Wydawca: Elisa Nicotra Kategoria: Fantastyka i sci-fi Język: angielski Rok wydania: 2017

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Opis ebooka Il Figlio del Bosco - Esta Alicorni

Si chiama "Il Figlio del Bosco, ovvero memorie di un folle folletto."SI tratta della storia immaginaria di Flannàn O' Connor, un giovane vagabondo irlandese, per metà folletto, poiché è figlio di un elfo, e delle sue peripezie tra l'Irlanda e l'Inghilterra della seconda metà dell'Ottocento.Le sue peregrinazioni, provocate dalle pene d'amore inflittegli dall'altezzosa Maggie, lo portano persino in un manicomio londinese, dal quale scrive lettere a tratti accorate, a tratti piene di bei ricordi, al suo migliore amico, un pooka detto "Il Capraio". Riuscito a fuggire grazie all'aiuto di un misterioso infermiere dissidente, sfuggito per un pelo alle insidie dell' ancor più misterioso Imperatore,  Flannàn comincia il suo rocambolesco ritorno a casa: passando da Glastonbury, dove si introduce per sbaglio in una riunione segreta di druidi intenti nel costruire la rinascita del loro credo in Inghilterra, fugge nottetempo in cerca di chimerici amori, fugge di nuovo e si ritrova su una nave dal losco equipaggio, dove continua, nelle lunghe notti sul mare, a raccontare la sua vita, come ha cominciato a raccontarla in manicomio "per tenersi in vita", e continuerà a raccontarla fino alla fine della storia. Arrivato finalmente in Irlanda, altri incidenti lo attendono. Ricongiuntosi con l'amico Capraio, arriva finalmente a casa, dove scopre che le fate non lo riconoscono più, a causa del suo lungo soggiorno nella società degli uomini. Dopo laboriosi rituali di guarigione, che comprendono canti, danze e risate, Flannan è finalmente riammesso alla corte delle fate. Ma non tutto ancora si è risolto.

Opinie o ebooku Il Figlio del Bosco - Esta Alicorni

Fragment ebooka Il Figlio del Bosco - Esta Alicorni

 ESTA ALICORNI

IL FIGLIO DEL BOSCO

ovvero

Memorie di un folle folletto

Prima di cominciare la lettura, si consiglia al lettore di munirsi di connessione e accesso a Youtube per ascoltare i brani che di volta in volta verranno citati.

In alternativa, si consiglia almeno di avere a portata di mano un cd di buona musica irlandese, o un violino, o una pinta di stout, o una bottiglia di poitín, o tutti quanti insieme.

Il primo brano si chiama The Wild Man, e lo troverete nel mio canale Youtube, o nel mio cd La Cour des Licornes.

A Pooka, mio cappello di sabbia,    

  Mia folle folletta, e a volte mia Capraia.

Che sei diventata forse albero

 o forse violino o forse uccello.

PROLOGO

Questa storia è vera. E’ tratta dalle memorie di un pazzo in libertà vigilata, di un folle o di un folletto, come soleva definirsi Flannan.

Flannan, mio fratello ed amico.

Quando trovai il fascio polveroso di scritti ingialliti da tanti inverni, e scoprii che si trattava delle sue memorie, capii subito qual era la mia missione: dovevo fare luce sulla sua storia. Forse qualcuno avrebbe saputo capirne più di me, e persino trarne insegnamento.

Non mi sarei mai aspettato che una persona così leggera nel prendere la vita e le sue vicissitudini scrivesse delle memorie. Mi pareva fosse prerogativa delle persone pretenziose. Eppure, saggiamente, lui lo fece. Forse sapeva che sono proprio le vite come la sua, quelle di cui la gente vuole sentir raccontare. Impiegai anni a decifrare quelle pagine sconnesse, talvolta deliranti,  costituite, in parte, da lettere mai spedite, in parte da vere e proprie memorie, per cosí dire, e poi, in parte, di racconti fattimi a voce e da me trascritti durante le lunghe ore passate nella sua cella, (e lí utilizzai la terza persona, perché il lettore non si smarrisca di direzione), e altri ancora raccolti dalla bocca del Capraio del Connemara, fantomatico personaggio di cui presto saprete di più. Ed ebbi  l’illusione di averlo di nuovo al mio fianco, ora che è perso in chissà quale parte del mondo. Non ho voluto riordinarle, perché lui soleva dire: «Inutile sbattere la testa contro le sbarre, è tutto così, non va cercato un senso in questa gabbia di matti, ricordatelo.» Ed è la sua vita quella che lui racconta. Vera o falsa che possa sembrare. Forse lo fece di proposito a scambiare le date. Chi sono io per giudicare cosa era voluto e cosa un errore?

Ad ogni buon conto, ora che ho finito il mio lavoro, mi pare di averlo perduto per sempre, di essermelo solo immaginato, e tutto quello che resta di quel sogno assurdo che era - è - Flannan, è qui. Qui nei suoi scritti, qui in questa bottiglia che è diventata la mia sola compagnia, qui nelle mie mani macchiate d'inchiostro. Fu il Capraio del Connemara ad aiutarlo a raccattare gli stracci del suo passato, lui che lo conosceva fin dai tempi di quella misteriosa infanzia, lui che capiva la sua lingua natale, che sapeva da dove veniva, e, spesso, anche dove andava. Nei loro cicalecci senza capo né coda, io lo so, c’era più verità e saggezza che in un discorso di senso compiuto. Per questo mi fidai del Capraio e di nessun altro, per l’edizione di queste memorie, anche se non sapeva né leggere né scrivere.

Qualcuno potrebbe obiettare che il Capraio non sia mai esistito, che forse sto diventando pazzo anche io, ebbene, che sia! Se non è esistito, significa che non sono mai esistito nemmeno io, e di conseguenza nemmeno il libro che state leggendo, ergo, i pazzi siete voi che leggete.

Ehm. Chiedo scusa agli Egregi Lettori. A volte, lo ammetto, vaneggio.

Eppure un tempo ero un uomo dalla logica incrollabile. Studente di medicina, mi avvicinavo ai primi esperimenti sulla neurologia col fuoco sacro della Scienza e della Verità che mi bruciava nelle tempie. Infatti, quando conobbi Flannan, che allora non era che una delle mie cavie, impiegai qualche tempo a credergli, indurito dall’abitudine di adattarmi alle opinioni comuni. Ma ora so che la sua “malattia” è semplicemente il fatto di essere sospeso tra due mondi, uno dei quali è nascosto e inaccessibile a noi, gente comune. Ma è grazie a persone come Flannan che possiamo essere guidati verso tutte le cose invisibili e nascoste. Ed è grazie a lui che posso dirmi salvo, salvo per sempre, liberato dalle catene del raziocinio.

                                                                                     In fede                                                                                     

                                                                 A.R. (Alan Roguezh)

LA STRADA ROCCIOSA PER DUBLINO

 'Il matto se ne andava per le vie del mondo,  

fossero di sabbia o fossero di fango

Come bagaglio aveva le nuvole

 Come guinzaglio un fior di rucola

 Danzando e cantando attraversava i baratri

Finché non si trovò con i piedi fradici.'

Tale è il protagonista di questa storia. Un viaggiatore folle che vive di musica. Non starò a spiegarvi subito quali peripezie gli avessero già infradiciato i piedi, e non vi dirò, per ora, cosa ci facesse a Dublino.

Ma possiamo vedere che, entrato in città, cominciò a sentirsi addosso tanti sguardi, pesanti, soffocanti, come nuotasse a fatica in una folla senza limiti.  Era l’imbrunire. La gente si accalcava nelle stradine del Temple Bar. Ma non era la solita gente. Non c’erano facce familiari. A dire il vero, non c’erano facce. Sentiva che ogni fibra del suo essere era all’erta, non sapeva perché, ma doveva stare molto attento. Ogni corpo che lo urtava sembrava aggiungersi al peso di ogni sguardo, di ogni sopracciglio alzato, di ogni espressione di ribrezzo, tutti gli si accumulavano sulle spalle, tutti gli si appiccicavano al fagotto come l’erba che ti rimane tra le dita dei piedi quando corri in un prato bagnato, se mai avete provato quest'esperienza…

«Quello è Flannan O’Connor» gli pareva di sentir bisbigliare i volti distorti come nei quadri di Bruegel. «E' un pericolo pubblico! E’ pazzo! E’ pazzo! Chi lo ha lasciato girare così in libertà? è un assassino, un ribelle…» (La voce della folla si tramutò in quella, vellutata e suadente, del Dottore), «soggetto a complesso di Traumwalder con complicazioni sociopatiche, che hanno già dimostrato poter sfociare in comportamenti di natura violenta. Pertanto, deve essere isolato e trattato con la massima... prudenza. Non possiamo permetterci di tenerlo in libertà.»

«Niente di più falso» ringhiò Flannan.

 Qualche passante lo guardò incuriosito.

Con questo bel discorso il malefico Dottore lo aveva fatto rinchiudere in un’oscura segreta dimenticata, proclamandolo Pazzo e Furioso, e lo era, Furioso! E, dopo quell'orribile esperienza, cominciava a chiedersi se non fosse diventato anche Pazzo. Ma la vera ragione era ben altra: sapeva di essere pericoloso per loro, perché vedeva i loro loschi traffici, e perché era portatore sano di musica e colore. Rinchiudendolo lo avevano messo a tacere, prima che riuscisse a contagiare tutti gli altri prigionieri con la sua aria di libertà. E gli altri prigionieri, o gli altri pazienti, come venivano chiamati (e gli Dei sanno quanto pazienti fossero!) dapprima lo avevano schernito, poi alcuni di loro si erano fermati ad ascoltare, avevano esitato, per un attimo, tra la schiavitù e la salvezza... ma mai fidarsi dei pazienti: lo avevano tradito. Solo, ferito e senza alleati, sarebbe morto, se non avesse avuto un aiuto dall’Altissimo. Sí, l’Altissimo dalle scarpe colorate. I passanti lo videro contrarsi in una smorfia di dolore, e inatteso, cominciò il suo canto sconclusionato:

‘Iad a chur sa phoorhouse go dubhach is glas orthu …

Ar bheagán lóin ach soup na hainnise’1

Sete… Un lamento salì dalle profondità del suo dolore, come il grido oscuro di una bean sìdhe, il dolore bruciante che gli cresceva dentro divenne sete di vendetta, sete di oblio, sete…

Sotto scorreva placida la cara Anna Liffey2 . La guardò con amore, e... ringhiando con rabbia e disperazione:

«SIETE TUTTI MORTI! TUTTI MORTI! E fate finta di vivere per soffocare chi vivo lo è davvero … tutti morti!»

si gettò oltre la balaustra, imprecando, e cadde verso le acque grigiastre del fiume, solcate da neri battelli. Nessuno fece in tempo ad acciuffarlo, lo videro volare come una barchetta di carta lanciata giù dal ponte da un bambino.

Poi acqua nei polmoni a impedirgli dolcemente quell’inutile respirare, e poi più nulla. Almeno per un po’.

Il Dottore gli si avvicinò oltre il limite del sopportabile. Scosse la testa con aria grave. «Vedi, ragazzo mio, quello che hai fatto non ha giustificazione. Ancora pensi di poter ottenere qualcosa con questi tuoi atti di spavalderia teatrale? Chi ti salverà, ora? I tuoi amici, dici? Ma quali amici, per cortesia! Sii realista! Un amico-capra che può trasformarsi in cavallo d’acqua?» Il Dottore si esibì in una piccola risata divertita. «Ma su, ragiona, un amico siffatto non può mai essere esistito.»

Flannan si arrabbiò: «Non è vero, che ne volete sapere voi?» Ora crede di poter dire la sua anche sui Pooka e gli Each Uisge, sbuffò, esasperato. «Ascolta.» Il Dottore gli prese la testa tra le mai e gli parlò con quella voce pacata e suadente che lo irritava tanto. «E’ un simbolo, capisci? Tu non te ne accorgi, ma hai riposto nella sua immagine tutto quello che tu avresti voluto essere e tutto quello che avresti voluto avere dagli altri. Così ti sei inventato l’amico ideale. E' normale, sai, tutti i bambini lo fanno, io stesso lo feci», disse con un sorriso di tenera autoindulgenza, «ma ora tu sei grande, vero? E devi abituarti ad accettare gli altri, quelli veri. Vivi in una società», annunciò, scandendo bene quell’ultimo concetto, con mal celato trionfalismo. Il fascino diabolico di quelle parole scivolò addosso a Flannan senza trovare una breccia in cui insinuarsi.            

«Aoire3 esiste», ripeté lui fermamente.

«Ovvio che esisto», mormorò una voce perplessa, da qualche parte, sopra l’incoscienza di Flannan.

Infatti, Flannan non era annegato, ma giaceva svenuto sull’erba stentata, sull’argine del fiume. Fradicio, incosciente, si agitava come se stesse avendo un incubo. Uno slancio di particolare frenesia, in cui sembrava inveire contro qualcuno, gli permise di sputare un po’ dell’ acqua che aveva ingoiato durante la sua volata nel Liffey. E un angolo oscuro, nella sua mente annacquata, si accorse di essere ancora vivo, e a poco a poco comincio' ad avvertire una presenza. Si agitò. Istintivamente, cercava di alzarsi. Ma nella sua mente, intanto, il Dottore, forte della propria posizione di predominio, lo guardò con ostentata pazienza. Non gli lasciò la testa. Flannan, innervosito, scartava come un cavallo da corsa che rifiuti la cavezza. Ma il Dottore non gli permetteva di riprendere i sensi.

«Suvvia, io sono qui per aiutarti, che vantaggio potrei avere nel farti del male? Certo, tutti hanno paura di essere soli, ma sarà ancora più terribile per te scoprire un giorno che tutti quegli assurdi personaggi erano solo le tue invenzioni, e che non hai amici.»

Flannan scuoteva il capo incredulo, ringhiando, scrollandosi come se quelle parole melliflue fossero mosche infette. Poiché nel fare ciò aveva restituito al mondo varie boccate di acqua fluviale, riuscì a pensare: Eppure l’ho appena sentito dire: ovvio che esisto…

Il Dottore, preoccupato per quell’inopportuna interferenza, insisté: «Se no, se questi tuoi magici amici davvero esistessero, sarebbero già venuti a prenderti, e ti avrebbero liberato, no?» e, con un odioso sorrisetto trionfante, se ne andò. Ma Flannan sapeva che il sorriso del Dottore serviva solo a coprirgli la ritirata.  Infatti non c’era nulla da trionfare, si disse. Certo che quei miei magici amici sono venuti, e più d’una volta! Hai poco da ridere, te l’abbiamo fatta sotto il naso! Sono scappato e sono tornato in Irlanda e, malgrado tutto, sono ancora vivo.

«E che tu possa essere ucciso dalla pazzia più crudele, chiuso in una cella, in catene, come hanno fatto a me!» urlava Flannan verso la candida schiena del Dottore. Credendosi ancora nella camicia di forza, dava alle proprie parole una veemenza di coltelli con cui crivellare le vertebre del dannato uomo di scienza. E così, a forza di dibattersi e sputacchiare, riprese i sensi. E fuori dalla sua mente, fuori dalla cella, sull’erba, il suo corpo inzuppato si eresse con fierezza e gridò con voce roca e annacquata: «Mi avete tolto il mio violino e mi avete drogato per frugare a vostro agio nel mio cervello, ma ora non sarò più disposto a sottopormi alle vostre torture! Sono morto: provate ora a guarirmi!» Ma la presenza che aveva percepito in dormiveglia era diventata una sagoma riconoscibile, un qualcuno dal caratteristico odore e dal profilo simile a quello di un lampione, e gli tendeva le braccia mormorando: «Shhh-shhh, non sei morto, non sei affatto morto, Flann».

Flannan si rizzò di scatto, e la chiazza bruna sopra di lui si fece nitida: Flannan gli saltò al collo con veemenza, e con tutta la forza che aveva si strinse al Capraio in un abbraccio convulso, singhiozzando di gioia. Sfogatosi, cercò di convincere il proprio cuore a smettere di battere con furia: Smettila imbecille, è un’allucinazione, non hai sentito cosa dice il Dottore? Si guardò intorno. Era sotto un albero. Accanto a lui, Aoire il Capraio lo guardava con affettuosa apprensione.

«Così non sono in manicomio …» si stupì. Era in preda a una momentanea amnesia. L’amico era seduto sull’erba, le zampe incrociate, e, con un sorriso negli occhi, continuava a guardarlo, aspettando. Magro, una gran testa lanuta di ricci aggrovigliati, occhi gialli, una barba liscia, e un odore inconfondibile di capra che emanava dai suoi vecchi abiti marroni. Un cane fulvo gli venne incontro trottando e agitando la coda, il pelo irsuto, gli leccò un orecchio. Flannan si disse: Te lo avevo detto che eri morto. Ecco i Cani della Morte. Aoire, turbato, seppe solo chiedere: «Flann, cos’è un ma-ni-co-lo?» Flann scoppiò in un’ onesta risata. Il volto di Aoire si riempì di fossette. Si avvicinò e sorrise di nuovo.

«Che bello, non lo sai. Resta così, non saperlo mai, amico mio», disse Flannan. Aoire, non del tutto certo se Flannan lo stesse prendendo in giro (lo canzonava, a volte, per la sua sana, robusta ignoranza) scosse la testa lanuta, dubbioso.

«Un putiferio, eh, vagabondo. Un elfo si suicida nel Liffey e nessuno si gira neanche a guardare. Povera Irlanda.»

Gli indicò con un cenno il suo fagotto con le sue cose, e il suo violino.

Flannan annuì a entrambi: al fagotto (meno male che era stato Aoire a trovarlo sulla riva del fiume) e alle parole dell'amico.

«Un Pooka avvistato in pieno centro a Dublino e nessuno fa una piega», rispose. «Povero mondo.»

«Perché ti sei buttato in acqua.» Le domande del Capraio spesso non arrivavano ad essere domande.

«Per lavarmi.» Aoire lo guardò stralunato. Non sapeva se dovesse ridere.

Allora Flannan, per fugare ogni ambiguità, rincarò la dose di buffonate.

«Diamine, che puzza!» brontolò. «Anche tu dovresti lavarti!» E sospinse l'amico verso il fiume, ridendo.

Aoire ci rimase male. «Una cosa del genere non l’avevi mai detta. Che odore c’era in quel manigolmono?» disse sostenuto. «Solo erica e rose, eh?»

Flann si lasciò sfuggire una smorfia.

«Purtroppo no. E, come sto constatando, la puzza di laggiù ha scalfito la nostra leggendaria intesa», disse con aria abbattuta. E, all'improvviso, si tuffò contro Aoire per annusarne a pieni polmoni il sano odore di fieno e letame, forse come gesto di riconciliazione. «Ah!» esclamò, soddisfatto. Abbrancò anche il cane, che si divincolò solo un po’, e gli cacciò il naso nel pelo abbondante del collo. «Ah!» ripeté, con ancor più grande soddisfazione. Aoire, triste, ma già riconfortato, mormorò: «Infatti, non volevo dirtelo, ma eri tu che puzzavi. Di umano». E sorrise, per scusarsi di quel raro momento di malizia.

«Guarda che ti si buca il muso quando sorridi», lo avvisò Flannan. E si alzo' e prese il suo fagotto, con calma, come se avesse appena sigillato la chiusura di un mistero di lunga durata.

«Dove sei stato?» incalzò Aoire, insoddisfatto delle magre allusioni al Manigolmono, di cui Non Doveva Sapere. «Ti ho visto e ti ho sentito, cosa credevi. Non potevo raggiungerti. C’era ferro dappertutto. Mi dispiace», mormorò, con insolito ardore.

Flannan gli diede una pacca sulla spalla, e con ciò aveva detto tutto. Non aveva mai visto Aoire preoccupato prima di allora. Era una vista alquanto imbarazzante. Perciò, afflitto, cercò di avvicinarsi al penoso racconto, per dovere e per giustizia verso l'amico.

«Lo sai che è vietato essere irlandesi, ora? Mi hanno preso pensando fossi solamente un Irlandese. Poi hanno cominciato a insospettirsi… notato cose… me la sono vista brutta», tagliò corto, con un brivido.

«Devi stare attento, lo sai che siamo rimasti in pochi. Non puoi cacciarti nei guai, se ti avessero scoperto sarebbe stata la fine per tutti quanti.»

«Ah-ah, per quello non c’è rischio!» esclamò, con un saltello di impertinente trionfo. «Nemmeno davanti alle mie orecchie, nemmeno davanti alla mia musica hanno voluto ammettere la nostra esistenza. Ma hai ragione, ho temuto terribilmente per i pericoli in cui avrei potuto mettervi. In fondo, pensavo fossero almeno in parte come noi.»

«E lo sono?» gli chiese Aoire, preoccupato.

«Se ti dicessi di sì, non ti fideresti più di me», si lamentò Flannan. Aoire rimase un po’ in attesa di una risposta vera, poi si rassegnò. Sarebbe arrivata, a suo tempo. Aiutò Flannan a rimettersi in spalla tutte le sue carabattole, e poi se ne andarono a piedi nudi per Liffey Street, tutti e tre, l’Elfo, il Pooka e il Cane: uno col suo violino, l’altro col suo bastone, e il terzo col naso sul sentiero.  

Presero la lunga strada bianca che si snodava nelle campagne tagliando l’Irlanda in due. Dopo qualche giorno di cammino (i tre giovani avevano l'arte di fermarsi e interessarsi a ogni sassolino, ogni foglia secca che attirasse la loro immaginazione, e condivano il tutto con storie, canti, abbai e pause corroboranti sul ciglio della strada), sarebbero arrivati al confine costituito dallo Shannon, dove sarebbero stati relativamente al sicuro. Ma, Flannan ancora non lo sapeva, sarebbero stati circondati da uomini diventati ombre, assiepati come conigli nelle poche fattorie sparse, piegati in due nelle dure terre del Burren nell’inutile tentativo di ricavarne qualcosa da mangiare. Lì abbondavano ancora parole pronunciate in gaelico, musica, storie di fate, ma queste non sono cose che riempiono la pancia, e chi ancora avesse la forza di danzare non c’era. Il Capraio cercò, nella sua laconica maniera, di preparare Flannan a tale triste spettacolo.

«‘Níl duine ar bith sách láidir ag an ocras                                                                 ach aon lá amháin, scaipeann sé

na cnámhaí agus leaghann sé an fheoil’ 4 ...Flann, non è rimasto più niente da mangiare, di là. Vediamo se riusciamo a portargli almeno un po’ di more e di ortiche.»                                                         

Poi iniziò a cantare, e Flannan lo seguì:

'In the merry month of June

 From my home I started…' 5

Cantarono di viaggi e di nostalgia, di cose che portano lontano, e Flannan si dimenticò immediatamente di essere povero e magro, e forse sul punto di morire di fame. Non era il caso di Aoire, che si nutriva di rovi e di ginestre, come sempre aveva fatto. Ma l’incantesimo del canto funzionava per Flannan: mentre fino a un attimo prima non si reggeva neanche in piedi, ora seguiva sgambettando e cantando a squarciagola l’infinita Strada Rocciosa da Dublino, e le sue gambe da grillo non erano per nulla fuori esercizio, nonostante la lunga reclusione.

 ‘I cut a straight blackthorn

to banish ghosts and goblins

 In a bran' new pair o' brogues

 I rattled o’er the bogs

and frightened  all the dogs

on the Rocky Road to Dublin…’ 6

 ***************♪♫♪♫♣♫♪♫☼♪♪****************                                                                                                                                                                                                                              

Ma, tempo prima, su un’altra isola, lontano da Aoire e dai suoi tonici musicali…

Flannan era stanco, i suoi piedi e le sue gambe erano spariti in una nuvola di dolore. Da giorni e giorni camminava: non doveva fermarsi, non doveva farsi trovare. Forse erano ancora sulle sue tracce, se lo avessero preso lo avrebbero rinchiuso lì dentro e questa volta non ci sarebbe stato santo che sarebbe riuscito a farlo uscire. Ma ora la campagna si impregnava di mistero, e sentiva musica, risa, voci. Da qualche parte doveva esserci una festa. Come resistere all’invito? Seguì i suoni, finché vide la gente disposta in due file, i musicisti raggruppati da un lato, e alle loro spalle una solitaria pietra eretta. Si nascose dietro una siepe e posò il suo fagotto. Vedeva fanciulle che ballavano, ornate di corone di foglie, belle e splendenti come fate, e il violinista e lo zampognaro suonavano come matti, e ridevano, forse ubriachi, e giovani fieri e impettiti gettare le gambe a destra e a manca e battere il tempo con bastoncini e campanelli. Con fazzoletti in mano e stracci legati alle ginocchia, compivano il loro rituale locale, che Flannan non conosceva. L'Illustre Lettore saprà, forse, della nobile tradizione delle Morris Dances, ma lui, che non era che un povero folletto irlandese in esilio, no. E quel che è peggio, non poteva muovere un passo di più, non poteva emettere un filo di voce. Maledizione! Se avesse saputo avrebbe risparmiato di gridare a coloro che non potevano sentirlo, e ora avrebbe potuto ballare anche lui con le ragazze. Questo era l’animo di Flannan: non importa quale afflizione, quale tragedia lo avesse colpito un momento prima, finché c’erano musica e ragazze, tutto andava bene. Non dava importanza a dove era stato. Quello che importava, era ciò che si stava perdendo in quel dannato preciso momento. Rimase nascosto dietro il cespuglio di biancospino e sambuco.                                              

«Se esco da un cespuglio di sambuco e biancospino,

vuol dire che non sono uno spirito maligno»,

spiegò Flannan ai danzatori, in un bisbiglio. Naturalmente, nessuno lo udì. «Se avete bisogno del ‘matto’ per guidare i vostri riti di fertilità, eccomi qua», aggiunse, sempre in tono inudibile. Volti anneriti di terra e calcagni coperti di stracci ne avevano anche loro. Avrebbero dovuto accoglierlo e nasconderlo in nome di una fratellanza ancora non rivelata. Si alzò, fece per levare una mano in direzione del violinista, ma la riabbassò prima che potessero vederlo. Normalmente avrebbe chiamato a gran voce, avrebbe sbandierato il suo violino da lontano, come un ramoscello d’ulivo, avrebbe chiesto almeno un sorso di birra“to keep my heart from sinking” 7 . Ma qualcosa, un istinto di conservazione, una sorta di premonizione o semplicemente un'estrema stanchezza e rassegnazione gli dissero che era meglio di no, che erano pur sempre degli Inglesi, lo avrebbero cacciato via, se non peggio. Di mendicanti pullulavano città e campagne e loro non potevano sapere né chi era né dove andava né - per fortuna - da dove veniva. Se avesse detto loro perché era ridotto così… per aver suonato, cantato e danzato… avrebbero smesso anche loro di suonare e ballare ed essere felici. E questo non era bene. Perciò, con uno strenuo sforzo, si voltò e si lasciò alle spalle violini e cornamuse, finché non li udì più, e nessuno vide il suo volto straziato dalla malinconia. Poi, per giorni, forse settimane si era trascinato tremando e ridendo di freddo, avvoltolato in un mantello che non era suo, per strade buie e nebbiose, sui margini coperti d’erba indurita dal freddo. Non sapeva quanta strada avesse percorso da quando era sceso dalla Nave dei Folli, l’orribile luogo della sua reclusione. Non sapeva dove si trovasse e  nemmeno dove andare - il modo migliore per finire in Tir-na-nÓg8 - così fischiettava cercando di riscaldarsi e scrutava i margini della strada in cerca di oggetti perduti. Ai suoi occhi assenti sfilavano interminabili distese di pietre erette, antiche come il Tempo, bisbiglianti, e tra di esse le pecore si strofinavano sui rividi fianchi del Tempo lasciando bioccoli di lana come offerta votiva. Più lontano, mucche, cavalli, giù giù fino alla fine dell’orizzonte. Ma lui non riusciva a gioire di tali spettacoli - e da questo capiva di essere stato contagiato dalla malattia - e pensava piuttosto al suo violino - «Ah Ah!», diceva, «brutti bastardi (il lettore, o la lettrice, cresciuta nell'illusione vittoriana che le fate somigliono a paffuti e innocenti bambini mi scuserà, ma è esattamente così che Flannan si esprimeva, e non a torto, a dire il vero), me lo sono ripreso, il mio violino!  «Un violinista che non suona…anche quello morirà presto», aveva detto il vecchio Padraig, il suo maestro, quando gli aveva regalato il suo violino.

«Tienilo tu, figliolo. Io non posso più suonare, e un violino che non viene suonato diventa triste e muore poco dopo.»

 «E un Violinista che non suona più, allora?» gli aveva chiesto lui, preoccupato. «Anche quello morirà presto», gli aveva risposto il vecchio Padraig con un sorriso sereno, sepolto nel volto sgualcito dalle rughe, nel suo letto di morte. Poi aveva chiuso gli occhi, sorridendo, e aveva chiesto a Flannan di suonare il suo nuovo violino.

Poiché lui esitava: «Vai, ragazzo, te lo sei meritato, sei l’unica persona al mondo a cui lo darei volentieri».

Flannan aveva suonato meglio che aveva potuto, tra le lacrime, i brani più allegri che Padraig gli aveva insegnato. Guai a cedere a qualcosa di più malinconico! Il vecchio, senza aprire gli occhi sbraitava: «Cos’è questa lagna?!» Era morto canticchiando, con appena un sospiro. Quello era il Vecchio Padraig.

Flannan si sorprese a piangere come un bambino: «Che sciocco sei»,  si disse, «perché piangi? Tutti inventati, tutti!» «Ma un attimo», si diceva, in un bagliore di consapevolezza, non ancora totalmente fagocitato dalla malattia del Manicomio, «se Padraig non è mai esistito, com’è possibile che io ho il suo violino qui nel mio fagotto? E chi mi ha insegnato a suonarlo?»

E allora rallentava il passo. Bisognava pur accertarsi di saper suonare il violino. E si fermava e suonava. E lo sanno gli Dèi, se lo sapeva suonare!

Secondo il Dottore, una volta aveva visto un vecchio pastore o un pescatore dalla faccia rugosa e spiritosa e saggia, tipica del Connemara, e dai suoi tratti presi in prestito aveva creato il volto del vecchio Padraig. Se avesse potuto raccontargli questa storia assurda, il vecchio sicuramente sarebbe scoppiato in una grassa risata e avrebbe detto: “Per crearmi ci sono volute almeno due persone: le buonanime dei miei genitori!” Un cane irsuto e fulvo era diventato Ruggine, il suo Altro-MiglioreAmico, e un giovane capraio scalzo era stato corredato di corna e zoccoli per poter diventare il suo Più Grande Amico e Motivo di Esistenza, Aoire, che col suo solo ricordo lo aveva aiutato a sopravvivere alla solitaria reclusione. Non si sentiva, però, molto più reale di loro. Era esattamente come loro. Che fosse lui stesso un’invenzione di un altro se stesso bisognoso di compagnia? Avventuratosi per un certo tempo nella complicata metafisica della situazione, si ribellò improvvisamente a quei pensieri, consapevole del fatto che la risoluzione di una tale domanda non lo avrebbe comunque aiutato a sfamarsi né a riscaldarsi. Ma non era vero: al pensiero di tante possibili illusioni gli mancavano le forze, o piuttosto, gli mancava il Motivo. Si fermò, aspettando un altro Motivo per andare avanti. Passò un vecchio pastore - avrebbe potuto essere uno dei tanti possibili Padraig - canticchiando un antico... motivo:

«There were three ravens upon one tree

with a down, a down a-down a-down a-down a-down…9

Che fai costì, ragazzo, che aspetti?» lo apostrofò con una certa cortesia antiquata. «Aspetto un Motivo», mugugnò Flannan a mezza voce, sorridendo di un mesto sorriso sfiduciato.

«Ah beh, se quello che stavo cantando non ti basta, guarda lì un Motivo», rispose il vecchio pastore, «quei corvi. Si trova sempre qualcosa a seguire dei corvi in volo». Flannan guardò in alto i corvi volare  contro il sole, verso lontane cime azzurrine.

Volavano in gruppo di tre, cantando - a lui sembrò un canto il loro roco lamento - stendendo le ampie ali frangiate con serenità… Flannan riconobbe i tre corvi della Morrighan, dea della guerra. Se la dea triplice e terribile gli mandava i suoi corvi, ahah! non c'erano più medici, infermieri  o altro che potesse fargli paura! Felice, Flannan volò coi corvi, osò quasi abbracciarli, cantare con loro. Quando ridiscese a terra il gregge era disseminato nel verde come briciole di pane, e il pastore si era allontanato in silenzio.

Flannan camminò ancora a lungo col naso fra le nuvole pensando e cantando per farsi compagnia.

Gli riempiva i polmoni un sentimento senza nome, ad ogni sorsata d’aria, che lo nutriva, e non volle chiedersi più nulla, solo andare.

E camminò a passi voraci, avvolgendosi in se stesso, anche quando la poesia dei corvi si dissipò e lui tornò laggiù, nella cantina dei rottami dell’anima, a rimuginare con rabbia sulle sue disavventure.

Invano cercava di dare parole a quello strano sentimento che parlava solo in rima, che talvolta lo faceva piangere, come una carezza troppo dolce per poterla sopportare. Allora ad ogni passo spingeva a calci la sua pazzia, sulla strada, rincorreva versi fuggiaschi e pensava a quei ribaldi che volevano togliergli il suo violino, che cercavano di persuaderlo a diventare una persona normale, o peggio, a farlo diventare un Inglese normale, e se non era d’accordo, bastonate. Nessuno si era soffermato sul dettaglio che non era nato inglese e che nulla al mondo avrebbe potuto renderlo tale.

'Nella mia anima verde

Si tuffavano le stelle

Lasciando cerchi d’acqua scura.                

E come il tempo si perde                                   

In un brivido sulla pelle                                      

Di ricordi che fan paura.                                       

Viaggiavo in solitudine                                               

E perdevo i miei versi                                     

In un abisso vuoto di parole.                      

Solcavo sentieri di gratitudine         

E spingevo la mia pazzia a cumuli inversi  

Davanti ai miei piedi ed alle vostre aiuòle.

Seminato il mio passato                                    

Polveroso passo di carcerato                          

Sul filo solitario del selciato.                             

Passavo sfogliando il buio                                              

Nei percorsi ondeggianti

Della notte dei prati

E capire non importava più.'

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Flannan, Aoire e Ruggine proseguivano cantando lungo la bianca strada. Aoire gli cantava canzoni che illustravano la situazione attuale, e Flannan ascoltava, ammutolito. «Ma di che parla questa canzone? Non la conosco», sbuffava Flannan. Aoire lo guardava triste. «Ora la conosci», gli diceva.

Ruggine correva avanti, ogni cosa per lui era indifferente, salvo le uste dei conigli. Allora i ragazzi rimasero un po’ in silenzio, e Flannan ebbe il tempo di affrontare quelle nuove dolorose realtà. Affioravano nella sua immaginazione volti di persone che erano state trovate massacrate nei fossi, o nelle proprie capanne bruciate. Tra loro, morto ma non per questo dissuaso dall’essere irlandese, placidamente, caricandosi la pipa, Séamus gli disse, col suo forte accento della costa: «Easy, lad10 , come irlandese, e come sióg11, sei abbastanza normale. Non ce l'hanno fatta, quei pezzenti. Né con me, né con te sono riusciti a vincere», e gli strizzò l'occhio.

«E così anche Séamus se n’è andato.»

Aoire annuì. «E…» stava per pronunciare un nome, ma non lo disse. «E Nìl?» domandò invece. «Dimmi che Nìl sta bene, ti prego!»

«Nìl è in vita», rispose Aoire.

«E chi altro, dimmi chi altro...»

Ma Aoire restava zitto, e mangiava more. Dopo un po’ disse: «Anche Maggie è in vita, se è questo che volevi sapere». Flannan emise un respiro profondissimo. E il silenzio si protrasse ancora a lungo. E noi li lasceremo proseguire per un po' senza seguirli, lungo la Strada Rocciosa per Dublino.  

NELLE SEGRETE

L’Imperatore passeggiava nervosamente per la stanza. Quando bussarono, trasalì quasi.

«Avanti», disse con voce metallica.

«Buongiorno, Dottore», salutò un infermiere sinuosamente, e introdusse con sé il ragazzo recalcitrante, trascinandolo per un braccio. L’Imperatore alzò lo sguardo sul ragazzo e lo esaminò da lontano. Egli si sentì trapassare da parte a parte da una lama aguzza.

«Abbiamo qui un piccolo teppista che ha bisogno di chiarirsi le idee.»

Il piccolo teppista sanguinava dal naso, aveva un occhio pesto e le mani legate dietro la schiena, ma non rinunciava a lottare. Non gli chiesero chi fosse, cosa volesse e dove andasse, dissero solo: «Allora se vuoi il gioco duro, noi te lo diamo! Sui denti!» e giù bastonate.

«No, sui denti no!» intervenne uno dei tre infermieri. «Non vorrete che i parenti in visita possano dire che i nostri pazienti non sono felici, qui da noi.» Perciò le bastonate scesero al livello della milza e delle ginocchia.

Il ragazzo ululava imprecazioni o chiedeva pietà, non era dato capirlo. Smisero solo quando non era più in grado di muoversi né di articolare un suono. Veloci, lo immersero in una vasca d’acqua gelata, prima che potesse reagire. Era la cura calmante, come da prassi. Con rapidità professionale, lo spogliarono, gli rasarono la testa, e quando videro le orecchie uscire allo scoperto dissero in coro: «Merda!» Si guardarono l'un l'altro sbalorditi.

«Ma che cos’è?» mormorò uno, accennando al ragazzo. Il suo corpo nudo era interamente coperto di macchie rosse e brune, in fondo alla sua colonna vertebrale qualcosa si agitava come se fosse… beh, era una coda, senza come e senza se. E le sue mani, i suoi piedi, la sua testa erano strani.

Uno di loro intervenne con frettolose spiegazioni di deformazioni della scatola cranica che potevano provocare la follia, e sembravano dare l’aria di essere, ma invece no, voi sapete benissimo che i folletti non esistono, è una malformazione. Tutto qui.

«Lo sapevo che non era umano. Lottava come un diavolo. Mordeva come un diavolo. E se fosse contagioso?» bisbigliò il più giovane tra gli infermieri.

«A momenti ci uccideva tutti! Quattro uomini adulti contro un ragazzo di quindici anni o poco più!»

«Sbagli a dire quindici anni o poco più. Ne avrà almeno cinquecento», rispose l’altro, rabbrividendo.

Ma che diavolo facciamo ora?» ansimò il terzo, pallido, tremante infermiere.

«Adesso state esagerando con l’auto-suggestione: a momenti ci ammazzava! Ma sentitevi! Era un ragazzo piuttosto violento e noi l’abbiamo sistemato per le feste. Ora vi dico io cosa faremo: lo sistemeremo ancora meglio, e terremo la bocca ben chiusa.»

Era sempre quello delle spiegazioni scientifiche, con le stesse forbici che aveva in mano, con un gesto deciso afferrò l’orecchio destro del ragazzo e lo tagliò via. Il ragazzo urlò di dolore, ma era in acqua e non si poteva sentire. Un fiotto di sangue si spanse nell’acqua fredda, mescolandosi a ciocche di capelli dello stesso colore. La sua pelle diventava bluastra. Per un attimo di panico credettero fosse morto, che il taglio dell’orecchio gli avesse tolto i poteri magici, ma poi videro qualche bollicina uscire dalla sua bocca. L’infermiere afferrò l’altro orecchio e tagliò anch’esso, nauseato. Due strani grumi cartilaginosi giacevano accanto a lui, vicino alle forbici insanguinate.

«Allora, che ne facciamo della… coda?» borbottò. Gli altri infermieri fecero un passo indietro.

«Nessuno si sognerebbe nemmeno di avvicinarglisi, figuriamoci esaminare minuziosamente la sua anatomia…» osservò uno.

«Miller, siete sempre il solito», lo derise l’infermiere dalle forbici insanguinate, «dovreste prendere in considerazione di passare a un mestiere più… femminile», ridacchiò. Ma seguì il consiglio di Miller, e sciacquò e ripose le temibili forbici.

«Dovremo trovare una scusa per evitare di fargli crapa pelata ancora una volta. Magari le orecchie passeranno inosservate.»

Gli altri annuirono, sollevati dal pensiero di essere dispensati dal pericolosissimo compito di lottare con quel “malo fruscolo” tenendo oggetti taglienti tra le mani.