarmi e diminuire il disprezzo che questa bella signora nutre probabilmente per un povero operaio appena uscito dalla segheria.» Forse Julien fu un po’ incoraggiato dal fatto che la domenica, da sei mesi a quella parte, aveva sentito qualche ragazza ripetere che era un bel giovane. Mentre egli era tormentato da questi contrasti interiori, la signora de Rênal gli dava qualche istruzione sul modo di avvicinarsi ai ragazzi. Lo sforzo che Julien compiva su se stesso lo fece di nuovo impallidire. Tutto impacciato, disse:

«Non picchierò mai i vostri figli, signora, lo giuro davanti a Dio.»

E così dicendo trovò il coraggio di prendere la mano di lei e di portarsela alle labbra. Ella fu stupita di quel gesto e, a pensarci bene, ne fu urtata. Siccome faceva molto caldo, aveva il braccio nudo sotto lo scialle, e il baciamano di Julien lo aveva completamente scoperto. Dopo qualche istante rimproverò se stessa, e le sembrò di non essersi indignata abbastanza in fretta.

Rênal, che aveva udito parlare, uscì dal suo studio; e con la stessa aria maestosa e paterna con cui celebrava i matrimoni in municipio, disse a Julien:

«È indispensabile ch’io vi parli prima che i ragazzi vi vedano.»

Fece entrare Julien in una stanza e trattenne sua moglie che voleva lasciarli soli.

Chiusa la porta, Rênal si mise a sedere con gravità.

«Il curato mi ha detto che siete un buon soggetto; qui tutti vi tratteranno con rispetto e io, se sarò contento, vi aiuterò a farvi una piccola posizione. Voglio che non vediate più né parenti né amici; il loro tono non è conveniente per i miei figli. Ecco

 trentasei franchi per il primo mese; ma esigo la vostra parola d’onore che non darete un soldo a vostro padre.»

Rênal ce l’aveva col vecchio, che in quell’affare era stato più abile di lui.

«Ora, signore, - per mio ordine tutti in casa vi chiameranno signore e voi sentirete il vantaggio di entrare in una casa di gente per bene - ora, signore, non è conveniente che i ragazzi vi vedano in giacca. I domestici l’hanno già visto?» chiese Rênal alla moglie.

«No, caro,» gli rispose profondamente assorta.

«Tanto meglio. Indossate questa,» disse il sindaco al ragazzo stupito, tendendogli una sua finanziera. «Adesso andiamo da Durand, il mercante di stoffa.»

Più di un’ora dopo, quando Rênal rientrò col nuovo precettore tutto vestito di nero, ritrovò sua moglie seduta al medesimo posto. La presenza di Julien la tranquillizzò: guardandolo, si scordava di averne paura.

Julien non pensava a lei; nonostante tutta la sua diffidenza nei confronti del destino e degli uomini, in quel momento era come un fanciullo; gli sembrava che fossero passati degli anni da quando, tre ore prima, si trovava in chiesa pieno di paura.

Si accorse dell’aria gelida della signora e capì che ella era in collera perché aveva osato baciarle la mano. Ma il senso d’orgoglio, che provava nell’indossare abiti tanto diversi dal solito, e il grande desiderio di nascondere la propria gioia davano ai suoi gesti un che di brusco e di folle. La signora de Rênal lo guardava stupefatta.

«Un po’ di serietà, signore,» gli disse il sindaco, «se volete essere rispettato dai ragazzi e dai domestici.»

«Signore,» rispose Julien, «mi sento impacciato in questi abiti nuovi, io, povero contadino che ho sempre portato solo delle giacche. Se lo permettete, vorrei ritirarmi nella mia stanza.»

«Cosa ti sembra del nuovo acquisto?» disse Rênal a sua moglie.

Per un impulso quasi istintivo, e certamente senza rendersene conto, ella nascose la verità al marito.

«Non  sono  entusiasta  come  voi  di  questo  contadinotto.  Con  tutte  le  vostre cortesie ne farete un’impertinente e dovrete licenziarlo prima che sia trascorso un mese.» «Ebbene, lo licenzieremo! Potrà costarmi un centinaio di franchi, ma Verrières si abituerà a vedere un precettore accanto ai figli del sindaco. Non avrei raggiunto questo scopo, se avessi lasciato Julien vestito come un operaio. E se lo dovessi licenziare mi terrò io, ben inteso, il completo nero che gli ho appena ordinato. Gli lascerò soltanto

quello che ho trovato già confezionato da un sarto, e che gli ho fatto indossare.»