13 & 17 - Gianmarco Mecozzi - ebook
Opis

Due alieni, 13 e 17, invadono la Terra. Il loro saltare da un corpo umano a un altro porta gli ospiti a parlare di sé; e cosa ne ricavano i due ET? Che l'uomo sta rovinando la propria casa prima ancora di averne costruita un'altra. Ombre di Douglas Adams nel testo, ironia e sfarzo dello sforzo presenti nelle pagine perse in mezzo a viaggi stellari.Un divertente e surreale viaggio nel mondo della psiche umana, passando da considerazioni sulla vita dell'attore teatrale e degli "stravaganti" costumi umani.L'autoreGianmarco Mecozzi ha lavorato a teatro nel progetto Sue?a Quijano di Carlo Quartucci, ed è stato nella direzione dello spazio scenico romano Teatr’Arteria. Ha lavorato con il progetto editoriale Derive Approdi. Ha collaborato con Roma-Dakar, con il progetto U-topia, e con il Bin Italia.Ha scritto per le riviste Infoxoa, Mostro, Snova, U-topia.Nel 2006 e nel 2007 è stato inserito nell’Almanacco di scritture antagoniste edito da Odradek.

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V. n. 5

Pubblicazione aperiodica di narrativa.

ISBN: 978-88-98953-06-6

copyright (c) 2014, Kipple Officina Libraria

I edizione epub/mobipocket: 1.0 luglio 2014

Questa edizione: 1.6 febbraio 2017

copertina: illustrazione di LBK

Kipple Officina Libraria

via Ignazio Canale, 5/2

16029 Torriglia (Ge)

www.kipple.it

[email protected]

V. 1: Storie di Scintilla - L. B. Kremo & I. RaskalTra velleità artistiche e lavori precari, le vicende di un eterogeneo gruppo di amici in una Milano vista dalla scala di servizio.V. 2: Da Woody Guthrie a Woodstock - Marco DallabellaLa storia del rock dalle radici folk e blues al movimento Hippy.V. 3: Sottomondo. Avvisi ai naviganti - Claudio Asciuti & Stefano RoffoDue racconti misteriosi, avvolti in una inquietudine sottile, sempre in bilico tra realtà e immaginazione.V. 4: Intervista a Dio - Giorgio ManganelliL’ultima delle celebri "interviste impossibili".V. 5: 13 & 17 - Gianmarco MecozziDue alieni scendono sulla Terra, saltando da un corpo umano all'altro. Un romanzo che fa l'occhiolino a Douglas Adams.V. 6: Stephen King. Le opere segrete del Re - Rocky WoodUn esaustivo viaggio tra inediti, rarità e manoscritti ritrovati del Re della narrativa horror.
Gianmarco Mecozzi

13 & 17

a Diletta

al mese di agosto

Come tutto sia iniziato, nessuno lo sa.

Un giorno un tizio si alzò molto presto e guardando distrattamente fuori dalla finestra scoprì che la biosfera del pianeta si stava sciogliendo.

Era mattina e il cielo era così trasparente da fare paura.

Il tizio – un emmiano di quelli amabili e spontanei come solo gli emmiani sanno essere – così su due piedi pensò bene di condividere la cosa con suo zio, gran bevitore di Durm con una spiccata personalità multipla, e quindi lo chiamò e disse:

– Zio la vuoi sapere una cosa?

– Dimmi, nipote.

– La biosfera del pianeta si sta sciogliendo.

Lo zio, rimasto un poco sorpreso dalla notizia, aggiunse: – Ah, sì? – e sussurrò alla moglie mettendo una mano sulla cornetta del telefono: – È tuo nipote. Dice che il nostro pianeta ha cominciato a morire…

E fu così che il giorno dopo lo sapevano tutti su Emme, e grandi furono lo sdegno e la sorpresa, e furono immediatamente organizzati convegni e marce di protesta, manifestazioni pacifiste e grandi raduni all’aperto, programmi in tv e dibattitti alla radio.

Dopo i primi tre giorni, in cui si cercò di individuare i responsabili di quanto stava accadendo – e la rabbia montava come certa maionese terrestre – ecco che a qualcuno d’improvviso cominciò a venire alla mente che bisognava cominciare a usare la fantasia, e anche con una certa rapidità, e immaginare alla svelta un piano B per salvare tutti quanti la pellaccia.

Fu proprio così che la domanda sulle cause dello scioglimento della biosfera di Emme e la ricerca dei responsabili dell’apocalisse emmiana passarono in secondo piano e nessuno, mai in nessun tempo e in nessun luogo, se ne occupò mai più. D’altra parte si sa, è sempre l’emergenza che ti frega: ecco tutto.

– Nella tassonomia dello Stellarium l’emergenza ha la sua porca importanza, ricordatelo sempre mentre viaggi tra le stelle o mentre osservi il cielo da quaggiù – mi confidava spesso uno dei miei quattordici nonni acquisiti al termine di quelle lunghe e famose cene di famiglia (così temute in ogni parte dello Stellarium) dopo avere sorseggiato quell’ancor più famoso bicchiere in più.

L’emergenza, dicevamo.

Ci sono galassie, per dire, nelle quali lo stato di emergenza è permanente e assoluto, e non diluito o annacquato come per esempio sul pianeta Terra. Conosco un asteroide a forma di carciofo dove gli abitanti (che sono 457, non uno di più non uno di meno) vivono in uno stato di emergenza così continuo e massiccio, così massiccio e articolato, che non riescono mai ad andare al bagno con al dovuta calma. Sì insomma, ora faccio il timido ma avete capito: non riescono mai a concludere come si deve quelle cose lì che si devono concludere come si deve in quei posti là che in ogni parte dello Stellarium chiamiamo bagni.

Durm è il nome di questo sfortunato asteroide, un posto assolato e pulitissimo che viaggia appena oltre la galassia Afx3. È pieno di infopoint – Durm – punti informativi voglio dire, posti pieni di esperti con gli occhialini tondi e la barbetta ispida che ti spiegano per filo e per segno cosa fare, quando farlo, se farlo e perché farlo. Molto più spesso, a dire la verità, sono lì a consigliarti cosa non fare e a spiegarti per filo e per segno perché non lo devi fare. Regolare le entrate e le uscite, manovrare i passaggi, interporre considerazioni di ordine morale, calcolare pesi e misure, insomma sono molto attenti a questo genere di faccende laggiù.

Durm è un posto assolato, dicevo, dal clima stabile e mite e in cui tuttavia gli abitanti se ne vanno in giro sempre terrorizzati da qualche cosa. Nella strada ti può capitare di incontrare questi omoni gialli e ben vestiti con in mano, sempre e comunque, un rotolo di carta igienica pronto per ogni evenienza.

Un rotolo di carta igienica che non useranno mai, sia chiaro.

Questa è emergenza interstellare: emergenza con la E maiuscola, altro che immigrazione clandestina.

Calma, terrestri.

Non c’è da avere paura. Calma e pazienza. Il nostro Sutra preferito recita: “Non c’è ignoranza, né fine dell’ignoranza”. La curva di Einstein vi ha confermato che i pianeti non galleggiano in un vuoto meccanico e afasico. La materia è lo spazio, e lo spazio è il movimento: “Non c’è sofferenza, né karma, né estinzione.” Meditate solamente per qualche zeptosecondo: “Non c’è Via, né saggezza, né realizzazione.”

Quella volta, proprio quella volta, solo quella. E mai più.

Se analizzi la cosa con lucidità, non c’è di che preoccuparsi.

L’apolide spettinato aveva ragione: “Il vuoto non è altro che forma.”

Il comandante Erosilla non era mai stato una persona seria.

E d’altra parte per avere una buona carriera militare , su Emme – e quella di Erosilla è addirittura una carriera eccellente – la serietà e l’affidabilità non sono certo le doti più richieste.

Il misticismo dell’azione? La voglia di primeggiare? Un certo impeto all’eroismo? Siete lontani. La capacità di organizzazione? Oppure lo spirito di corpo? Il patriottismo? Non ci siamo. Non bisogna sorprendersi si tratta di qualità altrettanto disprezzate nell’ambito militare emmiano.

Per un terrestre è difficile capire – tutto è un poco complicato per un terrestre, a dire il vero – ma su un pianeta in cui non ha mai avuto luogo una guerra, un pianeta sul quale la parola stessa guerra non ha un solo significato ma molteplici ipotesi di senso, il talento, l’unico talento che viene richiesto a un buon militare, che lo si creda o meno, è la fantasia.

Una forma di fantasia mai immediata, sia chiaro, mai proiettata verso il risultato concreto e calcolabile di un sacrosanto principio di realtà, ma sempre incastrata dentro le traiettorie vaganti di un principio del piacere assoluto, a volte addirittura sconosciuto, sempre casuale (ma che lingua usate? mi è venuto quasi un capogiro nello scrivere quest’ultima frase).

In questa logica precisa – dentro cioè questa meccanica della fantasia così articolata – quando le spedizioni militari pure vengono occasionalmente organizzate beh sono considerate dei veri e propri atti creativi.

In questo senso, specifico ed emmiano fino al midollo, il comandante Erosilla è un ottimo poeta.

Ascoltiamolo mentre declama il piano della missione a due dei cadetti più promettenti dell’ultimo corso di SF (Stabilizzazione della Forma).

Ascoltiamolo, in silenzio.

La voce schiarita è un must da mai evitare. La postura è fiera, disarticolata in qualche stramba modalità post-surrealista. Il braccio destro alzato, elegante come un pomodoro. Il palmo della mano destra rovesciato come a esprimere un’emozione troppo forte per essere trattenuta, o, in alternativa, a spremere un arancio.

Erosilla ha lo sguardo perduto, perso, smarrito molto più in là del suono delle parole stesse, e canta: “Fatto I il pianeta si sta spegnendo. Fatto II: trovare un altro pianeta. Fatto III: mandare avanguardie su altri pianeti. Fatto IV: la Terra è un pianeta. Fatto V: servono due cadetti volontari. Fatto VI: voi siete i due cadetti migliori. Fatto VII: bisogna assumere più informazioni possibili sulla Terra. Fatto VIII: il primo cadetto assumerà informazioni sulla specie detta umana. Fatto IX: il secondo cadetto assumerà informazioni su tutti gli esseri senzienti del pianeta Terra. Fatto X: la missione comincerà domani.

Pausa.

Il comandante Erosilla spinge un bottone sulla sua scrivania e uno scroscio lungo e appassionato di applausi riempie l’aria tra i due cadetti e il loro superiore.

Erosilla chiude gli occhi, incantato.

1

Mercoledì ero a un briefing con tre abitanti del settore est della galassia Quasim(E), un incontro di lavoro improvvisato per lo sviluppo dei rapporti economici tra le due galassie – una noia insopportabile, ma da queste parti dell’universo la noia, che ci crediate o meno, è una merce così rara che si fanno i salti mortali per provarne almeno un poco al giorno, e uno di loro, – MacSi mi pare fosse il suo nome, esoantropologo, cioè studioso di antropologia aliena – stava perorando la causa degli umani di fronte ai due suoi fratelli maggiori (gente di famiglia, badate bene) quando il più giovane dei due (un tipo molto degagé) se lo guarda con quest’aria superiore e gli fa: – Ma l’hai vista l’ultima puntata della serie tv umana Linger on? O come diavolo si chiama? La davano sul Canal(&) tre milioni di femtosecondi fa. L’hai vista?

Il professore ha abbassato lo sguardo, da inetto.

E l’altro fratello: – Gli umani sono irrecuperabili. Lo sanno tutti, – e poi: – Sono ossessionati da loro stessi.

E chiuso lì il discorso, come capita sempre.

E hai voglia a parlare di Avvicinamento di tipo 7(F), o addirittura di contatto G2 e/o possibilità di manifestazione 4D, cose così.

Non è che non possono, figuriamoci, oppure che hanno paura o chissà che altro: è solo che gli abitanti dello Stellarium non vogliono incontrarvi.

Ai quattro angoli dell’universo, per chi è appena interessato alla questione (agli umani e alla Terra, voglio dire), sembra che i terrestri abbiano occhi solo per il proprio destino. O per “il proprio bel sederino”, come sottolineava il cameriere blu cobalto che ci stava ascoltando impunemente quel giorno – un insopportabile vermoide originario di un luogo non meglio specificato della galassia Quasim(E) – e giù a raccontare un altro episodio sugli umani, sui limiti del loro spettro mentale, sulla loro indifferenza per le sorti degli altri, dell’universo, delle stelle.

Circolano leggende sul pianeta Terra.

È bene che si sappia.

Sul mio pianeta Loop (un posto incantevole di cui parleremo, oh, eccome se lo faremo) si dice che sulla Terra gli esseri umani siano così competitivi, tanto fra di loro che con tutte le altre specie del pianeta che se qualche umano si sente male per la strada (una cosa che laggiù accade ripetutamente essendo le strade terrestri i luoghi nei quali l’espansione pandemica dei virus e dei batteri è finanziata dalle multinazionali farmaceutiche russe e americane) nessuno, ma proprio nessuno – nemmeno se il tipo in questione strabuzza gli occhi e urla “Aiutatemi! Cristo Santo!” – si ferma ad aiutarlo.

Nell’intero Stellarium questa cosa qui – di non aiutarsi mai gli uni con gli altri, voglio dire – oltre che sul vostro pianeta, accade solamente su Neon e Plast IV.

Si tratta di due pianeti che si muovono nel medesimo sistema solare e nei quali gli abitanti non sanno proprio cosa significa aiutarsi l’un l’altro e spesso s’impegnano fino allo sfinimento per aiutare per esempio i sassi rotondi per terra (su Plast IV non esistono le rette e tutto si svolge in cerchio, ti gira un po’ la testa su Plast IV, ma che ci vuoi fare?), o le nuvole in cielo (su Neon il cielo è vastissimo e curvo e permette questo grossolano tipo di errori: come confondere nuvole e neoniani, capita anche ai migliori).

E così perdono il loro tempo, sia su su Plast IV che su Neon, perché i sassi non hanno bisogno di niente e stanno bene lì dove sono, e in quanto alle nuvole, se anche avessero bisogno di aiuto, non lo andrebbero certo a chiedere a un abitante del pianeta, non credete?

Sempre su Loop, sostengono che gli esseri umani siano così indifferenti alle sorti del proprio pianeta, ai destini delle specie con cui lo condividono e alle avventure dell’intero cosmo (galassie e quasar comprese), che: 1. da molto tempo hanno cessato di organizzare spedizioni spaziali e, seguendo il motto “Conosci te stesso”, le hanno sostituite con viaggi psicotici e introspettivi dentro scatole elettroniche e schermi al plasma giganti; 2. si cibano dei corpi morti delle altre specie terrestri (qualche eccentrico è giunto a sostenere che gli umani allevano i piccoli delle altre specie per poi mangiarli, crudi o cotti che siano; ma questo è così difficile da credere poiché sappiamo tutti dove può arrivare la fantasia perversa di un mitomane intergalattico).

Tuttavia, caro terrestre, che tu lo voglia sapere o meno, che tu sia in grado di capirne l’importanza o meno, esistono milioni di pianeti diversi nello Stellarium (è il nome volgare per definire tutte, ma proprie tutte le dimensioni dell’universo), e qualcuno di questi, per forza di cose, è abitato.

Su X(2), Terza Galassia, nel sistema solare HuR, le popolazioni autoctone vivono perennemente sottoterra a causa della temperatura glaciale che cristallizza la crosta.

Gli abitanti di X(2), un enorme pianeta giallo paglierino, non hanno problemi di cibo, nutrendosi con gusto delle acque nutritive che le rocce sotterranee rilasciano in quantità, e passano il tempo a organizzare lunghissime feste che si tengono nei tunnel metropolitani scavati nella roccia.

Queste feste sono note in tutto il sistema solare di HuR.

Sessioni estenuanti e gozzoviglie continue, celebrazioni ininterrotte di divinità atterrite (e con le orecchie fracassate), in cui si ascolta musica e rumor (come chiamano qui la roccia percossa) ad alto volume, si balla e s’ingurgitano liquori ad altissima gradazione mischiati con raffinati e stupefacenti profumi e miele rovente, psicogeno e allucinatorio.

A X(2) non c’è calendario, a causa della lentezza della rotazione e della grandezza del pianeta (e di una certa indifferenza costituzionale), e così queste feste durano tempi indefiniti che nello Stellarium sono chiamati Zerik.

Uno Zerik non è quantificabile da queste parti – comunque è meglio se non chiedi a un abitante di X(2) da quanto sta ballando, si tratta di esemplari piuttosto nevrotici (è decisamente sconsigliato avvicinare il pianeta quando sono passati vari Zerik dall’inizio di una festa o peggio ancora, quando una festa è appena finita – nel caso accadesse, è meglio rimanere nel silenzio più assoluto e cercare di non incrociare lo sguardo di nessuno).

Il pianeta AK27 a prima vista sembra disabitato.

Una coltre di roccia spessa e continua copre per intero la sua crosta superficiale. Un silenzio cupo riempie l’aria. AK27 è un posto difficile e pieno d’illusioni. L’occhio umano sarebbe ingannato e non potrebbe cogliere quelle impercettibili mutazioni intorno a sé, quei stranissimi cambiamenti di situazione.

Gli abitanti di AK27 infatti vivono disciolti nell’aria e il loro problema maggiore è il vento atmosferico che in questo pianeta viaggia a 200 chilometri all’ora per quasi tutta la giornata.

È molto difficile parlare con un abitante di AK27. La sostanza volatile di cui è composta la loro struttura elementare rende complicato anche solo il tentativo di un contatto visivo basico. Da queste parti è il vento stellare che determina la vita, le abitudini, le regole della sopravvivenza della specie.

Su AK27 non ci sono abitazioni né garage né magazzini (tantomeno ci sono i negozi di liquori – questa faccenda provoca qualche situazione problematica soprattutto la domenica mattina quando i vecchiardi non riescono più a sopportare le mogli tardone e inaffettive tipiche di AK27) e così gli abitanti vivono come nomadi trasportati qua e là.

La riproduzione della specie è un affare complicatissimo che non stiamo qui a spiegare – basti pensare che la deposizione delle uova avviene di notte e che lo svezzamento, per ovvi motivi, non può venire seguito da nessuno dei genitori (il che provoca una serie di criticità nel giovane di AK27 quando si trova da solo a dover delimitare criticamente gli usi del proprio sfintere alieno).

Sulle colline crescono gli oliveti più fertili dell’intero universo. Uno strano scherzo dell’evoluzione vegetale che a voi terrestri lascerà piuttosto atterriti, ancora poco abituati alle stravaganze psicobiologiche dello Stellarium, ma che per gli abitanti di AK27 è del tutto naturale.

Di fatto AK27 è un pianeta pieno di esseri solitari e infelici dove tutti sospirano e non hanno tempo di fare nulla – a parte spremere olive e mangiare pane e olio fresco tutti i giorni, ma questa è un altra storia che qualcuno un giorno racconterà (la storia delle olive e di quando il piccolo alieno venne ad assaggiare l’olio che da questa olive veniva prodotto e l’influenza decisiva che questo piccolo fatterello avrebbe poi avuto sulle circostanze che portarono al blocco dell’espansione dello Stellarium).

Ancora un pianeta: giù verso est/sud-est dello zenith, dipende del punto di riferimento che scegliete, ecco Y^, Galassia Seconda, sistema non solare sconosciuto.

Gli abitanti di Y^ vivono su un pianeta meraviglioso ma non hanno occhi (né sulla testa, né altrove) e anzi non sono nemmeno a conoscenza dell’esistenza della vista, della possibilità di vedere.

Y^ è una delizia, come dicevamo: paesaggi incontaminati, foreste lussureggianti, fiumi impetuosi, praterie colorate e cieli cristallini. Tuttavia gli abitanti di Y^ sono convinti di abitare in un posto infernale, dove non ci sono le strade e le buche rendono difficile persino il passeggio domenicale. Il lamento è la caratteristica fondamentale di Y^. La compulsione al pianto è una prassi comune: i cuccioli vengono educati a non smettere mai di farlo. Le madri di Y^ picchiano i piccoli che non si lamentano. Le nonne raccontano favole al contrario (storie di burocrazia terrestre, per esempio) per fare lamentare e piangere le giovani speranze di Y^.

Più spesso – è sempre l’abitudine a vincere in ogni angolo dello Stellarium – si è invalsa una meccanica del lamento sussurrato che costruisce nelle notti di Y^ un canto per le strade, un sommesso e impercettibile suono continuo che sale fino al cielo...

L’assenza di occhi è uno scherzo del destino, ma la loro stupidità è leggendaria. Gli abitanti di Y^ sono usi scrivere delle preghiere ai loro dei, noiose e ripetitive, in cui chiedono di essere portati su un altro pianeta.

Su almeno altri sette dei pianeti delle galassie vicine, per sottolineare l’incapacità di un essere qualsiasi a svolgere una qualsivoglia mansione, per prenderlo per i fondelli si usa spesso canzonarlo così: “Ma che vieni da Y^?”

Decisamente è meglio passare oltre, finire questa breve carrellata – a uso e consumo del terrestre che legge o scorre le sue dita sullo schermo – e arrivare a un pianeta nel quale si sta svolgendo una scena molto interessante per la storia che vogliamo raccontare: il pianeta Emme.

Emme è un posto incantevole. E i suoi abitanti sono esseri squisiti.

Gli emmiani sono così gentili che quando un extraemmiano finisce per caso dalle loro parti loro fanno finta di conoscerlo – anche se il visitatore è scortese o infettivo – e senza battere ciglio lo invitano alle cene del loro Natale e qualche volta anche a Capodanno.

A Emme la forma non esiste.

Nulla è formato, su Emme. Gli abitanti, per esempio, non hanno forma, ma proprio nessuna. Nulla è stabile, su Emme, in un concetto che non sia dinamica e movimento continuo. È un’esperienza fantastica soggiornare in questo pianeta. Ogni attività, con il passare dei millenni e il cristallizzarsi delle abitudini, è divenuta una pura attività psichica.

L’instabilità è il peggior fastidio degli abitanti di Emme e per questo motivo talvolta la comunicazione può apparire complicata dalla mancanza di visibilità molecolare e dalla trasparenza emotiva. I piccoli della specie faticano a essere introdotti nella società e per questo esiste una miriade di riti di passaggio raffinati per accoglierli nello spericolato universo psichico degli emmiani adulti.

Per essere rigorosi, alcuni abitanti di Emme possono scegliere qualsiasi forma. E altri possono tenere questa forma per un tempo indeterminato. Ma si tratta di eccezioni. Di una necessità che non sembra trovare riscontro nelle mappature dei desideri degli abitanti di Emme.

Fino a oggi.

Oggi infatti gli abitanti di Emme sanno di abitare un pianeta morente.

L’atmosfera di Emme si sta disperdendo e i raggi solari delle due stelle stanno diventando atroci. La crosta si sta sgretolando con spostamenti tettonici disastrosi che producono spettacolari terremoti e magnifici tsunami cui gli emmiani assistono pagando il prezzo di un biglietto da molti ritenuto eccessivo. Su Emme infatti, come in molti altri pianeti dello Stellarium, la proprietà privata è sì controllata ma non abbastanza da evitare questi scherzi inflazionistici tipici del neocapitalismo cosmico – ne riparleremo.

2

Guardiamoli da vicino, i due migliori cadetti di Erosilla, i prossimi viaggiatori spaziali, spie e invasori del pianeta Terra. Conosciamoli bene poiché saranno i protagonisti importanti di questo grande viaggio terrestre.

A prima vista non sembrerebbero niente di speciale, se non facciamo caso all’assenza di forma. Due emmiani qualunque che non hanno nome poiché su Emme non è rispettata la norma parola/cosa ed è anzi osteggiata perché l’assenza di forme stabili rende la comunicazione già complicata, un vero e proprio miraggio.

Il primo si fa chiamare Diciassette#ab – il suo numero assegnato al corso militare. Il secondo, che sembra più socievole e psichicamente meno complicato, ha il numero Tredici#ac.

Vista la felice coincidenza con i due numeri terrestri, uno che può indicare, o addirittura provocare, un evento fortunato, l’altro esattamente il contrario (che magnifica estensione combinatoria possiedono certi linguaggi come il vostro), noi li chiameremo con i numeri arabi 13 e 17. Perché?

Perché in questo modo le cose vanno, stanno andando e devono andare.

13, per esempio, non è un emmiano tanto diverso dalla maggioranza degli emmiani adulti. Spirito caustico, diffidente il giusto, dotato di una buona dose di giovialità tipica del provinciale trapiantato nella grande città.

Visto di profilo 13 (Tredici#ac, ma noi lo chiamiamo 13, perché in questo modo le cose vanno, stanno andando e devono andare), somiglia al grande AX, poeta fondatore dello Stile SdFey (Suono di Feynman, dal nome del grande fisico terrestre, i cui libri su Emme sono celebri).

Quindi basta che vi procuriate una foto di AX (basta compulsare la rete universale digitando: “AX poeta Emme”) e il profilo di 13 (Tredici#ac, ma noi lo chiamiamo 13, perché in questo modo le cose vanno, stanno andando e devono andare) ve lo vedete da soli.

Per 17 (Diciassette#ab, ma noi lo chiamiamo 17 perché in questo modo le cose vanno, stanno andando e devono andare) è diverso e per farci un’idea precisa di chi stiamo parlando – o scrivendo, o pensando – dovremmo andare a cercare l’ultimo rapporto dello psicanalista del corso di addestramento delle ME (Milize Emmiane). Tale procedimento è proibito e una tale effrazione sarebbe considerata un fatto piuttosto grave.

Per questo motivo affermiamo con estrema cautela che, se fossimo andati a curiosare il faldone dello psicanalista delle ME riguardante 17 (Diciassette#ab, ma noi lo chiamiamo 17 perché in questo modo le cose vanno, stanno andando e devono andare) – se fossimo significa che non ci siamo mai andati, che avremmo potuto andarci senza farci scoprire, ma che assolutamente non ci siamo andati – allora avremmo saputo che: 1. la psiche di 17 è agitata da sogni frequenti che riguardano il padre, deceduto da parecchi anni, 2. tali sogni finiscono sempre nello stesso modo, 3. tale attività onirica rappresenta una fase repressiva ancora piuttosto impegnativa, 4. alla psiche di 17 piace immaginarsi mentre cucina i gustosi anfibi di Emme fritti nell’olio di AK37, 5. gli anfibi di Emme vanno appena scottati nell’acqua bollente prima di essere immersi nell’olio di AK37, 6. solamente dopo che le squame dell’anfibio si staccano dal corpo, gli anfibi vanno separati dall’olio di AK37, facendo in seguito sgocciolare l’olio di in una padella apposita dove le stesse squame saranno poi riunite, dopo essere state congelate, per essere servite fredde come sfizioso dolce estivo, 7. 17 è uno dei rari esemplari emmiani solitari e a volte è preda di tristezze serali, piuttosto profonde, per quanto brevi, 8. il padre di 17 era un militare, la madre è sconosciuta (per quanto può essere sconosciuta una madre).

La madre di 13 (Tredici#ac, ma noi lo chiamiamo 13, perché in questo modo le cose vanno, stanno andando e devono andare), al contrario, è una signora nota un po’ a tutti, su Emme, perché è un tipo particolare e bislacco e viene sempre un poco presa in giro perché non sa tenere la bocca chiusa.

La signora ci ha voluto infatti rilasciare la seguente breve dichiarazione – pregandoci d’includerla nel nostro racconto – che noi abbiamo registrato e tradotto e inseriamo volentieri nella nostra storia: “Il mio piccolo! Ora viaggia nello spazio, è un tipo importante! Ma io me lo ricordo ancora al suo Going. Era così timido. E così dolce. Quando il cielo si è rinchiuso su se stesso sembrava terrorizzato. Il mio piccolo! Anche alla sua prova del Moing, oh mio dio, somigliava a un Glup appena cotto. Quant’era bello il mio piccolo! Non come oggi, con quei capelli lunghi non lo posso vedere!”

Dunque, in modo da non perderci nel labirinto linguistico emmiano, dovete sapere che il Going è un rito di passaggio codificato che i bambini di Emme affrontano per superare la fase infantile e intraprendere quella adolescenziale.

Si tratta davvero di uno spettacolo maestoso, il Going dico, durante il quale il bambino è condotto di forza in un deserto dopo essere stato riempito di funghi allucinogeni (che qui crescono nei fiumi di lava, sono potentissimi e sono detti Qwoirt) somministrati con l’inganno ma in dosi prestabilite da un medico della RE (Riti Emmiani).

A quel punto le allucinazioni cui il bambino sarà soggetto, una volta lasciato completamente solo tra le dune di sabbia rovente, potranno essere di tre tipi: 1. grandi oceani d’acqua cristallina che travolgono, 2. il cielo si stringe sempre di più fino a chiudersi su se stesso, 3. un pranzo domenicale con la famiglia della tua ragazza, d’estate.

Lo spettacolo è così imponente, così decisivo per l’evoluzione culturale dell’individuo emmiano, che viene tutto sistematicamente videoregistrato e poi – previo pagamento anticipato – il film (che può essere lungo centinaia di metri) viene comprato dalla famiglia, che poi tiene la pellicola all’interno di un armadio a tre ante, senza nessun altro oggetto, e la tira fuori solo quando il ragazzino insiste a fare i capricci o, più avanti nel tempo, quando vuole uscire la sera tardi senza patteggiare l’orario del rientro.